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Il divorzio e l’assegno di mantenimento

In caso di separazione e/o divorzio spesso vanno regolate le condizioni patrimoniali ed i rapporti patrimoniali fra i coniugi. La regolamentazione avviene con costante cambiamento giurisprudenziale, adeguandosi ai cambiamenti sociali che negli ultimi quaranta anni sono stati sempre più veloci e radicali.
Quando fu approvata la legge sullo scioglimento civile del matrimonio nel 1970 la condizione femminile era ben diversa da quella odierna. Vi erano molte meno donne che lavoravano, l’indipendenza economica femminile era limitata e l’assegno di mantenimento era stato pensato per permettere alle donne di separarsi, di scegliere liberamente la separazione, senza l’incubo di non avere di che vivere. Del resto la stessa logica è stata applicata di recente nella previsione della nuova misura cautelare dell’allontanamento dalla casa familiare introdotta all’art. 282 bis del codice di procedura penale. Detta logica corrisponde ad una realtà sociale in cui la donna spesso non lavora e se lavora lo fa con inquadramenti anche retributivi inferiori all’uomo. Corrisponde altresì alla visione della donna come madre e moglie e non cittadino autonomo, quindi sempre da accudire. Rimane comunque una misura che permette alle donne di fare delle scelte di vita in condizioni sociali e culturali disagiate. Spesso è anche una conseguenza delle condizioni di ricatto economico imposte dall’uomo marito, che, più di quanto si creda, spinge la moglie a non lavorare, con la scusa dell’accudimento dei figli nella maggioranza dei casi, privandola in tal modo della propria autonomia finanziaria ed indipendenza economica. Del resto ad analoga logica protettiva della donna corrisponde la scelta del nuovo diritto di famiglia varato nel 1975 che prevede che il regime patrimoniale della famiglia previsto per legge, ove non intervenga una scelta specifica della coppia, sia la comunione dei beni. L’ottica è quella di una minore capacità reddituale e patrimoniale della donna.
Negli anni le donne si sono affrancate dalla schiavitù economica del maschio, arrivando talora ad avere posizioni economiche superiori al coniuge e la giurisprudenza sull’assegno di mantenimento ha seguito i cambiamenti sociali.
Vi sono state pronunce che hanno stabilito che l’assegno di mantenimento alla moglie non fosse concedibile perché la donna era autosufficiente economicamente e quindi non le veniva dato anche se il reddito del marito era notevolmente superiore, come quella della Corte di Appello di Roma.
Maggiormente incisive le pronunce sull’assegno divorzile, dato che si verte in una situazione in cui il matrimonio non esiste più.
Uno degli orientamenti in questi anni è stato quello del mantenimento, per la moglie, del tenore di vita avuto in costanza di matrimonio, che è poi l’orientamento prevalente per l’assegno di mantenimento. Nel caso dell’assegno divorzile invece tutto è cambiato nell’orientamento giurisprudenziale nel 2017 e nuovamente nel 2018, con due sentenze epocali, la sentenza Grilli del 2017 e le Sezioni unite della Corte di Cassazione del luglio 2018.
La sentenza Grilli (legata alle vicende divorzili di Grilli, ex ministro e avvocato di Berlusconi), del maggio 2017, stabilisce che per l’assegno divorzile il parametro non può essere quello del mantenimento dello stesso tenore di vita, ma quello del garantire alla ex moglie l’autosufficienza economica e se questa lavora o ha beni che producono reddito, e quindi può mantenersi, non le spetta nulla. L’autosufficienza economica richiesta consiste nel potersi procurare il minimo per sopravvivere. Per avere l’assegno divorzile, in base a questa sentenza, occorre dimostrare che non si è in grado di sopravvivere e neanche di trovare un mezzo per farlo, per motivi di salute o di mercato (la difficoltà a immettersi nel mondo del lavoro oltre una certa età senza una professionalità forte).
Questa interpretazione tiene conto della richiesta uguaglianza uomo donna davanti la legge, ma nonostante ciò è stata molto criticata, poiché nella realtà dei fatti la uguaglianza e la parità non esistono e le donne continuano ad essere sottoinquadrate e sottopagate nel mondo del lavoro.
Nell’estate 2018 tutto cambia nuovamente con la pronuncia delle Sezioni Unite della Cassazione prima citata. In caso di assegno divorzile occorre calcolare e tenere conto dell’apporto dato dai coniugi al matrimonio, tenendo conto della durata dello stesso e delle condizioni di partenza di ogni coniuge e di quelle raggiunte durante il matrimonio e grazie ad esso quindi, tenendo conto dell’età dei coniugi. Il nuovo orientamento risponde al principio della assistenza (come per l’orientamento della sentenza Grilli) ma anche al principio compensativo-perequativo, tenendo conto delle eventuali rinunce fatte da un coniuge per la vita matrimoniale e familiare e di quanto abbia contribuito alla formazione del patrimonio familiare o personale dei coniugi. Basti pensare alle donne che rinunciano al lavoro per accudire i figli o gli anziani, contribuendo in tal modo ai risparmi familiari ed indirettamente al bilancio. Non si ritorna alla divisione del patrimonio familiare fra i coniugi sulla base del “tenore di vita precedente” ma si mitiga il principio dell’autosufficienza del coniuge. Vale per le Sezioni Unite il contributo fornito da un coniuge anche economicamente più debole alla realizzazione della situazione comparativa attuale.
Dando uno sguardo in giro si può vedere che nel sistema francese prevale il principio perequativo-assistenziale in funzione del riequilibrio del coniuge più svantaggiato, mentre nel sistema tedesco l’assegno divorzile è una ipotesi eccezionale, legata al principio del riequilibrio economico patrimoniale con la ripartizione del patrimonio familiare.
Personalmente posso osservare come il principio assistenziale posizioni la donna in una posizione di supposta inferiorità e leda l’uguaglianza e la stessa lotta per la parità. Mi spiego meglio: per aiutare le donne a vivere dopo una separazione troverei più corretto un aiuto a rendersi indipendenti tramite acquisizione di professionalità e reinserimento nel mondo del lavoro, non l’assistenza a carico di un ex-coniuge che spesso non riesce a fare fronte al mantenimento.
Non dobbiamo dimenticare infine che si sta verificando il fenomeno dell’impoverimento dei separati uomini, che con uno stipendio non riescono a mantenere una famiglia divisa.
In alcune separazioni lo scontro sui problemi economici giunge a livelli di conflittualità talmente notevoli da ingolfare i Tribunali di cause civili e penali, giungendo anche a prestarsi a ricatti da parte di uno dei coniugi, e questo potrebbe essere sicuramente in parte risolto da una situazione di autonomia di entrambe le parti.
Tutta la legislazione e la giurisprudenza assistenziali non fanno il bene della donna ma la relegano ancora in una posizione di vittima bisognosa impoverendo in contemporanea la popolazione maschile. Occorre affrancarsi dalla visione della donna vittima e debole e darle i mezzi verso l’indipendenza reale, l’autonomia reale, ovvero il poter lavorare e vivere da cittadina senza dipendere da altri. Anche da questo passa la strada della parità della donna.

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