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“Il libro nero”, la realtà noir e goticheggiante di Marco Bacocchi

Il romanzo gotico rimanda a titoli quali “Il castello di Otranto” di Horace Walpole, oppure “Il monaco” di Matthew G. Lewis, o “L’italiano” di Ann Radcliffe fino ad arrivare a “Frankenstein” di Mary Shelley, senza dimenticare “Dracula” di Bram Stoker e la produzione di Stephen King. Un genere che è cambiato molto nel tempo, dalle ambientazioni oscure dell’Ottocento a quelle moderne, ma rimanendo sempre simile negli sviluppi narrativi inconsci: mettere i personaggi di fronte alle paure, spesso interiori più che materiali. Anche in Italia sono molti gli appassionati di questo genere e diversi gli scrittori che vi si cimentano. Una nome nuovo è emerso dalla verde Umbria (non proprio un luogo goticheggiante, oppure sì?), quello di Marco Bacocchi. Ecco cosa ci ha raccontato.

Chi è Marco Bacocchi?

«Marco Bacocchi è un ragazzo fin troppo comune: operaio in una ditta che lavora nell’ambito della rigenerazione dei toner e dell’assistenza tecnica alle stampanti; sposato e padre di due bimbe. Dopo il matrimonio si è trasferito a Perugia, ma ha lasciato Magione, il paese in cui è cresciuto, solo in parte dato che le sue trame si sviluppano spesso nell’ambiente lacustre. Fin da piccolo è stato un discreto lettore cosa che lo ha portato, col tempo, ad appassionarsi alla scrittura. Ero stanco di leggere solo libri scritti da altre persone, il mio più grande desiderio era che fossero le persone a leggere cose scritte da me. Per ora posso reputarmi soddisfatto di quello che ho ottenuto: ho vinto il primo premio alla prima edizione del concorso letterario “Made in Umbria”, ho visto pubblicato il mio primo romanzo “Giulia” (Paola Caramella Editrice) e successivamente “Il libro nero” che, distribuito a livello nazionale, pare stia riscontrando un discreto successo. Per un esordiente sconosciuto e senza particolari contatti credo che siano ottimi risultati, specialmente se la cosa la si vive come un semplice hobby».

Cos’è la scrittura per te?

«La scrittura è da sempre il modo migliore per raccontare alla gente quello che si ha dentro. Quando scrivo un racconto tendo a parlare il più possibile di cose che conosco o di argomenti che reputo importanti. Quando mi siedo davanti al monitor e vedo la pagina bianca col cursore lampeggiante cerco il modo migliore per modellare le mie conoscenze e riempire quel chiarore con parole che possano suscitare emozioni nelle persone che le leggeranno. Quando, per la prima volta, iniziai a scrivere un racconto, ricordo che passai serate intere a premere il tasto “canc”, non reputavo soddisfacente nulla di quello che scrivevo e questo capitava semplicemente perché non lo facevo per me stesso. Volevo che il mio lavoro piacesse agli altri e tendevo ad usare termini ricercati e parole inconsuete. Solo quando cominciai a scrivere per me stesso compresi che quello era il modo migliore per piacere anche agli altri. Questa sembrerà una banalità, ma ho scoperto in seguito che l’eccessivo uso di termini forbiti è l’errore più comune che commettono gli scrittori in erba».

Quali sono i tuoi riferimenti letterari?

«Io sono un amante di qualsiasi cosa fatta bene, di solito non sto a guardare il nome o il genere quando mi viene proposto un qualcosa di imperdibile o da leggere assolutamente. Detto questo è ovvio che abbia dei gusti e che questi mi portino a delle preferenze letterarie; continuando a rimanere sul banale il genere che prediligo è lo stesso che scrivo: il gotico. Quando mi propongo in questi termini capita di incontrare persone che mi guardano perplesse, come se avessi pronunciato una parola priva di significato, per questo ho imparato a definirmi scrittore di thriller, un genere molto più ampio in cui, in un certo senso, posso anche rientrare. Per andare al succo della domanda posso ammettere che il mio autore preferito è Stephen King (re indiscusso del genere gotico), ma oltre ai suoi romanzi non disdegno autori italiani come Chiara Palazzolo e Donato Carrisi (anche se quest’ultimo è thriller puro)».

Hai esordito con un noir, con “Il libro nero” (Leone Editore, Collana Sàtura, 462 pagine, 13.90 euro) sei passato al gotico moderno. È uno stile di vita e di scrittura?

«Anche il mio primo romanzo era scritto in stile gotico, era stato definito noir dalla casa editrice per alcune sue piccole sfumature ma il mio modo di scrivere non è mai cambiato, anzi, mi auguro invece che sia andato evolvendosi. Sono una persona che sta attenta ai dettagli per carattere e, trasponendo questa caratteristica in ambito letterario, posso dire che tento di fare tesoro delle critiche che mi sono state fatte in modo da cercare di migliorare sempre di più la mia tecnica e la fluidità della scrittura. Mi reputo una persona pacata e riflessiva, e se per stile di vita (in senso gotico) si intende vestirsi con abiti scuri attillati, catene e un accenno di trucco posso dire che in questo campo non me lo posso permettere, sarei ridicolo (specialmente con la pancia che mi ritrovo), anche se devo ammettere che gli abiti scuri mi piacciono particolarmente».

Come nascono le storie che racconti?

«Questo è un mistero pure per me. I romanzi e alcuni piccoli racconti che non sono mai stati ancora pubblicati, sono nati più o meno tutti allo stesso modo, ovvero da una scena sbocciata nella mia mente come fosse uno spezzone di un film. Quando capita è spesso un problema perché in me rimane poco spazio per pensare ad altre cose, il mio cervello punta sempre lì, finché la scena non si allarga in trame più ampie. A questo punto non faccio altro che prendere carta e penna e stilare i punti principali da trattare. Una volta terminato questo mi ritrovo con una specie di canovaccio da seguire. Con questo parto nella stesura vera e propria del racconto, finché ad un certo punto la storia tende ad incanalarsi da sola in una direzione e a quel punto anche il canovaccio va a farsi friggere».

Hai accennato la parola film, cosa mi dici in merito? Sarà possibile vedere una tua opera sul grande schermo?

«Nella vita mai dire mai. Fino a poco tempo fa avrei dato per impossibile trovare una mia opera in libreria e invece ora ci sono. Avrei detto impossibile essere considerato un vero scrittore e invece in un certo qual modo lo sono diventato, allora perché pormi limiti? Io continuo a considerare la cosa come un semplice hobby e prendo per buono tutto ciò che ne consegue. Certo, dovessero girare un film sarebbe la coronazione di un sogno, ma di sogni preferisco non parlare, almeno finché rimangono tali».

Cosa incarnano i tuoi personaggi?

«I miei sono personaggi semplici, gente del popolo. Giulia è una ragazzina di tredici anni figlia di un padre bibliotecario e di una madre commessa in un supermercato. Fabio è un operaio che si ritrova disoccupato a trentacinque anni ed è costretto a reinventarsi. Sarah è barista in un locale. Come ho detto poco fa un autore tende a parlare delle cose che conosce meglio per poter creare un’ambientazione che sia il più veritiera possibile. Ogni personaggio contenuto nei miei racconti possiede un carattere ben definito ed è inquadrato nel racconto in base a quello che è e a quello che sa fare. Non credo nei super uomini, non credo esistano persone in grado di salvare il mondo da sole, credo invece nella vita quotidiana, nelle piccole cose che creano in noi emozioni quali: paura, gioia, amore, ansia, tristezza. Tutti fattori presenti nella vita di chiunque, ma tutti componenti che spesso vengono sottovalutati in letteratura e che invece sono alla base della nostra vita. Sono convinto che sapendo gestire bene queste cose semplici si possano creare vere emozioni nei lettori».

Giustizia e letteratura, quale rapporto secondo te?

«Questa sembra una domanda fatta apposta per il nuovo romanzo a cui sto lavorando, ovviamente non dirò nulla su un’opera ancora incompleta, ma farò semplici riferimenti a quelli che sono i miei pensieri. Viviamo in un mondo che di certo non è perfetto e che di ingiustizie nell’arco del tempo ne ha viste a milioni. Se vogliamo concentrarci solo sul presente credo sia giusto, prima, fare un’analisi della società in maniera oggettiva. Cosa capita in tempo di crisi? Quali sono gli atteggiamenti e le risposte delle persone a tutto questo? La tecnologia cosa fa? Può essere una soluzione o alimenta solo il fuoco? La cultura è in crisi? Perché i ragazzi di oggi hanno atteggiamenti violenti? Sono queste (e tante altre ancora) le cose su cui bisogna ragionare se si vuol avere un quadro generale veritiero. Su questo quadro, e in base a quello che ne consegue, si possono sviluppare trame e tracce per nuovi romanzi, trame che in certi casi possono prendere anche vie giuridiche ben definite (e non sempre giuste), perché è così che va la vita in realtà».

E concludiamo con i prossimi appuntamenti con “Il libro nero” e un saluto ai lettori di www.giustiziaeinvestigazione.com.

«Saluto e ringrazio tutti quelli che dedicheranno un attimo della loro vita a leggere questa intervista. Vi ringrazio di cuore perché siete solo voi, nel momento esatto in cui vi trasformate in lettori, a dare importanza e credibilità a tutto il tempo speso nel pensare e scrivere un romanzo (ed è davvero tanto, ve lo assicuro). Dal canto mio spero di essere risultato interessante e di avervi incuriositi. Se così è stato potrete trovare la mia opera Il libro nero in qualsiasi libreria. Voglio inoltre dare risalto a due date imminenti:
Sabato 12 maggio sarò ospite a Casalecchio sul Reno, nello store Mondadori presso il Centro Commerciale La Meridiana per un firmacopie dalle 11 fino alle 19.
Domenica 13 maggio sarò ospite nel megastore Mondadori di Bologna in Via D’Azeglio sempre per un firmacopie dalle 11 fino alle 19».

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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