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Il Nepal vieta per legge l’evangelizzazione e punisce le conversioni

In Nepal desta forti preoccupazioni nella comunità cristiana la nuova norma inserita nel codice penale che punisce tutte le conversioni religiose e le attività di evangelizzazione e proselitismo.

Il provvedimento che entrerà in vigore dall’agosto 2018 stabilisce che chiunque verrà “colto in flagrante” mentre svolge azioni di proselitismo atte a convertire una persona “o a minare la religione, la fede o il credo di un’altra casta, gruppo etnico o comunità” potrà essere punito con la detenzione fino a cinque anni. Inoltre chiunque “offenda il sentimento religioso” (di un altro gruppo confessionale) potrà essere condannato a due anni di carcere e al pagamento di una multa di 2mila rupie nepalesi (parii a circa 16 euro). Essa si applicherà sia ai cittadini sia agli stranieri, compresi quindi ai missionari.

Diversi esponenti cristiani nepalesi hanno espresso all’agenzia AsiaNews il timore che la nuova normativa possa portare a un giro di vite contro la libertà religiosa, che in teoria è garantita dalla Costituzione laica e democratica approvata nel 2015. Tra questi mons. Paul Simick, vicario apostolico del Nepal, secondo il quale, «esiste la possibilità che venga limitato il diritto dei sacerdoti di esercitare il proprio credo e doveri».

Nel tentativo di giustificare la riforma, il Ministro della giustizia Agni Kharel, ha affermato che «il controllo si applica anche agli indù e ai buddisti, non è solo per i cristiani». Anche il consigliere del Primo Ministro, Dinesh Bhattarai,  ha assicurato che la nuova normativa «non vuole colpire in maniera particolare una fede o un fedele».

Di diverso avviso C. B. Gahatraj, presidente della Federazione cristiana nepalese: l’obiettivo del nuovo Codice penale, afferma, “è controllare la libertà religiosa e di conversione. Condanniamo questo controllo, in ogni forma”. Il leader cristiano denuncia quindi che «i partiti politici stanno tentando di controllare il crescente interesse delle persone che si convertono al cristianesimo». ribadendo che «noi non costringiamo nessuno e allo stesso tempo non chiediamo di cambiare religione».

(Articolo pubblicato da RadioVaticana.it)

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