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Il problema dell’ora (legale) presente

Fondamentale per la regolamentazione di una società e il funzionamento di uno Stato è l’avere una buona macchina giudiziaria; la vita senza regole sarebbe del resto impossibile e sfocerebbe nell’anarchia e nello stato naturale selvaggio.

La Costituzione dedica alla giustizia e all’ordinamento giurisdizionale dieci articoli, dal 101 al 110; addirittura, negli articoli 101 e 102, leggiamo della partecipazione del popolo alla giustizia, con un collegamento alla sovranità appartenente al medesimo popolo con cui si apre la Costituzione all’articolo 1.

Eppure proprio il settore giudiziario, a fronte della sua importanza e anche della sua celebrazione positiva, soffre da anni, se non decenni, di una costante crisi, che si esplicita in lentezze, accuse di partigianeria, calo di popolarità; addirittura, secondo un recente sondaggio di Euromedia Research risalente a giugno (https://www.firenzepost.it/2020/06/09/magistratura-sondaggio-7-italiani-su-10-non-hanno-fiducia-nellordine-giudiziario/ ), certamente influenzato anche dalle note vicende del cosiddetto affaire Palamara, ben sette italiani su dieci non avrebbero fiducia nelle istituzioni magistratuali!

Se certamente i sondaggi vanno affrontati e presi con le pinze, nondimeno saremmo di fronte a numeri estremamente preoccupanti; anche la lettura di commenti ad articoli di giornale online o il sentire commenti dal vivo non lascia adito a dubbi, purtroppo, sulla popolarità delle istituzioni e sulla crisi delle stesse.

Da sempre, sia per l’effetto di film e telefilm che per l’interesse per le inchieste e i gialli, la giustizia percepita come più immediata e interessante è quella penale; eppure vi è un’altra giustizia, quella civile, che è quella più diffusa, meno rappresentata e in crisi.

Anche le istituzioni europee, alle quali l’Italia ha aderito e che influenzano in modo sensibile le leggi e i processi, hanno criticato e criticano l’Italia per i risultati del suo sistema giudiziario: il tema dei processi, troppo numerosi e lunghi, ha una rilevanza tanto nazionale quanto europea, certamente sul piano economico, ma non solo.

In una classifica, l’Italia è al ventiduesimo posto UE per numero di giudici ogni 100mila abitanti; numeri ancora più alti (quattro ogni mille abitanti) riguardano gli avvocati.

Ma i numeri più grandi e problematici riguardano le leggi: queste sarebbero tra le 10mila e le 13mila, risalenti a periodi diversi, maggioranze diverse, settori diversi; impossibile tanto per l’interprete come per il cittadino districarsi in questa vera selva; e indubbiamente molta di questa ipertrofia legislativa è dovuta proprio alle istituzioni europee e alle direttive e ai regolamenti da importare e interpretare in Italia.

Periodicamente si torna a parlare di riforme organiche della giustizia, ma spesso tali dichiarazioni rimangono più sulla carta, stampata o telematica che sia; l’ultima sensibile riforma del comparto giustizia ha riguardato la prescrizione penale, una riforma, tuttavia, che ha suscitato singolari critiche e polemiche.

Nel più recente quadro di valutazione UE della giustizia, ad agosto di quest’anno, l’Italia non esce bene dal confronto con gli altri Stati membri in proposito dei temi cruciali dell’efficienza, qualità e indipendenza dei sistemi giudiziari.

Certamente ciò ha rilevanza sul piano economico, dal momento che una giustizia civile lenta scoraggia gli investimenti e le attività imprenditoriali, ma più ancora, in generale, una giustizia lenta scoraggia un’esigenza naturale di giustizia e di concordia sociale necessarie ad una società sana; l’Italia è stata la patria del diritto e delle leggi, eppure sembrano purtroppo quasi essere lontani quei tempi.

Secondo le istituzioni europee, il nostro Paese deve migliorare l’efficienza della giustizia e il funzionamento della pubblica amministrazione: secondo i quadri di valutazione UE della giustizia, i motivi delle inefficienze giudiziarie italiane si assommano nell’eccessivo numero di leggi, nei processi allo stesso tempo troppi e troppo lunghi, in scarsa capacità amministrativa e bassa digitalizzazione.

A causa di ciò, l’Italia e soprattutto il suo Mezzogiorno vivono una quasi endemica fatica a rilanciare l’economia e a sostenere progetti imprenditoriali; ed è la stessa Commissione Europea a sottolineare, nei suoi report che dal 2013 monitorano lo stato della legge e delle riforme degli Stati membri, il fatto che un sistema giudiziario efficiente è la base di un’economia capace di attirare imprenditori e investimenti.

Ciò è senza dubbio vero e necessario, anche se tuttavia soffre dell’economicismo tipico delle istituzioni europee, che è a sua volta alla base di molte decisioni impopolari e del relativo deficit democratico che molti autori rivolgono all’UE.

In Europa l’Italia è al diciottesimo posto per numero di cause in generale e diciannovesima per durata stimata dei procedimenti, collocandosi tra i Paesi con i tempi più lunghi.

Tali dati si incrociano con quelli dei processi pendenti, dato altissimo e preoccupante, che fornisce la misura di quanti casi siano ancora sospesi in attesa di una risposta, quale che sia, da parte della giustizia.

Un caso, certo patologico, è quello della necessità di quasi vent’anni per introdurre la causa e celebrare la prima udienza ( https://www.ilriformista.it/giustizia-lumaca-18-anni-per-la-prima-udienza-119371/ ).

Tutto ciò incide anche in termini di costi; inoltre, la recente emergenza covid-19 ha avuto esiti molto pesanti nel comparto della giustizia, dalla sospensione forzata dei processi alla mancata e necessaria digitalizzazione, campo, quest’ultimo, in cui l’Italia sarebbe al quindicesimo posto in classifica europea.

Da qui, per questi motivi, l’esigenza di investire di più nella giustizia, dal momento che l’Italia è all’undicesimo posto UE per risorse finanziarie destinate al comparto giustizia; è, in primis, quindi, una questione politica, ed è legittimo chiedersi se la nostra classe politica voglia affrontare ciò.

About Roberto De Albentiis

Nato ad Assisi (PG), nel 1991, laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Perugia e specializzato in professioni legali presso la Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali a Macerata.

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