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Il punto sull’immigrazione

Proviamo a fare un punto sul tema immigrazione, un punto relativo, ma che tenga conto di alcuni elementi fondamentali e, soprattutto, elimini alcuni luoghi comuni che, almeno a me, sono diventati insopportabili.

È un fatto che in Africa le condizioni di vita siano peggiori rispetto alle nostre, anche solo pensando al clima non favorevole, elemento non da poco. Rimane anche un fatto che siano arrivati a costruire case e strade sul suolo africano, prima gli indiani, poi i cinesi, e che negli ultimi anni sono appunto giunti i cinesi a costruire. Viene spontanea una domanda: perché attendere che i cinesi costruiscano?

Fra Mombasa e Nairobi ci sono seicento chilometri e la strada che collega le due città è stata in costruzione per dieci anni. Non veniva finita mai. Poi improvvisamente in un anno fu finita. Cosa era successo? Che al posto della ditta indiana che in dieci anni aveva fatto pochi chilometri era stata chiamata una ditta cinese che in un anno aveva completato i 600 chilometri di strada.

Una domanda nasce spontanea: non vi è manodopera locale?

Alcune aziende hanno provato a impiantare in Africa le loro fabbriche per utilizzare la manodopera locale, ma presto hanno dovuto importare manodopera dalla Cina scontrandosi con la innata mancanza di resistenza al lavoro dei locali che dopo tre ore di lavoro erano distrutti.

Altro fatto incontrovertibile che il mondo occidentale e l’Europa in particolare hanno esercitato un forte colonialismo sui territori africani e sudamericani, sottomettendo e distruggendo interi popoli. Non tutto è stato negativo nel colonialismo, come in tutte le cose. Il colonialismo ha lasciato la sua cultura e la sua lingua, dando modo a popoli lontani dall’Europa di parlare con l’Europa, dandogli modo di comunicare e di conoscerci.

Altro fatto certo è la diversità di culture, profonda,abissale.

L’Europa è la patria del pensiero astratto, del concetto di individuo, la vicina Asia è la patria dell’etica, due concetti totalmente assenti in Africa, dove prevale il pensiero materialista, dove vi è l’incapacità di avere un pensiero astratto. Ciò rende difficile un confronto profondo, rende difficile un dialogo.

Si stanno verificando massicce migrazioni dall’Africa all’Europa di popoli assediati da guerre civili, almeno dicono, certo da condizioni di vita peggiori di quelle europee, che cercano condizioni di vita migliori da noi. Analoghe migrazioni si sono verificate all’inizio del 1900 verso i mondi nuovi America e Australia, ed allora a emigrare eravamo anche noi, alla ricerca di mondi migliori.

Quando arrivavamo in America venivamo ammucchiati ad Ellis Island per essere controllati delle malattie e dopo vivevamo in quartieri ghetti, c’era un controllo sul nostro ingresso in USA.

Durante il periodo della grande Roma, sia repubblicana sia imperiale, Roma conquistava popoli nuovi e li inglobava, ma non tutti come cittadini a pari diritti, li inglobava a vari livelli in base alla loro cultura e ricchezza, in base al loro rispetto delle leggi romane e alla capacità di pagare le tasse. Faceva anche schiavi, ma nessuno ha mai contestato a Roma il suo essere imperialista.

Adesso in Italia si pretende che si aprano i confini e si faccia entrare chiunque senza una regola, senza una richiesta di rispetto altrimenti si è tacciati di razzismo.

È evidente che nei rapporti con altri popoli estranei dobbiamo avere e dare regole come sempre è stato fatto da chiunque, che i rapporti fra cittadino e non cittadino vanno regolati con diritti e doveri per tutti, non diritti solo da una parte e doveri solo dall’altra. Chiedere rispetto per la propria cultura non è essere razzisti, è avere rispetto di se stessi e degli altri, perché se si rispetta la propria cultura si rispetta anche quella altrui ed anche significa insegnare il rispetto agli altri.

Non dare regole serve solo a creare confusione come ben sapevano i grandi maestri del diritto di Roma.

Occorre quindi uscire dal buonismo ipocrita che ci fa tutti uguali perché uguali non siamo, abbiamo parità di diritti, ma nel rispetto delle differenze culturali e della cultura ospitante.

Dire di essere diversi e esserne coscienti non è razzismo, ma realismo e senza realismo non è possibile costruire una società che funziona, non è possibile vedere i problemi che si creano in una convivenza fra diversi e risolverli. Propagandare che siamo uguali significa mettere il capo sotto la sabbia e non voler vedere la realtà, le differenze che arricchiscono, ma arricchiscono solo se vi è realismo e rispetto reciproco, non ipocrita buonismo, che nasconde il vero razzismo, quello che dietro la maschera del siamo tutti uguali in realtà riserva al diverso la pietà di colui che si sente superiore. Chi non vede problemi nell’accoglierli anche se non abbiamo per loro lavoro e alloggi è come quello che non vede problemi nell’avere quanti figli vengono, che appare un santo che li accoglie tutti, salvo non dare loro il cibo adatto, cibo fisico, ma anche mentale, spirituale ed emozionale, salvo non poter fare la madre o il padre responsabile, ma dare ai figli l’esempio dell’essere vittima e parassita.

Accogliamo, ma con metodo e diritto, non a caso e senza regole, altrimenti umiliamo ancora di più che viene a casa nostra.

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