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Il razzismo e l’antisemitismo in Italia tra ieri e oggi

Possiamo immaginare l’antisemitismo come un filo che collega diversi periodi della storia. Tutt’ora ne sentiamo parlare, soprattutto ai telegiornali. Molte cose che fanno parte del passato si possono ripresentare anche oggi, perciò è importante sapere di cosa stiamo parlando. Tra l’altro, la questione dell’antisemitismo e delle leggi razziali ha interessato direttamente l’Italia. Gianni Scipione Rossi, giornalista, storico e vicepresidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo de Felice, ci aiuterà a capire quale sia questo filo conduttore.

Quando parliamo di antisemitismo, subito pensiamo all’antisemitismo razzista del XX secolo. Ma come nasce l’antisemitismo e dove affonda le sue radici?

«Cerco di dare un risposta sintetica a una domanda complessa. L’antisemitismo non è che una variante del razzismo, il quale a sua volta non è un fenomeno unitario. Si può definire genericamente come pregiudizio e avversione per il “diverso”, per colui che è percepito “altro”. Esiste da sempre, in tutti i popoli. L’antisemitismo è una evoluzione “politica” dell’antigiudaismo cristiano, che affonda le radici nella percezione degli ebrei come popolo deicida. Il riformatore Lutero li definisce “serpi velenose e piccoli demoni”. Per l’Islam gli ebrei sono anche qualcosa di peggio. Dall’antigiudaismo all’antisemitismo il passo è tutto sommato breve. Con la diaspora gli ebrei si insediano in regni a guida cristiana e islamica ma, pur integrandosi culturalmente, restano orgogliosamente ebrei. Come minoranza religiosa sono considerati per secoli cittadini di “serie b”, con gravi limitazioni nei diritti civili. Nella cultura popolare questo li fa considerare, appunto, diversi e pericolosi. Con l’Ottocento, la nascita degli stati nazionali, la rivoluzione industriale e la loro emancipazione cominciano a essere percepiti come nemici interni. Da sinistra, si può dire, come “nemici di classe”, da destra come “nemici di razza” – Ricordando due esponenti del socialismo – Proudhon avrebbe voluto eliminare gli ebrei dalla faccia della terra. Marx li considerava egoisti – gli ebrei erano equiparati alla borghesia capitalista, in tal senso si parla anche di antisemitismo di tipo economico – Di citazioni agghiaccianti, con il senno di poi, si può fare un florilegio. Da qualunque angolo visuale lo si guardi, il nocciolo duro del pregiudizio è in realtà identico. I pogrom cominciano in Russia intorno al 1881. In Francia l’affaire Dreyfus è del 1894. È dunque nell’ultimo scorso di quel secolo che l’antisemitismo politico si diffonde a macchia d’olio in Europa. Le conseguenze ultime si manifestano, come sappiamo, nella tragedia della Shoah».

L’antisemitismo è all’origine del nazismo (idea della superiorità della razza ariana, razza pura), ma non del fascismo. Tuttavia, anche Mussolini divenne antisemita (idea di una pura “razza italiana”). Cosa portò a questa sua presa di posizione?

«Non so se Mussolini divenne realmente antisemita. È difficile entrare nella testa degli uomini e non so neppure se abbia un senso. Certo è che il fascismo non nasce antisemita e tra le sue file molti erano gli italiani ebrei. La questione è essenzialmente politica. Torniamo alla seconda metà degli anni Trenta. La guerra d’Etiopia è stata vinta. Vi hanno partecipato anche soldati e volontari ebrei. Fu istituito anche un piccolo rabbinato militare. Con la fondazione dell’Impero, nonostante l’isolamento da parte delle democrazie occidentali, il consenso al regime ha raggiunto il suo livello massimo. Probabilmente irripetibile. Hitler ha conquistato il potere in Germania. A Mussolini non piace, e si è schierato contro la guerra coloniale italiana. Ma nella guerra civile spagnola si ritrova sullo stesso fronte a sostegno dei nazionalisti. La conquista dell’Etiopia è costata in termini di sacrifici economici e umani molto più del previsto. I benefici promessi tardano a manifestarsi. Gli stessi combattenti sono delusi. I coloni si trovano ad affrontare una realtà molto più difficile di quello che pensavano e di quello che gli era stato lasciato credere. Al consenso si sostituisce presto il malcontento, che Mussolini registra grazie al capillare servizio di informazioni di cui dispone. Politicamente ritiene che per arginarlo occorra indicare nuovi obiettivi. Ne scaturisce, a partire dal 1937, quella che è stata definita come campagna antiborghese, nel nome del ritorno allo spirito non del ‘22 ma del ‘19. Al nemico esterno si somma così il nemico interno, s’inventa un nemico. Borghesia è una definizione vaga, che viene assunta in senso filosofico. La borghesia vera, grande e piccola, ha sostenuto il fascismo, insieme a larghi ceti popolari. Ma è arrivato il momento di additare proprio la borghesia come nemica del progetto totalitario, della creazione dell’uomo nuovo vagheggiato da larga parte degli intellettuali fascisti e dallo stesso dittatore. È in questo quadro che gli ebrei, secondo una tradizione antica, vengono facilmente individuati come prototipi ideali del nemico borghese. A lungo si è detto che le leggi razziali sono state imposte a Mussolini da Hitler. È una favola giustificatoria dura a morire. Non è vero. Non esiste un documento di qualunque tipo che lo provi. Sono state una decisione autonoma e ragionata. Mussolini era un politico abile e cinico. Con le leggi del ’38 il suo cinismo raggiunse l’apice».

L’antisemitismo portò, tra gli anni ’30 e gli anni ’40 del Novecento, all’introduzione di leggi razziali sia in Germania che in Italia. Chi furono i principali ispiratori di queste leggi e quale il loro contenuto?

«Nella Germania nazista i primi provvedimenti razzisti sono del 1933. Il quadro complessivo si chiarisce due anni dopo con le “leggi di Norimberga” – Varate nel 1935, richiamano l’idea di “razza pura”. Riguardano la cittadinanza del Reich. Per farne parte bisognava avere sangue tedesco. Inoltre, era necessario proteggere il sangue e l’onore tedeschi. Ad esempio, non ci si poteva sposare con chi non era di sangue tedesco. Di fatto si passava dall’antisemitismo culturale e religioso a quello “biologico” – D’altra parte razzismo e antisemitismo sono parte integrante del programma hitleriano. In Italia il cosiddetto “manifesto della razza” è del luglio 1938. A settembre gli studenti e i professori ebrei sono espulsi dalle scuole. I decreti generali sono varati in novembre. Chi sono gli ispiratori? Giovanni Preziosi e pochi altri “intellettuali” li auspicavano da tempo. I sottoscrittori del “manifesto” erano semplici scrivani. Ripeto, si trattò di una scelta politica di Mussolini, trasformata in decreti e leggi dal suo governo. Fare un elenco di nomi, da Bottai in giù, non avrebbe molto senso. Le leggi razziali furono varate, nonostante alcune resistenze interne, penso per esempio a Italo Balbo. E va detto che non vi fu una reazione degli italiani, né degli intellettuali, anche qui salvo rare eccezioni, su tutti Benedetto Croce, che non era fascista ovviamente. Giovanni Gentile fu contrario solo in privato. Le cosiddette leggi razziali prevedevano una serie dettagliata di misure che limitavano i diritti civili degli italiani di religione o discendenza israelitica. L’elenco sarebbe lungo. Gli ebrei furono espulsi dagli impieghi pubblici, furono vietati i matrimoni misti, fu loro impedito di avere dipendenti “ariani”. Tornarono insomma cittadini di “serie b”. Le leggi prevedevano anche delle eccezioni, per paradosso anche riservate agli iscritti al Partito Fascista tra il 1919 e il 1922, e nel secondo semestre 1924, dunque dopo il delitto Matteotti. Erano “salvi” i decorati al valore, i legionari fiumani, i benemeriti del fascismo. E su queste “benemerenze” si sviluppò un mercato ignobile».

I provvedimenti erano riferiti solo ai soggetti di origine ebrea o anche ad altri? Perché?

«No, naturalmente. I provvedimenti per la “difesa della razza” colpirono anche i cittadini di colore. Ma questo aspetto va legato alla gestione delle colonie africane, dove si sviluppava il “meticciato”. E si era posto anche prima del fascismo, nell’Italia liberale».

All’interno del contesto socio-politico dell’epoca, chi si manifestava a favore di questi provvedimenti?

«Rovesciamo la domanda. Chi si manifestava contrario? Rispondo con le parole di Renzo De Felice: la svolta razzista fu “accolta dalla grande maggioranza degli italiani e degli stessi fascisti con perplessità e molto spesso con ostilità”, ma “per quanto grave, la lacerazione prodotta dalla legislazione antisemita fu, tutto sommato, dal punto di vista del “consenso”, meno decisiva di quanto talvolta viene affermato”. Insomma, nel concreto gli italiani rimasero indifferenti. Il consenso verso Mussolini e il fascismo entra in crisi nel 1941/42, con i primi esiti negativi della guerra, non con le leggi razziste. Va detto, perché è il nostro passato, al di là delle responsabilità storiche di Mussolini e del Re Vittorio Emanuele III, che avallò quelle leggi».

Riguardo al suo libro “La destra e gli ebrei”, quale l’atteggiamento della destra rispetto alla questione ebraica?

«Come diceva Prezzolini le destre possono essere 3 ma anche 33. Chiariamo di che cosa parliamo. Quel libro nacque dalla curiosità di scoprire come si rapportò alle leggi razziali e all’antisemitismo in genere il mondo degli ex o se si vuole post fascisti, che in parte si raccolsero nel Movimento Sociale Italiano, naturalmente venato di nostalgia per il passato regime. Ebbene, dall’analisi della pubblicistica e della documentazione disponibile, emerge che la nostalgia non riguardava l’antisemitismo. Almeno nella maggioranza di quel mondo. Ci fu imbarazzo. Ci fu il tentativo di capire e spiegare. Ma non l’adesione all’antisemitismo politico fascista. Ci si chiese, spesso, come fosse potuto accadere. Anche di fronte alla tragedia umana vissuta dai fascisti ebrei, talvolta capaci di protestare la loro fedeltà pur in quella situazione drammatica. Si pensi all’ex ministro Guido Jung, che chiese a Mussolini di potersi arruolare anche sotto falso nome. Una tragedia nella tragedia. Da quelle riflessioni, con il tempo, si passa all’aperta simpatia verso lo stato di Israele, considerato un eroico baluardo dell’Occidente, soprattutto a partire dal 1967. Diverso è il discorso per quanto riguarda quel filone del neofascismo che è stato definito “destra radicale”. Faceva riferimento essenzialmente al pensatore Julius Evola, un eretico nel periodo fascista. In quel mondo, in verità marginale, l’antisemitismo politico e filosofico è sempre rimasto presente».

Si può parlare tutt’ora di antisemitismo?

«Direi proprio di sì. È come un fenomeno carsico, riemerge nei momenti di crisi sociale ed economica. È anche un fenomeno cangiante. Oggi, a parte il radicalismo di destra, è una bandiera per il mondo islamico e per le frange dell’ultrasinistra europea. Si pensi ai tanti attentati contro gli ebrei in Francia e non solo. Io vedo il rischio che, come nel secolo scorso, gli ebrei tornino a essere individuati come idealtipo del “nemico”. Rischiano di tornare di attualità le parole scritte dal grande chansonnier italo-francese Herbert Pagani nel 1975, per reagire all’assimilazione tra sionismo e nazismo fatta in una mai troppo deprecata mozione anti-israeliana dell’Onu: “Ora che una patria esiste, l’antisemitismo rinasce dalle sue ceneri, o meglio scusate, dalle nostre, e si chiama antisionismo”».

Chi erano Ugo Spirito e Renzo de Felice? E di cosa si occupa la Fondazione loro dedicata?

«Ugo Spirito, scomparso nel 1979, è stato uno dei maggiori filosofi italiani del Novecento. Di formazione attualista, fu definito il filosofo del “problematicismo”. “La vita come ricerca” fu forse la sua opera più importante. Alla sua morte, alcuni estimatori presero l’iniziativa di non disperdere il suo archivio e la sua biblioteca e intorno a questo patrimonio culturale nacque nel 1981 a Roma la Fondazione intitolata al suo nome. Lo scopo non era banalmente quello di diffonderne il pensiero ma, problematicamente, di creare un luogo di liberi studi storici, filosofici ed economici. Fin dall’inizio lo storico Renzo De Felice fu vicino alla Fondazione e l’ha presieduta dal 1992 alla morte prematura nel 1996. In sua memoria l’istituto ha assunto il nome attuale di “Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice”. Si occupa, come allora, di studi e ricerche scientifiche. Grazie a donazioni e acquisizioni successive oggi conserva e mette a disposizione circa sessanta fondi archivistici, alcuni di grande rilievo. Penso tra i tanti a quelli di Salvatore Valitutti e Camillo Pellizzi. La biblioteca della Fondazione conta oltre 60mila volumi. Quest’anno compiono trent’anni gli “Annali” della Fondazione, che raccolgono questi studi. Nel presentare il primo fascicolo, nel 1989, Renzo De Felice scrisse che la Fondazione era “una scommessa sull’intelligenza e la buona fede degli intellettuali italiani, sulla loro capacità di essere uomini di cultura, prima di ogni altra cosa”. Con l’amico storico Giuseppe Parlato, che la presiede, abbiamo la speranza di aver vinto la scommessa e l’orgoglio di continuare il percorso lungo queste direttrici».

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