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Il sottile piacere di essere vittima

Il crescere della civiltà e della cultura ci fa accrescere e cambiare la nostra sensibilità sulle violenze e sulle manifestazioni di essa. Non solo della violenza in sé, ma anche della violenza istituzionale, basti pensare all’uso della tortura che oggi non sarebbe più ammessa. Ovviamente sto parlando del primo mondo, quello occidentale, come veniamo definiti dagli africani.
Adesso è il momento storico clou nella condanna della violenza e nella scoperta delle mille piccole forme di violenza nascoste ovunque nella nostra vita quotidiana, dalla violenza fisica, ma anche quella psicologica, dalle umiliazioni che sono violenza alla violenza assistita. Stiamo in un crocevia storico da cui dovrà uscire un modo diverso di rapportarsi fra persone e anche fra persone ed animali e piante, modo di rapportarsi non nuovo, non sconosciuto nella storia, ma conosciuto a civiltà estremamente avanzate come era quella degli indiani pellerossa o quella delle Amazzoni o altre civiltà mediterranee scomparse (si leggano i libri dell’archeologa Marija Gimbutas ad esempio).
Per raggiungere questo nuovo livello di civiltà dovremo lavorare anni per sconfiggere la violenza in quanto il rapporto violento è sicuramente più facile e veloce, si zittisce l’altro e si ha sempre ragione. Dovremo, però, anche combattere la mentalità vittimistica delle vittime, perché essere vittima non è solo una croce, ma può essere anche un sottile piacere. Quale piacere? Ma quello di non avere responsabilità alcuna, responsabilità che in Italia viene chiamata sempre colpa, subendo noi la canonizzazione di ogni azione o sentimento. La vittima è l’elemento passivo della coppia vittima-carnefice e, quindi, secondo la lettura popolare quello inerte, che subisce e non fa nulla e quindi non ha responsabilità.
Qui si innesca la nostra lettura che mette in evidenza come il non fare nulla è esattamente fare qualcosa, è diventare complici del proprio carnefice, godere del sottile piacere di essere compianta, di essere colei che ha ragione, perché le vittime hanno tutti dalla loro parte, sono le “poverine” di turno e questo crea loro un piacere masochistico e dà loro un potere, quello di essere compianta, e poter chiedere affetto, comprensione, coccole, aiuto. Vedo moltissime vittime parti offese di delitti denunciati e la maggioranza hanno l’identico atteggiamento di soggetto da aiutare comprendendo e condannando il carnefice senza alcun rilievo critico nei propri confronti, fatto che se a livello giuridico può essere corretto a livello morale e antropologico non lo è. Questo atteggiamento non le aiuta a superare il trauma subìto ed il ruolo scelto di vittima, anzi le cristallizza nel ruolo di vittima e le rende sempre più vulnerabili. L’approccio al loro vissuto, come dice Anna Stromillo, mediatrice familiare volontaria dello sportello Anna Maria Marino, deve essere tale da non compiangerle o compiacerle ma da farle capire che hanno subito un trauma e siamo pronte e traghettarle fuori dal quel ruolo e quella situazione.
Molte accettano, sempre di più, mentre molte preferiscono rimanere in un ruolo che ha, comunque, i suoi vantaggi. Prima di tutto il vantaggio di non avere responsabilità alcuna e di poter scaricare tutto sugli altri. Addirittura una sera al ristorante due amiche mi guardavano e aspettavano che leggessi loro il menù perché così erano abituate dal marito ed alla mia osservazione che avevano mani ed occhi mi hanno risposto: ma dobbiamo prendere gli occhiali! Ho risposto che anche io usavo gli occhiali e che si attrezzassero … questa è l’utilità secondaria di non sapere fare, non sapere reagire … quante volte le piccole o grandi vittime usano gli altri … ma il loro comportamento aiuta chi sostituisce al dialogo la violenza a perseverare perché il gioco si fa in due, oppure in tre: vittima-carnefice e salvatore, il principe azzurro che non arriva mai.

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