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Il valore della testimonianza: chi mente sa di farlo e spera di essere creduto

La menzogna è, secondo Luigi Anolli, «un atto comunicativo consapevole e deliberato di trasmettere una conoscenza non vera a un’altra persona in modo che quest’ultima assuma credenze false sulla realtà dei fatti».

Gli elementi che la caratterizzano sono, dunque, la falsità del contenuto, la consapevolezza di tale falsità e l’intenzione di ingannare il destinatario. Mentire è un comportamento che determina disapprovazione sociale, ma largamente diffuso nella popolazione umana, presente nelle conversazioni quotidiane e nella vita di comunità.

Dobbiamo intendere la menzogna come una strategia comunicativa, così come gli animali mentono con lo scopo di sopravvivere al nemico o intrappolare una preda.

Come si evince, la menzogna è un comportamento volontario; si racconta un fatto con cognizione di causa, ciò che non accade nell’errore poiché viene data una notizia falsa senza volerlo.

Chi mente ne è consapevole e si aspetta di essere creduto.

Le persone percepiscono di dire meno menzogne rispetto agli altri, basti pensare alle bugie non gravi, a basso investimento cognitivo. In questo caso, le menzogne a basso rischio hanno un buon livello di accettabilità sociale e sono pronunciate per non ferire il sentimento dell’altro. Esposte senza un piano elaborato in anticipo e senza un pensiero attento, l’impegno cognitivo e la tensione sono limitati, intendendo massimizzare le opportunità e minimizzare il rischio. Ne sono un esempio le bugie pedagogiche: “Mamma ti piace il mio disegno?” “Certo, è bellissimo!” o ancora le bugie dette per buona educazione “Questo vestito ti sta benissimo”.

Le menzogne ad alto rischio, invece, nascono da un’acuta pianificazione mentale in cui l’impegno emotivo è elevato, comportando conseguenze serie sia per il mentitore sia per il destinatario.

Il dilemma che sorge è se sia meglio dire la verità e accettare le conseguenze subito oppure dire una menzogna accettando le eventuali penali da pagare.

Si tratta di menzogne ad alta complessità intenzionale: vi è un’intenzione nascosta (quella di ingannare chi ascolta, che non deve trapelare), l’intenzione manifesta (quella di fornire un’informazione falsa) e un’intenzione di sincerità (che coincide con il desiderio di essere creduti).

Le persone sospettate, innocenti e veritiere, preoccupate di non essere credute possono mostrare un’attivazione emotiva e processi cognitivi simili alle persone colpevoli timorose di essere condannate. È il così definito “errore di Otello”, con riferimento alla tragedia di Shakespeare : «Otello accusò erroneamente sua moglie Desdemona di infedeltà, minacciandola di morte se non avesse confessato il suo tradimento. Desdemona chiese a Cassio, il suo presunto amante, di presentarsi per testimoniare la sua innocenza. Otello però disse di aver già ucciso Cassio per tale affronto! Desdemona, realizzando di non poter più provare la propria innocenza, scoppiò in uno sfogo emotivo piangendo disperata, pianto che Otello interpretò come prova indiscussa della colpevolezza di sua moglie, che quindi uccise!».

L’interpretare troppo frettolosamente segni come prova, andare alla ricerca di indizi e procedere con una scarsa considerazione per le differenze sono tutti fonti di errore. La capacità di smascherare il mentitore e riconoscere le menzogne altrui è modesta, circa il 60% di riconoscimento corretto negli studi sperimentali. Le ragioni della bassa abilità risiedono nell’esistenza di una grande quantità di modi di mentire così da rendere difficile l’elaborazione di indizi menzogneri universali, nella tendenza delle persone a elaborare teorie sui comportamenti dei mentitori e la tendenza ad accettare come veritiere le affermazioni degli altri.

Le differenze comportamentali e comunicazionali tra verità e menzogna sono minime; esistono tuttavia alcune teorie che ci permettono di rilevare le bugie: per l’approccio emotivo, mentire produce elevata attivazione di senso di colpa, paura, eccitazione; secondo l’approccio cognitivo mentire è un compito complesso, mentre per la teoria del tentato controllo comportamentale mentire prevede una sorveglianza di ciò che culturalmente è associato ad bugiardo.

Per poter smascherare la menzogna è opportuno analizzare i contenuti verbali del discorso, utilizzare strumenti in grado di misurare la variazione fisiologica del mentitore e una attenta osservazione del comportamento non verbale. Sebbene la comunicazione umana sia costituita da indicatori non verbali, paraverbali e verbali, non ci sono aspetti correlati alla bugia, se non credenze stereotipiche (essere nervosi, tesi, contratti, distogliere lo sguardo, …).

Qualsiasi motivo è valido per mentire e la condotta ingannevole è un modo efficace e utile per la gestione delle risorse. In tal senso, mente soprattutto chi ritiene di ottenere maggiori guadagni e vantaggi facendo ricorso, appunto, alla menzogna.

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