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Il grande gioco libico: remake francese contro lungimiranza italiana

La Libia rappresenta oggi uno dei teatri geopolitici più complessi ed importanti, in quanto costituisce il terreno di confronto di diverse e più ampie “partite” geopolitiche, che coinvolgono numerosi attori e si sviluppano su piani differenti. Lo scopo di questo articolo è quello di mettere in luce uno di questi piani, probabilmente il più profondo e “strutturale”, la cui rilevanza tende ad essere trascurata sotto il peso delle pressanti esigenze della contingenza geopolitica. Ciò, tuttavia, non prima di aver accennato, in termini generali, alle principali linee di confronto che connaturano l’attuale quadro.

La spaccatura del mondo sunnita

Una prima importante “linea di faglia” che emerge dall’instabile quadro libico, riflette il più ampio scontro interno al mondo sunnita, che vede la contrapposizione di Qatar e Turchia – finanziatori delle forze libiche islamiste di Kalifa Al-Ghawil, nonchè tra i principali sostenitori della Fratellanza Musulmana durante la stagione delle primavere arabe – all’Egitto e agli Emirati Arabi Uniti, componenti del fronte sunnita guidato dall’Arabia Saudita e sostenitori del generale libico Khalifa Haftar. Il cambio di rotta dell’Amministrazione Trump rispetto al sostegno al cosiddetto “Islam politico” protagonista delle “Primavere”, l’isolamento del Qatar e la pressione politica, finanziaria ed economica esercitata dagli USA sulla Turchia, stanno dunque ripercuotendosi sullo scenario libico, contribuendo a rafforzare la posizione del generale Haftar e, specularmente, indebolendo quella delle formazioni islamiste di Al-Ghawil, che all’inizio di quest’anno avevano mostrato una certa vitalità ed intraprendenza. In riferimento a questi sviluppi può essere meglio inquadrata l’accelerazione francese sulla necessità di tenere delle elezioni generali in Libia entro dicembre di quest’anno.

Italia-Francia e l’approvvigionamento energetico

L’altra importante “partita” che si sta infatti giocando in Libia, paese strategico per il fronte sud europeo sia in chiave di approvvigionamento energetico che di sicurezza dei confini, è quella tra la Francia, in prima linea nella fase che ha portato al rovesciamento del regime di Gheddafi, e l’Italia, i cui rapporti politici, economici, militari e culturali con la Libia rappresentano, successivamente alla fase coloniale, una costante ininterrotta da numerosi decenni. Parigi, che fin dalla fase di attacco al regime di Gheddafi ha tentato di assumere la regia di un costituendo nuovo ordine libico, sostiene con decisione la leadership del generale Haftar e del governo di Tobruk. In occasione della conferenza tenutasi a maggio nella capitale francese, il presidente Macron ha sollecitato i leader dei contrapposti governi di Tripoli e Tobruk a raggiungere un accordo per la stabilizzazione del paese, proponendo un iter “a tappe forzate” che prevede l’adozione di una nuova architettura costituzionale entro settembre di quest’anno e lo svolgimento delle elezioni a dicembre. Quanto al nostro paese, l’Italia costituisce il principale sostenitore del governo di Tripoli guidato da Fayez Al-Serraj, l’unico riconosciuto dall’ONU quale governo legittimo, che si è insediato in contrapposizione al governo islamista di Kalifa Al-Ghawil. Recentemente è stata annunciata la riattivazione del Trattato di amicizia italo-libico stipulato nel 2008, che assume il governo di Serraj come sola legittima parte contraente.

L’appoggio statunitense

La linea adottata dall’Italia, nonchè il ruolo che il nostro paese esercita attualmente in Libia e che, soprattutto, si candida ad esercitare nell’immediato futuro, sembrano godere del pieno sostegno dell’Amministrazione americana. Durante il recente incontro alla Casa Bianca con Donald Trump, il Presidente del Consiglio Conte ha annunciato l’indizione di una conferenza di pace da tenersi a Roma nel prossimo novembre, manifestando, di fatto, una decisa contrarietà rispetto ai tempi e alle dinamiche che la Francia ha tentato di imporre con la Conferenza di Parigi, e ottenendo il prezioso supporto politico americano su tale linea di intervento. A completare il complesso puzzle degli attori in grado di condizionare il gioco libico, figurano la Russia e il Regno Unito. Se il ruolo dei britannici appare più sfumato, ma non per questo meno rilevante, considerati gli storici rapporti con la Senussia, confraternita ancora molto presente ed influente soprattutto in Cirenaica, la Russia sembra assumere un posizionamento più chiaro e definito.

La Russia di Putin

Putin ha sostenuto fin dall’inizio l’affermazione del generale Al-Sisi in Egitto, e costituisce oggi uno dei principali riferimenti internazionali del generale Haftar. Oltre a consolidare la posizione egiziana in un’area confinante, il prioritario interesse dei russi nel quadro libico è quello di tornare ad avere una posizione analoga, sia sul piano economico che su quello della presenza militare, a quella che i sovietici avevano ottenuto con Gheddafi negli anni ’80. A fronte di una convergenza russa sull’opzione Haftar, si è registrata, ciononostante, una sostanziale freddezza da parte di Mosca in merito alla road map sostenuta da Parigi per la stabilizzazione del paese, che sembra evidenziare importanti differenze di prospettiva nell’ambito dell’ampio fronte di paesi che sostengono il generale libico.

Alle origini delle Primavere Arabe

Quanto analizzato finora mette in luce un quadro politico complesso, al cui interno risulta tuttavia necessario individuare le “linee di forza” prevalenti. A tal fine appare opportuno ritornare al punto d’origine della crisi libica, rispetto al quale l’interventismo franco-britannico costituì certamente uno dei fattori decisivi rispetto all’esito della rivolta anti-Gheddafi, ma collocato nell’ambito di un fenomeno insurrezionale più ampio che ha interessato l’intero mondo arabo sunnita, scosso nei suoi equilibri interni dal riemergere di secolari tendenze proprie della tradizione islamica. Le “Primavere Arabe” sono infatti scaturite dal conflitto violento tra il modello di Islam “statale”, a lungo prevalente nei paesi arabi della sponda nord del mediterraneo, e un emegente “Islam popolare”, realtà politica e culturale di cui la Fratellanza Musulmana costuisce una delle espressioni più rappresentative, che evidenzia una connessione con antiche concezioni, le quali attraversano la storia islamica come un fiume carsico per poi periodicamente riemergere.

Storicamente, il processo di ”statalizzazione” dell’Islam si è incentrato sull’inserimento della Sharia, quale primaria fonte del diritto, all’interno dei testi costituzionali. Tale orientamento ha determinato, paradossalmente, un sostanziale ridimensionamento del peso politico e della capacità di influenza delle autorità religiose, in quanto, in un tale sistema il controllo di conformità delle leggi alla Sharia viene attribuito in via esclusiva alla Corte Costituzionale, i cui giudici risultano del tutto indipendenti dalle autorità islamiche poiché nominati dal potere politico e dalla stessa magistratura.

Nel quadro di uno stato di diritto meramente di facciata, la natura autoritaria di tali regimi trovava una propria legittimazione nella redistribuzione in termini sociali di proventi derivati dallo sfruttamento delle risorse naturali, secondo uno schema noto come “contrattazione autoritaria”.

Se dunque i processi di ”statalizzazione” dell’Islam, a lungo sostenuti e incoraggiati dalle potenze occidentali, si sono rivelati in grado di escludere dal sistema – temporaneamente – le tendenze più intransigenti, i rivolgimenti degli ultimi anni hanno evidenziato come ne abbiano favorito, allo stesso tempo, la radicalizzazione.

Il revivalismo islamico

Il fenomeno che, già a partire dagli anni ’70 del ventesimo secolo, è stato interpretato come ”revivalismo” islamico, e che nell’Islam ”popolare” ha assunto la fisionomia di un’alternativa islamica all’Occidente e ai sistemi statali arabi, si sostanzia di un moto di riespansione del senso di appartenenza alla Ummah e, conseguentemente, al paradigma comunitario islamico. La Ummah, ossia la comunità dei fedeli, riacquista nella concezione dell’Islam ”popolare” un ruolo essenziale. Essa rappresenta l’autentica ”nazione” islamica, che si costituisce nel momento e nel luogo in cui viene diffuso il contenuto della rivelazione coranica, stabilendo con questo processo un rapporto inscindibile di derivazione e di simbiosi. Si riafferma, dunque, una visione essenzialmente ”spirituale” dello spazio pubblico, ed è in questa prospettiva che va interpretato il rafforzamento del legame delle nuove generazioni con la comunità islamica “universale”, la quale, superando i vincoli nazionali, fa prevalere l’appartenenza all’Islam su ogni altra identità. In quest’ottica, il singolo risulta detentore di diritti e di doveri non in quanto individuo, bensì in quanto membro appartenente alla Ummah. Il principio statal-individualistico, che sta alla base della formazione statale di derivazione occidentale, viene superato da una concezione comunitaristica e universalistica, potenzialmente in grado di dare vita ad un nuovo potere costituente e ad una nuova organizzazione dello spazio pubblico. Quanto analizzato finora evidenzia delle linee di tendenza profonde, in grado di condizionare ogni possibile indirizzo di azione geopolitica e ogni tentativo di stabilizzazione che non ne tenga adeguato conto. Pertanto, alla luce di ciò, il tentativo francese di forzare la situazione libica all’interno del vecchio schema della “contrattazione autoritaria”, ossia di un governo retto da una personalità “forte” espressione dell’esercito, sembra non tenere per nulla conto di quanto emerso negli ultimi anni all’interno del mondo arabo-islamico. Quello che si vuole mettere in discussione in questa sede, non è l’effettiva solidità della leadership di Haftar, settantacinquenne con seri e conclamati problemi di salute, bensì la strategia anacronistica quanto fragile che ne anima il sostegno. La recente esperienza politica e costituzionale tunisina dimostra che esiste un potenziale spazio politico tra la soluzione islamista, rappresentata in Libia da Kalifa Al-Ghawil, e il remake di modelli di governo passati rappresentato da Khalifa Haftar.

Le alternative

La nuova costituzione tunisina ha escluso la Sharia dal sistema delle fonti del diritto ed ha introdotto un sistema autenticamente semi-presidenziale, nel quale il governo risulta responsabile di fronte al parlamento, ed è inoltre previsto un significativo decentramento amministrativo. I primi passi della nuova democrazia tunisina, svoltisi in un quadro ancora non perfettamente stabilizzato e soggetto a frequenti esplosioni di tensione, hanno visto un’evoluzione di Ennahda, movimento espressione della Fratellanza Mussulmana in Tunisia, verso l’abbandono dei principi dell’Islam “politico” e la totale adesione alla prassi democratica, processo conclusosi con il congresso del movimento del 2016. In realtà, abbiamo osservato come l’esclusione della Sharia dal sistema delle fonti costituzionali possa, paradossalmente, rafforzare i movimenti espressione dell’Islam “popolare”, più facilmente identificabili come i custodi e gli interpreti dell’identità religiosa islamica, e come le varie espressioni della Fratellanza Mussulmana abbiano sviluppato nel tempo una straordinaria capacità di adattamento alle mutate condizioni politiche, senza per questo cambiare effettivamente il loro orientamento e i loro obbiettivi di fondo. Tuttavia, nonostante queste importanti incognite, quella tunisina rappresenta un’esperienza che dà vita ad un nuovo modello politico, di cui sarebbe un serio errore non tenere conto in rapporto alla situazione libica. Tanto più che il forte senso di appartenenza etnico-tribale presente in Libia, se da un lato ha costantemente ostacolato l’affermazione di un sentimento autenticamente nazionale, dall’altro rappresenta una forte resistenza al radicamento di concezioni universalistiche proprie della nuova fiammata islamista. Il sostegno italiano al governo di coalizione di Fayez Al-Serraj, che si è affermato in Tripolitania in contrapposizione all’islamista Kalifa Al-Ghawil, sembra andare in questa direzione, ossia verso un tentativo di stabilizzare il paese su basi nuove e più solide rispetto al recente passato. Se la Francia, assieme all’Egitto, agli Emirati Uniti e alla Russia, sembrano voler favorire l’affermazione di un nuovo “modello Gheddafi”, il nostro paese appare più orientato a raccogliere la sfida che le “Primavere Arabe” hanno posto, spazzando via modelli politico-costituzionali che rappresentavano l’ultimo residuo dell’epoca della guerra fredda. Si tratta di una scelta non esente da rischi e notevoli difficoltà, spesso criticata aspramente sul fronte interno, ma che denota una strategia potenzialmente più lungimirante di quella adottata da altri paesi.

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