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Interruzione della gravidanza e risarcimento del danno, le novità sul tema

Senza dubbio uno dei temi più dibattuti, tanto a livello di opinione pubblica quanto a livello politico, mediatico e anche giudiziario, è quello dell’aborto, indicato come “interruzione volontaria di gravidanza” e normato in Italia dalla nota e ancora oggi discussa legge n. 194/1978.

È innanzitutto bene specificare che, nell’ordinamento italiano, nella legge apposita, non si definisce mai l’aborto come diritto: non viene definito così nella legge n. 194/1978, che parla anzi al suo primo articolo di diritto alla procreazione cosciente e responsabile, di valore sociale della maternità e di tutela della vita umana sin dal suo inizio, e non viene definito così nella giurisprudenza, tanto di merito quanto di legittimità. Esso può essere definito come facoltà o libertà, ma non come diritto (cfr. quanto detto in questo articolo della prestigiosa “Rivista di Diritto Civile” https://art.torvergata.it/retrieve/handle/2108/219249/427814/Farace%20-%20Interruzione%20volontaria%20della%20gravidanza.pdf); chi, a sua difesa, ne parla in tali termini dimostra la sua ignoranza o malafede, dal momento che ciò non ha riscontri positivi, e si trascenderebbe invece in campi politici e ideologici non aventi a che fare con la legge.

Non solo, bisogna anche considerare il dato normativo dell’articolo 5 del Codice Civile, che vieta gli atti di disposizione del proprio corpo, e il combinato disposto degli articoli 1 comma 2, 462 e 784 del Codice Civile, che riconoscono una serie di diritti specifici del concepito, soggetto di aspettative di diritto; si deve inoltre rammentare il relativamente recente articolo 593 ter del Codice Penale, che introduce il reato di interruzione di gravidanza non consensuale, che vuole tutelare la salute della donna oltre a quella del feto.

A livello civile quanto penale, quindi, l’interruzione di gravidanza non è ritenuta un diritto, né l’ordinamento lascia sprovvisto di tutele e aspettative il concepito; l’equilibrio tra presenza e finalità (o tra le più finalità) della legge n. 194/1978, che permette l’aborto, e tra presenza di norme positive che tutelano il concepito e le sue aspettative appare tuttavia come problematica e discutibile.

A motivo di ciò la giurisprudenza (di primo e secondo grado, di Cassazione, di Consulta) si è spesso espressa sulle questioni sottese alla legislazione in questione, legislazione peraltro tanto difesa, anche se spesso a sproposito, come si è detto all’inizio dell’articolo, quanto disattesa e combattuta.

Pur non avendo capacità giuridica ex lege, per la giurisprudenza, anche recente, il concepito è un soggetto di diritto, in quanto titolare di molteplici interessi personali, riconosciuti dall’ordinamento nazionale come sovranazionale e internazionale, quali il diritto alla vita e alla salute, all’onore e all’identità personale, alla nascita sana; diritti rispetto ai quali l’evento nascita è condizione imprescindibile allo scopo della loro azionabilità in giudizio a fini risarcitori (cfr. ex multis la sentenza di Cassazione n. 9700/2011, vedasi la massima qui https://www.altalex.com/documents/massimario/2011/06/06/morte-del-genitore-figlio-nascituro-risarcimento-danni e il testo qui http://www.comparazionedirittocivile.it/prova/files/ncr_cassazione_20110503.pdf ).

Di particolare interesse è un provvedimento, un’ordinanza, della Corte di Cassazione, la n. 25875/2020, con la quale venne respinta la richiesta di risarcimento del danno presentato da una donna che, a seguito di un aborto volontario, aveva perso la possibilità di procreare, sostenendo di non essere stata adeguatamente informata dei rischi; la Suprema Corte aveva ritenuto che, pur essendo stato violato il suo diritto al consenso informato, la parte attrice avrebbe dovuto fornire la prova, di fatto impossibile, che, se fosse stata adeguatamente informata, non avrebbe abortito. (vedasi qui https://www.studiolegalelocatelli.net/public/contenuti_documenti/Cassazione%20civile,%20sezione%20III,%20ordinanza%20n.%2025875%20del%2016%20novembre%202020.pdf per il testo dell’ordinanza e qui per un elenco di estratti di studi e articoli scientifici sui rischi di sterilità e malattie, anche neoplastiche, legate all’interruzione di gravidanza https://www.uccronline.it/2010/04/22/laborto-aumenta-la-probabilita-di-danni-e-infezioni-allutero/).

Più recente e altrettanto interessante è un’altra ordinanza di Cassazione, la n. 26301/2021, con la quale si definisce il danno da morte del feto quale danno da perdita del rapporto parentale; tale ordinanza è importante in quanto conferma non solo il legame tra concepito e sola madre, ma tra concepito ed entrambi i genitori, e, anche, conferma una tutela tanto civile quanto costituzionale del concepito stesso, pur mantenendo comunque una differenziazione tra perdita del rapporto parentale e sua “mera” compromissione. Ad ogni modo, la perdita del concepito viene posta come fondamento di un danno e di una sua pretesa di ristoro e risarcimento (vedasi qui per il testo dell’ordinanza https://www.altalex.com/documents/news/2021/10/15/danno-da-morte-del-feto-e-danno-da-perdita-del-rapporto-parentale).

Tale breve esposizione su un tema così complesso e delicato non può che confermare come, a più di quarant’anni dalla depenalizzazione e legalizzazione dell’aborto, esso sia ancora sentito e foriero di discussioni e, anzi, non scontato e non riconducibile a facili e non fondati slogan; è possibile anzi riconoscere e ipotizzare come, per via giurisprudenziale, sempre maggiori diritti possano essere riconosciuti al concepito.

Si segnala infine una recente proposta di legge volta a far riconoscere la piena personalità giuridica del concepito, con l’estensione della menzionata capacità ex artt. 1 e 5 del Codice Civile non solo al nato ma al concepito e al nascituro (vedasi qui per una panoramica della questione https://www.avvenire.it/attualita/pagine/proposta-personalita-giuridica-al-concepito e vedasi qui il testo di un disegno di legge analogo ripreso da quest’ultimo https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/341414.pdf).

Sarà interessante quindi osservare le evoluzioni tanto legali quanto giurisprudenziali del tema in questione.

About Roberto De Albentiis

Nato ad Assisi (PG), nel 1991, laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Perugia e specializzato in professioni legali presso la Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali a Macerata.

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