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Iran: il sogno neo-imperiale persiano e l’esplosione dei conflitti interni

L’attacco terroristico che sabato ha insanguinato una parata militare, provocando la morte di ventinove persone – in prevalenza civili – ed il ferimento di altre cinquantatrè, è avvenuto ad Ahvaz, capoluogo della provincia iraniana del Khuzestan, dove vive una importante minoranza araba. L’Isis ha provveduto prontamente a rivendicare l’attentato, sebbene appaia più credibile quella dell’Arab Struggle Movement for the Liberation of Ahvaz, che accredita la matrice interna dell’attacco.

Il Khuzestan è la provincia iraniana dove si concentrano il maggior numero di giacimenti petroliferi e di impianti di raffinazione, che con una popolazione di solo quattro milioni di abitanti contribuisce al Pil nazionale per ben il 14,5%. Le frequenti proteste che si erano recentemente verificate ad Ahvaz, avevano indotto il governo centrale ad adottare una serie di provvedimenti repressivi, sfociati nell’arresto di numerosi attivisti.

Il presidente iraniano Rohani ha prontamente accusato gli Stati Uniti, Israele e gli Stati arabi del Golfo, di essere i mandanti ed i sostenitori degli attentatori, e ha minacciato una risposta definita come “devastante”. Se già in passato, all’inizio dello scoppio del conflitto tra Iraq e Iran, il carattere prevalentemente arabo di questa provincia fu utilizzato quale pretesto per giustificare l’invasione del sud del paese, la minoranza araba del Khuzestan non è l’unica fonte di instabilità interna. Il quadro etnico-culturale dell’Iran appare infatti molto articolato e, in base al censimento del 2016, soltanto il 52% della popolazione parla il persiano come primo idioma, mentre ben il 26% parla azero, il 10% curdo, il 3% il beluci e il 2% l’arabo.

Se l’importante minoranza curda, che occupa le province di Kermanshah e del Kurdistan, nel versante nord-occidentale del paese, non è impassibile al fermento indipendentista che anima i curdi in Iraq e Turchia, i maggiori motivi di preoccupazione per Teheran provengono dalle province azere – Azerbaigian occidentale, Azerbaigian orientale, Zanjan e Ardabl – nel nord del paese e dal Sistan-Balucistan, provincia sud-orientale. La consistente minoranza azera ha avuto un ruolo di primo piano nella storia del paese, in quanto le dinastie safavide, afsharide e cagiara erano azere, ma l’avvento della dinastia persiana dei Pahlavi e il successivo governo degli Ayatollah ne hanno ridotto significativamente l’influenza. La spinta indipendentista si è concretizzata nel 1945 con la nascita della Repubblica Democratica dell’Azerbaigian, che ebbe però una vita molto breve, mentre oggi sfocia con perodicità frequente in forti ondate di proteste. L’alto fronte ad alta tensione è quello del Sistan-Balucistan, provincia al confine con il Pakistan, ricca di risorse energetiche e minerarie, dove la minoranza etnica dei baluci, musulmani di confessione sunnita, ha da sempre mostrato un forte sentimento autonomista, orientato non all’indipendenza bensì all’ottenimento di maggiori diritti. Il governo iraniano ha sempre represso duramente le iniziative di protesta organizzate dai baluci, respingendone integralmente le richieste, ed ha più volte accusato la Cia ed il Mossad di finanziare e fomentare il loro tenace movimento di resistenza.

Il quadro interno all’Iran evidenzia, dunque, molteplici focolai di tensione, potenzialmente in grado di impegnare seriamente il governo e le forze di sicurezza su più fronti contrapposti. Il paese potrebbe a breve trovarsi stretto tra l’esposizione militare in Siria, la pressione economica delle nuove sanzioni americane ed un’escalation conflittuale interna in più aree. A questo punto è difficile immaginare come la leadreship iraniana possa allontanarsi dal punto di rottura che porterebbe ad un regime change, senza comunque andare incontro ad una crisi di credibilità che ne segnerebbe molto probabilmente il crollo.

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