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La Cina è più vicina?

Il titolo di questo articolo riprende un celebre slogan in voga alla fine degli anni ’60, declinandolo tuttavia in forma interrogativa. Domani avrà inizio la visita del ministro dell’economia Giovanni Tria in quello che fu l’Impero di Mezzo, la Cina appunto, sulla quale si è concentrata un’insolita attenzione gravida di aspettative.

I titoli di Stato, il ministro Tria e il vice direttore di Banca d’Italia

Se infatti quella in Cina è ormai da lungo tempo una tappa obbligata per tutti i ministri dell’economia del nostro paese, non sfugge il fatto che Tria abbia scelto Pechino come meta della sua prima missione all’estero, rompendo una tradizione che vedeva le capitali europee e Washington quali destinazioni di inizio mandato. La presenza del vice direttore della Banca d’Italia Fabio Panetta nella delegazione che accompagna il ministro, accredita l’ipotesi che il governo stia cercando nuovi finanziatori per il debito pubblico italiano, al fine di far fronte alla drastica riduzione del Quantitative Easing della Banca Centrale Europea prevista per il prossimo anno. Il tema della possibile crescita incontrollata dello spread è al centro delle preoccupazioni del governo giallo-verde, in quanto da gennaio del prossimo anno dovranno essere rifinanziati circa 380 miliardi di nuovi titoli, rivolgendosi essenzialmente al mercato. Se nel 2016, infatti, la Banca Centrale Europea ha acquistato il 45% dei titoli italiani a medio e lungo termine, questa quota è destinata a ridursi al 24% entro la fine di questo anno e al 9,5% nel 2019. L’Eurotower scenderà dai 110 miliardi di acquisti di questo anno ai 20 miliardi previsti per il 2019.

I conti pubblici e il mercato

Per comprendere l’impatto del Quantitative Easing sui conti pubblici italiani, basta considerare come negli anni 2000, con un debito stimato al 105% del Pil, gli interessi ammontavano al 6,1%, mentre attualmente assommano a circa il 4% a fronte di un debito pubblico pari al 132% del Pil. Nonostante un debito pubblico che, sommando quello delle province e delle grandi aziende di Stato, raggiunge la quota del 300% sul Pil, il governo cinese, in virtù dello stretto controllo esercitato sulla banca centrale, avrebbe la possibilità di intervenire massicciamente nell’acquisto dei titoli italiani. Non appaiono tuttavia chiare le ragioni che potrebbero indurre il governo del Dragone ad una tale esposizione.

Gli investimenti

Analizzando il quadro degli investimenti cinesi all’estero, emerge come l’Europa abbia superato gli Usa quale principale meta di destinazione dei capitali: dal 2005 al 2016 la Cina ha investito nel Vecchio Continente da ben 164 miliardi di dollari Usa a fronte dei 103 miliardi investiti negli Stati Uniti. In particolare tra il 2000 e il 2016 sono stati investiti 23,6 miliardi di euro in Gran Bretagna, 18,8 in Germania, 12,8 in Italia e 11,4 in Francia. Tuttavia, se si osserva la bilancia commerciale, emerge con evidenza un significativo deficit a danno dei paesi europei, con un -7% dell’Olanda, il -6,9% della Spagna, il -5,2% della Francia e il -5,1% dell’Italia, fino al -3,8% della Germania.

La Commissione Europea

Tale situazione ha indotto la Commissione Europea ad esercitare una maggiore pressione sulla Cina – al momento priva di un qualche esito apprezzabile – affinché si raggiunga un riequilibrio sostanziale, nonché ad imporre dei dazi in alcuni settori considerati strategici, come quello dell’acciaio anticorrosione. Ben più decisa risulta l’azione intrapresa dall’Amministrazione Usa contro il dumping commerciale cinese, sfociata in queste settimane in una vera e propria guerra commerciale, combattuta da Washington e Pechino con l’imposizione di dazi crescenti in diversi settori.

I nuovi rapporti con Cina e Africa

La missione italiana del ministro dell’economia si svolge, dunque, in un quadro abbastanza teso, e se già appare complicato compiere dei passi significativi volti a riequilibrare la bilancia commerciale tra il nostro paese e il gigante asiatico, ancora più complessa sembra la possibilità di ottenere un significativo sostegno finanziario. Dal meeting di Comunione e Liberazione, l’ex Presidente del Consiglio Italiano, nonché ex Presidente della Commissione Europea, Romano Prodi ha sostenuto l’opportunità di un grande accordo tra l’Europa e la Cina relativamente agli interventi in Africa, continente candidato a divenire sempre più il terreno di confronto tra le grandi potenze.

Quello che è apparso come un suggerimento volto ad individuare una contropartita allettante per i cinesi, il cui impegno e la cui presenza nel contesto africano tendono ad assumere connotati sempre più aggressivi, risulta potenzialmente utile al conseguimento di un obiettivo al quale il governo italiano si ritiene ambisca, ma pone una serie di importanti questioni. Se infatti tra il 2015 e il 2016, il nostro Paese è risultato terzo per investimenti nel continente africano dopo Cina e Emirati Arabi Uniti, l’epicentro del nostro interesse sia in termini economici sia di sicurezza è rappresentato dalla fascia nordafricana e, in particolar modo, dalla Libia. In tale contesto geopolitico l’Italia è riuscita a recuperare un ruolo significativo dopo lo tsunami delle “Primavere Arabe”, grazie anche al sostegno accordato dagli Stati Uniti alla nostra politica e alla nostra presenza nell’area. Sostegno che appare più che mai decisivo nel processo di stabilizzazione della Libia e nella missione di contrasto all’immigrazione incontrollata in Niger. La spregiudicata idea, avanzata più o meno provocatoriamente da Prodi, di un “cambiamento di campo” che romperebbe la solidarietà atlantica in Africa, proprio all’inizio di una nuova e accesa competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, appare oltremodo controproducente per gli interessi geopolitici italiani. Quello che molti tra osservatori, analisti e politici italiani sembrano dimenticare, nel frettoloso tentativo di concepire di operazioni “politiche” in grado di disinnescare future crisi finanziarie, è che, storicamente, anche l’avvio di attacchi speculativi risponde ad un preciso input politico, come il recentissimo caso della Turchia sta a ricordare. La missione italiana nell’ex Celeste Impero si muoverà, inevitabilmente, all’interno di un sentiero molto stretto, e rivelerà quanto effettivamente la Cina sia realmente vicina agli interessi italiani.

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