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La crisi della magistratura, la criticità del sistema delle correnti e un possibile modello in Rosario Livatino

Alcuni giorni fa, in una discussione relativa ad un caso giudiziario, un amico, nel commentare la notizia in questione, disse di non avere fiducia nella magistratura odierna; ciò, soprattutto per chi ha fatto certi studi e ha certe aspirazioni in proposito, dispiace enormemente, ma per obbedienza al principio di realtà, ad “Amicus Plato sed magis amica Veritas”, non si può però tenere la testa sotto la sabbia: vi è molto discredito, basta anche solo sentire una conversazione per strada o aprire una sezione commenti di un giornale online nazionale o locale, e, purtroppo, molti fatti sembrano dare ragione.

Ultimo di questi quello del giudice a cena in un ristorante quando per legge sono chiusi (leggi qui), giudice che per accidenti è anche uno di quelli dei processi a Salvini; e stranamente in questo caso non si sono avute reazioni per la violazione delle normative su coprifuoco e locali pubblici, quando invece si sarebbe dovuto ampiamente criticare ciò.

Sono per primi i giudici militanti, delle correnti tutte e soprattutto delle maggioritarie correnti progressiste, ad aver causato un danno enorme e gettato discredito sulla categoria, che non è una mera categoria lavorativa ma un potere pubblico dello Stato e quindi al servizio di tutti, e non può essere partitico e partigiano.

Le correnti progressiste (Magistratura Democratica fu la prima, ne seguirono poi altre) nacquero negli anni Sessanta per “svecchiare” la magistratura, giudicata “fascista”; nessuno aveva richiesto ciò né vi era alcun reale bisogno, fu solo un’azione eversiva di magistrati che pensavano di imporre per sentenza la loro ideologia politica, come poi è avvenuto; ma facendo così, a lungo andare, ha non solo cambiato e indebolito la fisionomia sociale e legale del Paese senza alcun controllo democratico, ma, anche, ha gettato discredito e accuse sulla magistratura stessa tutta.

La magistratura non deve agire come una camera del Parlamento o come un governo, non deve difendere pretesi diritti civili, deve solo applicare la legge e garantire un giusto processo; le correnti politiche, tutte ma soprattutto alcune in particolare tra queste, la danneggiano, e oggi se ne raccolgono i frutti; prima la si finisce con i giudici militanti, meglio è per tutti.

Un magistrato, giudice e pubblico ministero, è soggetto solo alla legge e fedele alla Repubblica, non è un politico, e al momento della vincita del concorso, ma probabilmente anche sui banchi universitari, deve fare una scelta, o la carriera politica, magari ancillare ad una attività da libero professionista, o la carriera magistratuale, per la loro natura le due cose non possono stare assieme.

Non che un magistrato, come del resto ogni privato cittadino, non possa o debba avere idee politiche o partitiche, ma tale delicato compito non può confondersi con l’agone partitico, e del resto la legge e la giurisprudenza in materia sono severe (leggi qui e questo), ed è giusto così.

Le correnti della magistratura, e alcune in particolare tra esse, sfuggono e aggirano tale divieto, permettendo a singoli magistrati di fare de facto attività politica, e per giunta slegata da qualsiasi controllo democratico come nel caso degli altri politici elettivi.

Non ci si può così stupire del decadimento della qualità e dell’autoconsiderazione della magistratura stessa e della sua percezione da parte della cittadinanza, che pure ha sempre mostrato fiducia nelle sue istituzioni giudiziarie, soprattutto sotto Tangentopoli; ma mescolando politica e giustizia, immischiandosi in questo agone, si rischia poi di avere le medesime alterne fortune nei sondaggi d’opinione, oltre a tutto il relativo snaturamento.

Ed è ben più grave una distorsione ideologica del proprio ruolo e della propria missione per interessi di partito e ideologia rispetto a fenomeni, certo gravi e inescusabili, come la corruzione in atti giudiziari o l’approfittarsi del proprio ruolo di magistrato e docente per procacciarsi avventure galanti.

Stupisce o forse no, al riguardo, una sorta di vera e propria congiura del silenzio, dal momento che i maggiori mezzi di informazione, dopo la rimozione dell’oramai ex magistrato Luca Palamara (appartenente alla corrente rivale di Magistratura Democratica Unicost), non si sono più occupati della vicenda correnti e corruzione in magistratura, che non ha riguardato del resto il solo Palamara.

Tra i media, risulta che solo la testata online “Il riformista” si sia occupata dei malumori all’interno del CSM (come riportato qui), come, anche, la sola “Nuova Bussola Quotidiana” (anche qui, che a sua volta ha ripreso alcuni articoli de “Il giornale”) si sia occupata dello scandalo dell’ex Procuratore di Reggio Emilia Marco Mescolini e della sua conduzione politicamente pilotata di grandi inchieste quali quella degli affidi in Val d’Elsa e quella della penetrazione mafiosa a Parma e Reggio Emilia.

È necessaria una grande svolta politica e giornalistica contro questo marciume che inficia e corrompe il corpo magistratuale, ma più ancora è necessaria una svolta e un riappropriarsi delle proprie funzioni nobili di giudici e non di politici da parte dei magistrati e degli aspiranti magistrati: ne va della credibilità e giustizia della magistratura e della democrazia stessa della Repubblica.

In ciò, potrebbe essere utile il ricorso al modello, davvero alternativo ed esemplare, di Rosario Livatino, il “giudice ragazzino” ucciso dalla stidda il 20 settembre 1990, e prossimo alla beatificazione, primo magistrato contemporaneo ad avere questo onore (leggi qui)

Al suo esempio e alla sua intercessione possano guardare i cittadini, gli studenti e aspiranti magistrati e i magistrati ed operatori del diritto!

About Roberto De Albentiis

Nato ad Assisi (PG), nel 1991, laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Perugia e specializzato in professioni legali presso la Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali a Macerata.

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