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La doppia corsa tra la ricerca della giustizia e la prescrizione

La legge n. 103/2017 è detta riforma Orlando dal nome dell’attuale ministro della Giustizia, chiamato anche Guardasigilli. Detta riforma varata nel luglio 2017 è entrata in vigore il 3 agosto 2017 e riforma una serie di norme, apportando anche innovazioni, ma appare in primo luogo come una riforma non organica, che insiste su alcune norme del codice penale ed alcune del codice di procedura, con la stessa mancanza di organicità delle leggi di questi ultimi tempi, ultimi intendendosi almeno trenta anni.
All’interno delle riforme apportate vi è la riforma della prescrizione.
La prescrizione è un istituto che segna il tempo necessario affinché lo Stato non abbia più interesse a perseguire un fatto reato. Una volta decorso il termine di prescrizione in tutti i suoi casi lo Stato non può più procedere, si ritiene che il decorso del tempo abbia fatto perdere allo Stato l’interesse a perseguire il fatto reato, quindi il processo o il procedimento si estinguono a meno che la parte non rinunci alla prescrizione.
Un intervento massiccio sulla prescrizione, i tempi di essa, fu effettuato nel 2005, intervento che fu positivo soprattutto per l’aumento del tempo necessario a prescrivere per le contravvenzioni. Si chiamano contravvenzioni i reati di minore gravità, puniti con pene diverse dalla reclusione e la multa, che prima del 2005 si prescrivevano in due o tre anni, dopo in quattro anni, tempo non modificato dalla riforma Orlando.
Mi occorre dire a questo punto che la politica criminale dello Stato, finora, ha voluto punire come contravvenzioni tutti i fatti reato ambientali, urbanistici e infortunistici, ovvero le violazioni alle norme a protezione dell’ambiente e quelle a protezione dei lavoratori erano tutte previste come contravvenzioni, quindi con tempi di prescrizione ridotti, quindi difficilmente perseguibili, specie perché, decorrendo all’epoca la prescrizione sempre dall’epoca del fatto, spesso si scopriva l’abuso a prescrizione già avvenuta.
Con la riforma Orlando non si sono toccati i periodi base della prescrizione, ma si incide su di essa in altri modi.
In particolare si è previsto l’istituto della sospensione della prescrizione fino ad un anno e mezzo dopo la pronuncia della sentenza di primo grado fin dal momento della redazione della motivazione e altrettanto dopo la pronuncia della sentenza di secondo grado fino al momento della emissione della sentenza di grado superiore. Solo in caso che le sentenze di grado superiore dimostrino infondata la tesi dell’accusa si annullano i periodi di sospensione della prescrizione.
Detta previsione è una novità assoluta nel panorama giuridico italiano, mancante di serie fondamenta giuridiche, eccetto che la condanna in un grado presuppone un accertamento di colpevolezza che viene tutelato dalla sospensione della prescrizione, in modo che non vada disperso a causa dei lunghi tempi della giustizia. Probabilmente sarebbe stato più consono all’ordinamento ed alla Costituzione agire in modo diverso, prevedendo misure che accorcino i tempi della giustizia non allungando quelli della prescrizione. Nel modo in cui si è proceduto non si è risolto nulla in tema di lentezza della giustizia, anzi si sono cambiati i tempi degli istituti assecondando la lentezza presente, che per essere risolta ha bisogno di ben altri interventi. Questo intervento autorizza la lentezza, non la elimina. Aumentare il tempo necessario a prescrivere un reato viene incontro ad una giustizia che ci mette anche dieci anni a giudicare un fatto, senza tenere in conto cosa prova un imputato in quei dieci anni, se innocente, e che rischio corre la società se è colpevole. Non si fanno i processi penali perché vanno fatti, ma si fanno per dare protezione alla società civile, sia reprimendo il pericolo sia rieducando il reo. Ma quale rieducazione si può dare dopo anni dal fatto, quando ormai il mondo è cambiato e con lui le persone, i fatti, la storia.
Pare che del movimento della vita che scorre impetuosa in Italia nulla si sappia. Tutto si muove al ritmo dell’immobile, il panta rei è dimenticato e si immolano persone e cose in ritratti che perdono il loro senso di essere anni e anni dopo, ma che rimangono validi per una politica che rappresenta in pieno questa filosofia.

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