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La filosofia come strumento per “colpire” il bullismo, per l’Università di Perugia si può fare

Filosofare per non bullizzare. Portare la filosofia nelle scuole per contrastare il bullismo. La forza del pensare contro l’irrazionale. È quanto propone il progetto di ricerca “Strumenti psico-pedagogico-didattici per fronteggiare il bullismo” ideato da Roberto De Vivo, dottore in filosofia, e che ha nel professor Gaetano Mollo, ordinario di Pedagogia generale e sociale all’Università di Perugia, il responsabile scientifico.
«Il progetto di attuazione, biennale, intende partire da una rilevazione del fenomeno del bullismo in ambito scolastico, per promuovere cambiamenti negli atteggiamenti e nei comportamenti individuali e collettivi» si legge nel documento preparato da Mollo e De Vivo. La raccolta di dati statistici, specifici nell’ambito dell’educazione sociale anti-bullismo serve «per prospettare una metodologia adeguata ed efficace per il contesto didattico specifico, per generare consapevolezza e produrre adeguati atteggiamenti».
E cosa può fare la filosofia a scuola? «Oggi, più che mai, la filosofia deve entrare nelle scuole, rapportarsi con bambini, ragazzi, adulti. Non esiste mezzo più potente che quello del dialogo filosofico: i ragazzi devono tornare a pensare, riflettere. Solo così possiamo guarire la malattia del nostro tempo: il bullismo – spiega Roberto De Vivo – Il bullismo è cambiato nel tempo, non è più quello poteva essere una volta, tipo il nonnismo dei nostri genitori da militare. Adesso il bullismo ha cambiato forma e modalità di esecuzione. Secondo i dati Istat il 22,5% dei ragazzi tra 11 e 13 anni ha subito atti di bullismo; gli episodi coinvolgono soprattutto le donne, sia come autrici sia come vittime. Per le donne siamo di fronte a dati molto simili a quelli dell’alcolismo tra le casalinghe o del tabagismo che ci rivelano come siano le donne a fumare di più».


Il bullismo è cambiato, non si identifica più nel rubare la merenda o nascondere i vestiti in palestra. Adesso si umiliano le persone, le si aggrediscono fisicamente e verbalmente. «Sempre più spesso assistiamo ad episodi di cyberbullismo, con video e foto che vengono caricati in rete e amplificano l’umiliazione e la derisione – afferma il professor Gaetano Mollo – Siamo di fronte ad un atto intenzionale, volontario, che si sviluppo in genere nelle dinamiche di gruppo. Si prende di mira un ragazzo o una ragazza che sono al di fuori del gruppo, lo si deride dei suoi punti deboli, soprattutto fisici. Lo si costringe a non uscire più di casa, a non voler più andare a scuola. Il problema, però, non è pienamente percepito dalla scuola, tanto meno dalle famiglie. Eppure i dati statistici, numeri impietosi, ricordano che 400 giovani studenti si tolgono la vita ogni anno per problemi sociali; ma sono molti di più i tentativi che fortunatamente non giungono fino alla morte. Se ci pensiamo sono dati doppi rispetto all’altro tragico fenomeno dei femminicidi».
Il progetto si propone di intervenire sia sotto l’aspetto teorico sia pratico, «nel rilevare gli assunti di principio di un’educazione ambientale anti-bullismo correttamente intesa» e «nell’individuare le condizioni necessarie, per attivare un’efficace metodologia didattica, riferita al corpo docente del plesso scolastico, cui lo stesso progetto è rivolto» si legge nel documento.
«Il bullismo è un fenomeno che deriva dall’insicurezza del vivere, di riconoscere se stessi nel mondo – afferma il professor Mollo – I ragazzi vivono la realtà percependola come una minaccia e il futuro non è un luogo dove vivere speranze e sogni. I bulli vivono questo disagio dell’assenza di sicurezza nella proiezione del domani e scaricano la rabbia aggredendo gli altri. Il leader, o colui che si riconosce tale, e gli altri del gruppo si trovano in un’età in cui non si possono definire uomini e non sono più bambini, si sentono non riconosciuti e sviluppano un sentimento di rivalsa sulla società e sulle persone che impediscono loro di realizzarsi».
La società mi è nemica, la scuola una prigione, la famiglia non mi considera. Come affrontare questa emergenza? «Le famiglie non curano le emozioni del bambino. Spesso lavorano entrambi genitori e il riconoscimento emotivo è scarso o assente. Questo fa esplodere la situazione – dice Roberto De Vivo – La cattedra di Pedagogia vuole entrare nelle scuole e riportare la filosofia tra i banchi e nella società. Non è una questione accademica. La scuola può sopperire alla mancanza delle famiglie, ma ha bisogno di strumenti. Strumenti per imparare a vivere l’amicizia, le sane attività sportive o culturali. Questi sono esempi positivi che fanno scemare la rabbia. Se l’adolescenza non si sublima in qualcosa di superiore, in un’identità positiva, si cade nella rabbia e nel bullismo, negli atti di denigrazione dell’altro che, però, mi servono per sentirmi importante, quello che prende i “like” sui social – prosegue De Vivo – Sorge, così, un ferale parallelismo tra la sensazione di impotenza del non essere nessuno e del morire ed essere famoso dei terroristi».
Per questo il progetto punta sulla sperimentazione di «metodologie di educazione specifica alla risoluzione/prevenzione del problema, basate sulla considerazione e cura dell’altro, nonché sulla scoperta e rispetto delle differenze» si legge ancora nel documento. «Di fronte al venir meno delal famiglia come base sociale, che detta le regole insieme alla scuola e agli ambienti di animazione, i ragazzi non interiorizzano più le regole sociali – dice il professo Mollo – I centri aggregativi sempre in numero sempre minore e i ragazzi dove possono imparare la solidarietà, l’accoglienza, le relazioni sane, l’empatia? Anche la famiglia non è aggregante, ma solitaria, senza dialogo, con i componenti che dialogano con il mondo con lo smartphone, ma non tra di loro a tavola. Il bullismo è una sorta di compensazione sociale, tanto che il bullo solitario non esiste, lo fa solo perché è in gruppo e con i suoi gregari che lo spalleggiano. La scuola è una società in miniatura dove serve il rispetto delle regole dell’apprendimento e di comportamenti etico sociali – conclude Mollo – Il cooperative learning e il problem solving possono essere degli utili strumenti per attaccare alle basi il bullismo. Strumenti per controllare e ridurre il bullismo con azioni positive».
Il progetto si articola in diverse fasi e due principali azioni: «Il dialogo con gli studenti, un colloquio filosofico non soggetto a valutazione, per parlare dei valori dell’amicizia, dell’amore e della differenza – ricorda Roberto De Vivo – Poi il dialogo con gli insegnanti, attraverso dei questionari sui metodi di insegnamento ed elaborazione di metodi di lavoro in classe. La scuola è chiamata a collaborare facendo emergere criticità e complessità per poter meglio sviluppare percorsi di comprensione e intervento».
Il progetto si concluderà con una sintesi dei risultati per individuare una «piattaforma di supporto integrata al sistema scolastico» per intervenire nel «processo di formazione e di educazione di ogni singolo ragazzo». Il tutto confluirà in una pubblicazione con al centro «l’indicazione del valore della funzione dell’ambiente, con particolare riferimento alla formazione della persona e al senso dell’umanità».

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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