Diritto di difesa, prossimità degli uffici giudiziari e conseguente riorganizzazione della geografia giudiziaria, separazione delle carriere e giusto processo, per arrivare all’equo compenso degli avvocati. Ne parliamo con Carlo Orlando, avvocato, già presidente dell’Ordine degli avvocati di Perugia, consigliere del Cnf, partendo da quella che sembrava la mossa più interessante fatta da un ministro di Giustizia dopo tanti anni, ma che così non è stato.

Riforma del processo penale, ogni ministro della Giustizia mette mano ai codici come quello dell’Istruzione mette mano alla scuola. Alla fine per il ministro Orlando la soluzione era abbattere il numero degli appelli. Si risolve tutto?

«Mi viene da manifestare subito una prima riflessione, che è questa: tutte le riforme fatte a colpi di fiducia sono delle riforme che scontano la pecca della scarsa partecipazione degli operatori del diritto che non sono lì per caso, ma spesso e volentieri hanno contributi da dare. Anche in questo caso all’inizio c’era interlocuzione con l’avvocatura, con l’accademia, recependo anche dei passaggi critici. Poi il ministro ha accelerato, per motivi squisitamente politici, così che la riforma, con buona pace di chi aveva da dire qualcosa, tipo la Camera penale, è stata approvata con l’obiettivo di diminuire gli appelli del 10%, ma poteva essere concepita in maniera migliore. Sul minor numero di appelli poi la questione è tutta da verificare perché secondo molti operatori non sarà così e ci sarà un aumento esponenziale».


Dall’anno giudiziario emerge un panorama di affanno, di pendenze in aumento, quali soluzioni?

«Le pendenze non sono tanto in aumento, quanto le cause del crescere delle pendenze, cioè quante cause sono state definite. Su questo fenomeno incidono tante componenti: la voglia di lavorare, le piante organiche, a volte delle direttive tabellari non fortunate, ma anche il massiccio ricorso alla magistratura onoraria, organo e funzione che ha valenza assoluta, ma che per ragioni legittime ha avuto modo di astenersi. Altre astensioni sono state proclamate dalla Camere penale a contrasto della riforma. Soluzioni? Basta rimboccarsi le maniche e definire la sentenze».

Sciopero giudici di pace e della magistratura onoraria, è un altro segnale dei malanni della giustizia italiana?

«Che piaccia o meno la magistratura onoraria è essenziale al funzionamento della giustizia, a volte anche allo scarso funzionamento, perché senza il loro lavoro i tribunali potrebbero restare paralizzati. Lo Stato, però, ne ha fatto un caporalato di Stato, sfruttando queste figure senza riconoscere minima dignità lavorativa. La recente riforma anche per il pagamento individua in 16mila euro lordi il compenso dei giudici onorari che svolgono un lavoro a tempo pieno con tante responsabilità».

A Perugia sono stati aggrediti due magistrati, ma anche gli avvocati sono a rischio, ci mettono la faccia e scontano, come interfaccia, le lentezze, la burocrazia, sfiducia nella giustizia?

«La sicurezza nel lavoro e della persona non conosce distinzioni di toga, è la stessa cosa per tutti e Milano ne è stato, purtroppo, l’esempio. In tribunale ci andiamo tutti, dai giudici agli avvocati, dagli amministratori di giustizia alle forze dell’ordine. In questo clima i problemi possono esserci. Per gli avvocati, inoltre, si crea una certa confusione tra funzione difensiva e, per chi fa penale, e difesa del reato. Questo crea, per ragioni anche mediatiche, climi pesanti, minacce, insulti, aggressioni. Siamo l’interfaccia delle insoddisfazioni, delle lentezze giuridiche dalla giustizia ritardata».

Cioè si confonde il diritto alla difesa come contrario ad una sorta di giustizialismo popolare? L’avvocato è quasi complice di dell’imputato?

«La difesa è un principio costituzionale, guai a metterlo in discussione. Guai anche ad atteggiamenti, come denunciati dal difensore di Traini a Macerata, di offerte di sostenere le spese della difesa».

Diritto di difesa e giusto processo tra mito e speranza, cosa manca ancora?

«Ho sorriso a questa domanda e ti domando io: frequentando le aule di un tribunale, hai mai avuto la percezione che l’articolo 111 della Costituzione abbia declinazione effettiva nella pratica quotidiana? Io non ce l’ho, bisogna garantire la terzietà del giudice, il contraddittorio e la parità delle parti».

Separazione delle carriere, utile, inutile o necessità?

«Ci vuole, anche se sarà un percorso difficile, ma raggiungibile nel lungo tempo, credo che ci sia lo spazio culturale per procedere lungo un percorso che fino a pochi anni fa non era percorribile. La separazione delle carriere è necessaria non per una questione di corporazione, ma per un’esigenza di terzietà. Le caratteristiche del processo accusatorio lo richiedono, altrimenti non ha valenza effettiva. Purtroppo in Italia, nel legiferare, ci siamo abituati a prendere pezzi di legislazione e sistemi di altri Paesi, ma senza replicarli fino in fondo. Per questo lì funzionano e da noi no».

Nuovo codice antimafia è legge, una sfida vinta o un rischio?

«C’è stato un netto peggioramento, il livello difensivo è quasi inesistente, con margini ristretti nelle possibilità e nei tempi di difesa, come se avessero creato un processo penale parallelo, senza garanzie difensive. Mi sembra antiliberale, dettato da da un giustizialismo che si collega ad un finto efficientismo».

Le intercettazioni e l’informazione, questione che torna ciclicamente, quali proposte dagli avvocati?

«Parto da un principio cardine: prima ancora di passare alla questione della diffusione delle intercettazioni, pensare che quello che si dice nel colloquio privato tra un avvocato e il suo assistito possa essere fatto oggetto di ascolto, e spesso lo è stato, è qualcosa che fa rabbrividire rispetto alle norme di uno Stato democratico. Nella normativa non mi sembra che ci siano condizioni di parità e contraddittorio nella individuazione di ciò che è utile al procedimento».

Aggiornati i parametri forensi e introdotto l’equo compenso, era arrivato il momento?

«Nel corso degli anni ci sono stati dei ministri che non hanno neanche voluto ricevere l’avvocatura, altri che ne hanno fatto carne da macello, ci sono stati ministri come l’attuale che dal punto di vista della dignità della professione hanno fatto inversione di rotta. L’equo compenso come principio è banale: il lavoratore deve essere pagato in rapporto alla prestazione professionale, è un principio basilare. Eppure c’è voluta una legge. Si stava assistendo ad una deriva pessima rispetto alle remunerazioni degli avvocati, mi riferisco ai tagli delle notule in atti giudiziari e al fatto che non è decoroso che per una separazione o pratiche quotidiane si pensi di poter pagare 500 euro. I parametri nuovi, invece, sono stait approvati anche in Parlamento e, oltre ad avere una maggiorazione delle voci, sanciscono l’impossibilità da parte del magistrato di ridurli sotto una certa soglia. E questo è motivo di assoluta soddisfazione».

“Troppi tribunali” dice il ministro proponendo nuovi accorpamenti, gli avvocati cosa rispondono?

«C’è questa volontà assoluta di accentrare che non si comprende. L’avvocatura ha sempre fatto resistenza alla contrazione del principio di prossimità o dell’allontanamento della funzione della giustizia dai cittadini e dalla imprese, è una manifestazione di scarsa democrazia nel Paese. Se allontani l’esercizio della giustizia dai cittadini, anche quelle valutazione di scarsa fiducia e soddisfazione che abbiamo fatto prima, emergono in tutta la loro tragicità e trovano spazio. Gli accorpamenti sono stati fatti sulla scorta di un efficientismo non dimostrato e visto che le statistiche ministeriali non ci sono, ritengo che non non sia servito a nulla accorpare. Anzi. La proposta di legge di riforma delle procedure concorsuali è un esempio di pessima decisione: se sarà approvato, ad esempio, Spoleto e Terni non si occuperanno più di fallimenti, spostando tutto a Perugia, ma più che portare dei benefici, si andranno a paralizzare gli stessi tribunali accorpanti, oberati di lavoro e con tabelle organiche ferma a prima della riforma».

Pubblicato da Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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