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La giustizia italiana raccontata in #pilloledaltribunale

I grandi casi giudiziari che si celebrano nelle aule di tribunale (e nelle pagine di giornale) sono un ridotta, se pur rumorosa, minoranza, rispetto alle vicende quotidiane che riguardano i normali cittadini.

“Pillole dal tribunale” raccoglie 41 racconti, tratti da casi veri trattati davanti al giudice. Storie a volte paradossali, altre irreali, con protagonisti diversi per istruzione, censo, occupazione, ma tutti alle prese con quel mondo in cui si dovrebbe incontrare la giustizia, ma ci si trova ad amministrare la legge.

Una serie di racconti che non descrive omicidi (a parte quello dei canarini) o sanguinose rapine, ma che narra di truffe e di cartomanti, di pesce surgelato svanito durante lo scongelamento, di coccodrilli trasportati nel bagagliaio, di gatti arsi vivi e dentisti (falsi) che rovinano la bocca ai pazienti oppure di visioni mistiche e di cambiamenti radicali di vita. Poi c’è il sesso (vero motore delle relazioni umane) in palestra, tra marito e moglie, a scuola, dal fruttivendolo o usato come mezzo di scambio commerciale. E c’è anche un pizzico di calcio, cosa che non guasta mai.

Dietro ogni libro c’è sempre un perché?

«Perché mi è sempre piaciuto scrivere e volevo andare oltre il resoconto giudiziario, volevo tratteggiare i tipi umani che si incontrano in tribunale: dal principe del foro al giudice zelante, dal criminale al cittadino medio che si trova alle prese con la giustizia e fino ad arrivare ai rappresentanti delle forze dell’ordine. Il tribunale è un luogo vivo, dove accadono tante cose, belle e brutte, comiche e paradossali. Avevo il desiderio di raccontare quello che ho visto in quasi 20 anni di cronaca giudiziaria, di fermare sulla carta l’umanità che popola le aule di giustizia».

Una storia che ti ha emozionato più di tutte?

«La più facile da scrivere è stata quella dello scambista geloso perché era troppo intrigante calarsi nella parte di una persona che accetta il gioco sessuale dello scambio, ma quando si innamora diventa come un qualsiasi fidanzato possessivo. La più dura è stata quella dei cartomanti, perché è intrisa di dolore, di superstizione e di sopraffazione del più debole. Per come è scritta e per quello che racconta rispondo “Amore di papà, amore di nonno”, perché descrive un uomo distrutto dalla cattiveria di un’altra persona, ma che ha tirato avanti per amore delle persone più care che aveva: la figlia e un nipotino».

È un libro pieno di umanità, ma dove l’umanità risulta anche un po’ deformata dai suoi difetti. Come fai a rimanere umano davanti alla assoluta mancanza di umanità delle aule di giustizia?

«In tribunale ci si attiene alla legge. In pochissimi casi ho assistito a processi improntati ad un livello minimo di umanità, in cui si cerchi di considerare le condizioni del soggetto, che sia imputato o parte offesa, il suo livello di istruzione e il grado di comprensione delle parole. Il testimone quasi analfabeta non capisce le domande che gli vengono fatte dal pubblico ministero o dagli avvocati, giusto per fare un esempio. E tutto questo si trova nelle “Pillole dal tribunale”. Gli occhi smarriti della vittima di un reato che si guarda attorno come se fosse un criminale oppure la rabbia dei testimoni che sono presenti per l’ennesima volta e il processo viene rinviato. Più che deformata credo che si tratti di assenza di umanità».

Come mai da un luogo come il tribunale ha tirato fuori un lato quasi umoristico?

«Le ore trascorse in tribunale non sono sempre assorbite dalle udienze e dalle testimonianze. Ci sono momenti in cui ti intrattieni con gli avvocati, con poliziotti o carabinieri, con i cancellieri (loro sì che sono veramente a rischio esaurimento visti i carichi di lavoro degli ultimi anni) e vengono sempre fuori racconti particolari, episodi comici o grotteschi, verbali sconclusionati, aneddoti da “un giorno in pretura” e, a volte, un po’ di gossip. Poi ti capita di assistere ad episodi esilaranti o che, comunque, lo diventano per il luogo in cui avvengono, cioè in un tribunale. Un luogo che il cittadino medio immagina con sacralità, fatto di toghe e linguaggio forbito. Direi che il binomio uomo-aula diventa esso stesso umoristico e per il cronista si tratta solo di registrare e trascrivere i fatti».

Testi e imputati si riconosceranno (e magari si arrabbieranno?)

«Ho cercato di rendere più neutra possibile la situazione. Ci sono racconti che prendono spunto da episodi avvenuti il secolo scorso, altri più recenti. Qualche avvocato si è riconosciuto, o meglio, si è ricordato del processo e dei fatti. Quanto a testi ed imputati non ho ricevuto ancora minacce, quindi spero che nessuno si sia offeso».

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