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La giustizia lumaca frena anche il Pil: 15 anni per il fallimento di un’azienda

Dura in media circa 4.800 giorni l’intero iter del fallimento di un’impresa nell’Italia meridionale, con picchi che raggiungono anche 5.500 giorni, cioè 15 anni.

Nel Mezzogiorno, poi, servono 2.750 giorni (7 anni e mezzo) per concludere una procedura esecutiva immobiliare.

Il paragone con le altre realtà italiane è impietoso: i tempi, infatti, si riducono drasticamente. Nel Centro occorrono 3.500 giorni per un fallimento, ossia 9 anni e mezzo, mentre per un’esecuzione immobiliare servono 1.700 giorni (4 anni e 8 mesi). Al Nord le procedure fallimentari di un’azienda si concludono generalmente in 2.800 giorni (poco più di 7 anni e 7 mesi), mentre un’esecuzione immobiliare si snoda nell’arco di 1.200 giorni, ossia tre anni e tre mesi. È quanto emerge da un’analisi effettuata dal Centro studi di Unimpresa sulla durata delle procedure esecutive e del recupero crediti e basata sui dati di Bankitalia e del ministero della Giustizia riferiti al 2015.

«La lentezza della giustizia civile ha un peso enorme nell’andamento del nostro prodotto interno lordo», ha commentato Claudio Pucci, vicepresidente di Unimpresa, aggiungendo che «c’è un costo diretto, misurato nel tempo impiegato dall’imprenditore nella burocrazia e, nello specifico, nei tribunali; e poi c’è un costo indiretto, da misurare nei mancati investimenti sia quelli interni sia soprattutto quelli esteri».

Per quanto riguarda l’efficienza della giustizia civile, occorre registrare un calo dei fascicoli complessivi al quale, tuttavia, non è corrisposta un’accelerazione delle procedure. Nel 2010 il totale dei procedimenti iscritti presso gli uffici del Giudice di pace, dei Tribunali e delle Corti d’appello era a quota 5,4 milioni, nel 2011 salirono a 5,5 milioni per poi scendere progressivamente a 5,1 milioni nel 2012, 4,9 milioni nel 2013, 4,5 milioni nel 2014, 4,1 milioni nel 2015 e 4 milioni nel 2016. Lo sciopero dei giudici di pace contro la riforma della magistratura onoraria varata dal ministro Orlando ha bloccato i procedimento dal 15 maggio fino all’11 giugno prossimo. Questo lungo stop causerà necessariamente un incremento dell’arretrato considerato che dai giudici di pace transita il 60% delle cause penali e civili.

Sono molteplici le stime sulle ricadute economiche di un’efficiente riforma della giustizia soprattutto in campo amministrativo. La Banca d’Italia lo aveva quantificato in un punto di Pil (circa 17 miliardi di euro), il Centro studi di Confindustria in 2,4 punti (40 miliardi), mentre Confartigianato si era mantenuta su un più prudente risparmio di 2,2 miliardi per le imprese. L’unico dato certo è quello relativo ai 92 miliardi di sofferenze nette delle banche a fine 2016 non coperte da sufficienti garanzie reali. Come ha ricordato il governatore Visco nelle ultime Considerazioni finali, gli istituti le hanno già svalutate per un terzo (circa 30 miliardi), ma il loro prezzo di vendita comporterebbe pesanti minusvalenze anche in ragione dei tempi di recupero dei crediti che sono direttamente connessi alla durata dei procedimenti fallimentari. «È la riforma su cui si dovrebbe puntare di più, insieme con una riduzione del carico fiscale, che resta la nostra stella polare, per rilanciare la crescita», ha concluso Pucci.

(Pubblicato da IlGiornale.it)

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