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La Libia e le speranze tradite, dal sogno della democrazia alla guerra civile

La gioventù in Libia con il padre ministro e lo zio allevatore di pecore, gli amici italiani, poi gli anni di studio in Italia e la decisione di rimanervi dopo il colpo di Stato di Gheddafi. Salem Bunuara, medico e traduttore per il Tribunale di Perugia, racconta il suo paese di origine, tra la speranza della libertà riconquistata e il disinteresse dell’Europa per una ricostruzione democratica della Libia.
Dottore Bunuara, ci racconta la sua storia e il perché è in Italia?

«Sono giunto in Italia da studente universitario subito dopo il liceo, mi sono sposato e sono rimasto qui. Dopo il colpo di Stato di Gheddafi, come molte famiglie, abbiamo preso una decisione sofferta di vivere altrove».
Qual è la situazione attuale della Libia?

«Dopo la fine di Gheddafi, che ritengo in ogni caso ingiusta e ingiustificata, avrei preferito che venisse giudicato da un tribunale libico e non assassinato per strada, tutti pensavamo di poter tornare ad un regime democratico, con una Costituzione, con regole civili. Ci siamo ritrovati, invece, in una guerra civile: da una parte gli estremisti islamici, che per me non hanno nulla degli insegnamenti del Corano, e il popolo libico che era senza esercito. Gheddafi aveva abolito l’esercito, lasciando solo delle truppe private agli ordini dei suoi figli. Senza esercito le milizie religiose hanno avuto gioco facile a prendersi parte del Paese e le sue risorse».

Cosa pensa o spera per il futuro?

«La situazione è molto complicata, abbiamo un Paese diviso in due o tre governi, un Parlamento a Bengasi e un’assemblea a Tripoli. La Cirenaica è quasi liberata, in Sirte le condizioni di vita sono migliori che altrove, ma il quadro politico-militare è molto difficile. Subito dopo la caduta di Gheddafi le milizie religiose hanno scatenato la caccia agli ufficiali, uccidendone più di cinquecento. A quel punto è tornato dall’esilio il generale Haftar e ha creato un primo nucleo dell’esercito libico con 300 uomini. Adesso ne conta sessantamila. Le difficoltà maggiori le ha incontrate nel dover affrontare milizie religiose finanziate in parte con il tesoro di Gheddafi, in parte da Qatar e Turchia. Ad oggi vorrei che l’Italia avesse una visione diversa sulla Libia e sostenesse la democrazia. Purtroppo al-Serraj non ha il potere di entrare neanche nel suo ufficio. Haftar non ha mire dittatoriali, ha 75 anni e ha sempre parlato di democrazia, mentre combatte le milizie religiose che uccidono, sequestrano, maltrattano il popolo libico».
Cosa possono fare l’Europa e l’Italia?

«Fornire sostegno politico, militare, economico per rafforzare la libertà del popolo libico. Nel 1949 i libici si sono dati una Costituzione chiara e saggia, di buonsenso. Adesso sono fermi da anni a discutere dell’articolo 1, della forma della repubblica, se deve essere islamica, governata dalla sharia, oppure essere laica. Siamo arenati su questo punto e non si va avanti. Io avrei scritto una Costituzione in meno di una settimana, puntando sulla libertà di tutti e tutelando la fede di ognuno. Bastava poco, bastava il buonsenso, per garantire la libertà, l’integrazione e un sano sviluppo economico. La democrazia va conquistata nel tempo, si radica nell’esperienza. Con il tempo il popolo impara cos’è la democrazia e la classe politica contribuisce a realizzare le aspirazioni del popolo. Il mondo della cultura contribuisce a tutto questo. Purtroppo in Africa questo ancora non c’è».
Questione immigrazione, la Libia è una frontiera che subisce l’assalto di migliaia di migranti e c’è chi specula sulla situazione, che ne pensa anche alla luce del suo ruolo di traduttore per stranieri in tribunale?

«L’avvento delle parabole e di internet ha creato molte aspettative. I giovani africani vedono, in Europa, gente felice, la vita comoda, e vogliono venire. Poi si scontrano con le difficoltà, con l’assenza di lavoro. Molti diventano spacciatori o criminali, oppure ciondolano tutto il giorno nei centri di accoglienza. Così non va bene e non può durare. Quando parlo con loro chiedo perché protestano qui per il cibo o l’assenza del wifi e non sono rimasti a protestare nel loro Paese? Perché non studiano? Dico loro: lottate per il vostro Paese. In tutto questo la Libia è una frontiera lasciata a se stessa, perché nessuno ha capito che ha vinto e l’Europa non sa con chi dialogare. Eppure la Libia è un paese immenso, tre volte l’Italia, con una popolazione di sei milioni di abitanti, petrolio, pvc, gas naturale e duemila chilometri di costa per un turismo marittimo annuale. La Primavera araba, da noi, non ha portato frutto. Spero solo per il momento».

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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