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La lingua delle sentenze

Di recente Il Sole 24 ore ha pubblicato un articolo interessante sul linguaggio utilizzato dai giudici nelle sentenze. L’articolo si riferisce alle sentenze del Consiglio di Stato e dei giudici amministrativi, ma le osservazioni ivi contenute sono applicabili anche ai giudici della giurisdizione ordinaria.

La giurisdizione ordinaria è quella che riguarda i diritti e i doveri dei cittadini e l’applicazione delle norme civili e penali, mentre la giurisdizione amministrativa riguarda i rapporti cittadini-pubblica amministrazione, trattandosi di interessi legittimi, poiché verso la pubblica amministrazione i cittadini avanzano interessi legittimi, almeno in generale.

Si dice nell’articolo che il presidente del Consiglio di Stato, massimo organo di giustizia amministrativa (corrispondente alla Corte di Cassazione per la giustizia ordinaria) abbia stretto un accordo con il presidente dell’Accademia della Crusca per una parternship sull’aiuto che l’Accademia può fornire ai giudici nella redazione delle sentenze da scriversi in modo più comprensibile possibile, secondo gli intenti dei due presidenti.

Il problema della scrittura delle sentenze è comune ad entrambe le giurisdizioni, tanto che anche la Scuola Superiore della Magistratura, che cura la formazione ordinaria dei magistrati ordinari, ha istituito da vari anni un corso sul linguaggio giuridico, coinvolgendo la stessa Accademia della Crusca, che interviene nella struttura del corso.

Occorre premettere che la redazione delle sentenze richiede un linguaggio semplice e comprensibile a tutti, come riporta anche l’articolo del Sole 24ore, e ciò per un principio di democrazia, poiché tutte le decisioni devono essere comprensibili e criticabili da chiunque, essendo il popolo colui che ha la sovranità, come recita l’art. 1 della Costituzione della Repubblica italiana.

La problematica viene, quindi, affrontata da entrambe le giurisdizioni, amministrativa ed ordinaria, ma non ha solo risvolti e cause linguistiche, dovute cioè all’uso della lingua, ma anche giuridiche e politiche, cioè di contenuto.

Nel mondo giudiziario esiste un linguaggio tecnico, mutuato dai codici e dalle leggi, e pare di questo linguaggio non può essere modificato, in questo aspetto è la società civile che deve andare incontro ai giudici, studiando e dandosi strumenti per comprendere. Alcuni concetti giuridici non possono essere resi con altre parole o banalizzati, e questo è la base. Ad esempio occorre che i cittadini conoscano la differenza fra il Procuratore della Repubblica ed il Prefetto o fra Sostituto Procuratore della Repubblica e Pubblico Ministero, distinzioni elementari, ma non conosciute, e questo è la responsabilità di una scuola e di un sistema che vuole che i cittadini restino ignoranti, poiché l’ignoranza fa comodo al sistema di potere. La incomprensibilità delle sentenze gioca lo stesso gioco, rende incomprensibili le sentenze e qui l’impegno dei giudici deve essere tale da scrivere in modo sempre più semplice, per realizzare pienamente la propria funzione democratica.

La semplicità passa per più elementi, innanzi tutto la lingua ed il suo corretto uso (qui ben venga l’aiuto dell’Accademia della Crusca), quindi dalla capacità di sintesi del giudice, capacità che si può allenare e nasce appunto dall’esercizio e dalla conoscenza profonda dei fatti di sui si deve relazionare. Ove non si conoscono o non si capiscono i fatti di cui si deve parlare o scrivere non è possibile costruirne una sintesi.

Quindi quando un giudice conosce bene i fatti della causa che deve trattare e ha una buona proprietà della lingua può fare sentenze coincise, chiare ed esaustive. Concise, che permettano di conoscere dei fatti senza perdersi in giri di parole e discorsi superflui ed inutili, che oltretutto rendono facile l’appello a chi voglia contestare la sentenza; chiare che siano comprensibili da tutti i cittadini in modo di garantire il controllo diffuso sull’operato della magistratura; esaustive, che esaminino tutti gli aspetti della causa.

I giudici italiani sono conosciuti per la loro prolissità e sono stati richiamati dall’Unione europea ad attenersi a standard di sentenze più sintetiche e puntuali.

Si tenga conto che una sentenza italiana è lunga in media cinque volte una francese, con inutile dispendio di tempo e allungamento dei tempi. Nelle sentenze francesi, scarne ed essenziali, è inoltre fatto divieto di citare altre sentenze, in particolare della Suprema Corte, a pena di disciplinare al giudice che lo fa, perché la citazione di precedenti in Francia viene vista come abdicare alla propria funzione di obbedienza solo alla legge, mentre da noi le citazioni sono continue, si arriva a citare la Corte di Cassazione anche per i concetti più banali come dire cosa è un furto.

Non solo i giudici paiono affetti da prolissità in Italia, ancora di più lo sono gli avvocati, sia nei loro atti che nelle loro prolusioni. Spesso si leggono atti che ripetono la stessa cosa di continuo mancando però di quella capacità di sintesi che servirebbe ad evidenziare i punti salienti e non ottenendo quindi il risultato voluto di fare conoscere i fatti ai giudici ed alle controparti.

In Corte di Giustizia europea sono giunti a contingentare sia le lunghezze dei ricorsi che i tempi delle prolusioni ed anche in Italia si è tentato nel processo civile con la riforma del 2009 quando fu introdotto all’art. 132 codice di procedura civile sui contenuti della sentenza la dizione “ la coincisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione” dove quel coincisa richiama appunto ad una dote di sintesi che pure indicata anche in precedenza (il testo recitava “la coincisa esposizione dello svolgimento del processo e dei motivi in fatto e in diritto della decisione”) era intesa all’esposizione dello svolgimento del processo e non alla parte pregnante della sentenza ovvero i motivi.

La tendenza quindi sia a livello europeo che italiano, sia per la magistratura oridnaria che per quella amministrativa eè diretta a semplificare e rendere comprensibili gli atti, a discapito del bizantinismo tipico italiano, adatto a fare perdere il centro del problema e a non risolverlo in concreto.

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