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La mappa del rischio tra terrorismo e populismo

L’edizione 2017 della Risk Map di Aon – primo gruppo in Italia e nel mondo nella consulenza dei rischi e delle risorse umane – che analizza i rischi politici, il terrorismo e gli episodi di violenza legati ad avvenimenti politici, mette in luce come il 2016 sia stato caratterizzato da un incremento del 14% degli attacchi terroristici a livello globale. I movimenti nazionalisti e populisti hanno contribuito a creare un contesto caratterizzato da crescente volatilità per le aziende che operano sui mercati internazionali.

La ricerca realizzata da Aon in collaborazione con Roubini Global Economics e The Risk Advisory Group, rileva inoltre che, nonostante i Paesi occidentali abbiano registrato un marcato aumento degli attentati terroristici, il numero degli episodi di violenza di natura terroristica per questi Paesi rappresenta meno del 3% degli attacchi terroristici a livello globale. Il report evidenzia anche come nel 2016 gli Stati Uniti abbiano subito il maggior numero di incidenti di natura terroristica nell’arco dell’ultimo decennio, sebbene il rischio di nuovi attacchi rimarrà probabilmente contenuto nel 2017.

Andrea Parisi, Amministratore Delegato e Direttore Generale di Aon S.p.A. ha commentato: “Nell’attuale contesto geopolitico, si conferma la crescente complessità per le aziende che operano a livello globale. Aon continuerà ad essere al fianco delle imprese nella valutazione della loro esposizione ai rischi politici e nell’utilizzo di adeguati strumenti di Risk Management. In Italia, all’interno della Specialty Trade Credit che conta oltre 50 persone, diverse risorse sono state dedicate proprio allo studio e alla progettazione di coperture relative al rischio politico”.

Terrorismo e atti di violenza legati ad avvenimenti politici

La minaccia terroristica continua a espandersi, colpendo una serie sempre più ampia di settori e Paesi, con tattiche sempre più diversificate e l’obiettivo di uccidere. Diverse sono le conseguenze degli attentati terroristici: dalle perdite in termini di vite umane, all’interruzione del business e della supply chain. Emergono ulteriori rischi anche a livello geopolitico, che portano ad un aumento dei costi per la sicurezza, a forme di governo più autoritarie e a un indebolimento del consenso tra gli Stati. Non si rilevano per il 2017 segnali di una eventuale diminuzione complessiva dei rischi legati ad atti di violenza. Questi esiti hanno sottolineato l’importanza di considerare nella gestione delle crisi i pericoli che vanno anche oltre al danneggiamento della proprietà privata, in particolare nei settori petrolifero, dei trasporti e della distribuzione, che sono stati quelli più colpiti.

Scott Bolton, Direttore del team Crisis Management di Aon Risk Solutions ha commentato: “Le nuove dinamiche che caratterizzano il terrorismo e gli atti di violenza emersi negli attentati susseguitisi a livello globale nel 2016, pongono nuove sfide alle aziende. Quelle che operano sia sul mercato domestico che su quello internazionale sono potenzialmente esposte ad eventi che potrebbero avere un impatto sulle risorse umane, le attività e gli asset. Diventa pertanto fondamentale conoscere tali rischi e implementare i sistemi di risk management più adeguati”.

Henry Wilkinson, Head of Intelligence&Analysis di Risk Advisory aggiunge: “Lo scenario internazionale nel 2017 si sta muovendo in una direzione sempre più soggetta ad episodi di violenza e a crisi di vario tipo, in un trend che vede anche attori statali come minacce alla sicurezza internazionale, oltre a gruppi terroristici. Il terrorismo legato allo Stato islamico e ad Al Qaeda rimane una minaccia alla quale sono esposte decine di Paesi e settori chiave, tra i quali quello petrolifero e del gas, l’aviazione, il turismo, la distribuzione e i media. Ma nel 2017 le imprese dovranno sviluppare delle strategie che facciano fronte anche ai rischi di carattere geopolitico. I nazionalismi autoritari sono in aumento e con essi il rischio di crisi interstatali, colpi di stato, insurrezioni e altre tipologie di rischi politici”.

Il rischio politico

I rischi derivanti dal populismo e dal protezionismo nei Paesi sviluppati potrebbero portare ad un incremento dei rischi politici nei mercati emergenti e di frontiera, poiché viene messa alla prova la loro tenuta economico-finanziaria. Mentre i livelli di rischio politico restano elevati, in particolare nel Medio Oriente e in Africa, gli sforzi compiuti con la messa in atto di riforme e di aggiustamenti delle politiche economiche ne hanno favorito la ripresa. L’attesa stabilizzazione dei prezzi del petrolio e del gas allevieranno, ma non cancelleranno, alcune delle pressioni economiche alle quali sono sottoposte i Paesi produttori, amplificando altresì la vulnerabilità finanziaria per quelli importatori, in particolare in Asia.

Sarah Taylor, Executive Director, a capo della Structured Credit and Political Risks di Aon Risk Solutions ha osservato: “Il panorama globale in costante cambiamento, guidato dal protezionismo commerciale, da politiche populiste e da sanzioni, potrebbe avere un impatto significativo sui mercati emergenti e di frontiera. Oggi più che mai è importante per le aziende internazionali comprendere e ridurre la loro esposizione ai rischi politici”.

Rachel Ziemba, Managing Director Emerging Markets di Roubini Global Economics ha concluso: “A risentire maggiormente dell’incertezza politica nelle economie sviluppate, come quelle degli Stati Uniti ed europee, sembrano essere i principali partner commerciali in Asia, così come i produttori di commodity dell’Africa sub-sahariana, del Medio Oriente e del Nord Africa.Focalizzando l’attenzione sul commercio, la valuta e la rinegoziazione dei flussi migratori, intravediamo un incremento dei rischi di trasferimento valutario, interruzioni della supply chain e ingerenze statali nelle economie. All’interno di queste aree si rilevano differenze significative, con i Paesi più ricchi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, che superano i Paesi della stessa regione”.

Principali risultati del report 2017

– Nel 2016 le compagnie petrolifere e le aziende attive nel comparto del gas sono state bersaglio del 41% degli attacchi terroristici contro gli interessi commerciali e la tendenza sta continuando anche nel 2017. In cima alla classifica dei Paesi più colpiti dal terrorismo con target il settore energetico compaiono Nigeria e Colombia, in cui gli attacchi da parte dei militanti nel Delta del Niger durante la prima metà del 2016 hanno causato una diminuzione della produzione petrolifera nigeriana del 36%. L’Arabia Saudita, l’Iran, la Russia, il Venezuela e gli Stati Uniti sono risultati i Paesi vulnerabili ai cali di produzione. Con il mercato del petrolio in calo, in futuro queste crisi nelle forniture potrebbero determinare degli impatti maggiori sul prezzo.

– Le aziende si trovano ad affrontare oggi una crescente esposizione al rischio di atti di violenza per avvenimenti politici in tutto il mondo. Per il secondo anno consecutivo si registra una crescita del numero dei Paesi (19) in cui sono in aumento i rischi politici, rispetto ai Paesi in cui sono diminuiti (11). Nel complesso i livelli di rischio terroristico e politico sono i più alti mai registrati dal 2013, che comprendono non solo quello legato al terrorismo, ma anche l’esposizione a colpi di stato, guerre tra Stati, conflitti civili e ribellioni. Sono 17 i Paesi a più alto rischio, che costituiscono veri e propri epicentri di instabilità, da cui provengono le principali minacce di terrorismo internazionale che aumentano in maniera sensibile l’esposizione ai rischi d’impresa nei Paesi limitrofi. Tre cinture a rischio molto elevato si estendono dall’Africa, passando per il Mediterraneo fino all’Atlantico, attraverso il Mediterraneo Orientale e l’Asia meridionale.

– Paesi fortemente integrati nell’economia globale, come Cile, Colombia, Hong Kong, Malesia, Singapore e Taiwan, sono soggetti ad un maggior rischio politico a causa della loro dipendenza da Stati Uniti e altri partner commerciali. Messico e Filippine sono più vulnerabili alla riduzione delle rimesse da parte dei cittadini residenti all’estero qualora si verificassero restrizioni di tipo commerciale. Brasile, India, Indonesia e Nigeria sono meno vulnerabili, potendo contare su economie nazionali più grandi, molto meno dipendenti dalle esportazioni.

– Medio Oriente e Nord Africa presentano la più alta concentrazione di Paesi con rischio da alto a molto alto, con rischi politici accresciuti e livelli molto elevati di episodi di violenza collegati ad avvenimenti politici (ad esempio in Iraq, Siria, Yemen e Libia) che possono interessare anche gli Stati limitrofi, minando il commercio e il turismo. La perdita di controllo su alcuni territori in Iraq e Siria da parte dell’ISIS potrebbe portare ad una maggiore dispersione della rete jihadista, con gravi implicazioni per decine di Paesi dell’area e non solo, con possibili effetti soprattutto in Europa e in Asia. I Paesi più ricchi del CCG (Consiglio di Cooperazione del Golfo) risultano più resilienti agli shock politici, ma permangono le vulnerabilità economiche, tra le quali i debiti dei governi nei confronti delle aziende private e i maggiori costi di approvvigionamento del capitale.

 

(Articolo pubblicato su firstonline.info)

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