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La natura bicefala dell’Unione Europea

Le due facce dell’integrazione: l’Europa dell’Unione e l’Europa degli Stati

In occasione di un seminario tenuto dal professor Fabio Raspadori – docente di Diritto dell’Unione Europea presso l’Università degli Studi di Perugia – si è parlato delle due facce dell’integrazione: da un lato l’Europa dell’Unione e, dall’altro, l’Europa degli Stati. L’incontro rientra in un ciclo di seminari organizzati dal Movimento federalista europeo (sezione Perugia), Volt Italia Umbria, Unione nazionale consumatori Umbria e Associazione legali italiani, riguardanti tematiche che toccano l’Unione Europea sotto diversi aspetti e che si tengono ogni mercoledì alle ore 18.

Secondo il professor Raspadori, l’UE è sia Europa dell’Unione che Europa degli Stati e, quest’ultima, come si è avuto modo di dimostrare nel corso del seminario, spesso prevale. Dapprima, è stato necessario un breve excursus che è servito a comprendere come nasca l’idea d’Europa. Essenzialmente, l’idea di Europa, pur ritrovando le sue radici nel modello della civiltà antica greca, nasce con l’Europa carolingia. Infatti, a salvare l’Europa è la Res Publica Cristiana che esalta i principi della civiltà antica occidentale. Sino alla fine della seconda guerra mondiale, l’Europa non è mai riuscita ad integrarsi, avendo culture e tradizioni diverse e in quanto è sempre stata teatro di guerre; ma la sofferenza causata dal secondo conflitto mondiale, devastante per tutti i paesi, ha fatto sì che nascesse la volontà di unirsi e di superare le antiche rivalità. Pur avendo, tutt’ora, culture e tradizioni diverse, sono emersi quelli che sono gli ideali comuni: Cristianesimo, Illuminismo e soprattutto i diritti umani nati in risposta alla Shoah, i quali fanno comunque capo all’Illuminismo. A quel punto, si è deciso di mettere delle idee a confronto. Qui ci si riferisce alle tre concezioni di identità europea: l’integrazione intergovernativa di Churchill, la concezione federalista di Spinelli e la concezione funzionalista di Jean Monnet. È prevalsa quest’ultima, la quale si pone a metà strada tra le altre due e che prevede un’integrazione graduale ma progressiva, con un parziale trasferimento della sovranità statale in capo ad un ente sovranazionale quale l’Unione Europea.

Perché parliamo di Europa degli Stati e di Europa dell’Unione?

Parliamo di Europa degli Stati in quanto ci sono istituzioni quali il Consiglio dell’Unione europea e il Consiglio europeo i cui membri rappresentano i propri Stati e puntano, quindi, a tutelare i propri interessi a livello statale; dall’altra parte, parliamo di Europa dell’Unione perché abbiamo istituzioni quali il Parlamento e la Commissione i cui membri (rispettivamente parlamentari e commissari) fanno gli interessi generali dell’Unione. Tuttavia, l’Europa degli Stati tende sempre a prevalere e questo sin dall’inizio del processo d’integrazione. Inizialmente, esistevano il Parlamento, tre consigli e tre commissioni. Il numero “tre” è dato dal fatto che esistevano un consiglio ed una commissione per ciascuna comunità (Ceca, Cee, Ceea). Tra le istituzioni politiche, ancora non vi era il Consiglio europeo, il quale diventa istituzione dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona. Inoltre, le istituzioni non avevano le funzioni che esercitano al giorno d’oggi. Il Consiglio è l’istituzione che ha sempre prevalso e che ha esercitato, sin dall’inizio, la funzione legislativa e lo faceva da solo, poiché il Parlamento era un mero organo consultivo ed anche la Commissione era “debole”. Riferendoci sempre alla natura bicefala dell’UE, possiamo dire che, guardando al passato, esisteva solamente l’Unione degli Stati. Successivamente, ma solo partire dal Trattato di Maastricht, la cui portata innovativa è davvero notevole, il Parlamento inizia a co-decidere con il Consiglio, anche se quest’ultimo continua ad avere un ruolo di “dominus”, a partire dal fatto che numerose decisioni devono essere approvate dal Consiglio all’unanimità, dunque richiedono il consenso di tutti i rappresentanti degli Stati membri. Come già accennato, se non si trova una soluzione comune, tende a prevalere l’Europa degli Stati in quanto gli Stati sono sempre titolari della sovranità; infatti, secondo il principio di attribuzione delle competenze «Qualsiasi competenza non attribuita all’Unione nei trattati resta degli Stati» (art. 4 TUE) e, inoltre, l’UE agisce in relazione alle competenze che le sono attribuite nei trattati (art. 3,6 TUE). Dunque, è importante tener presente che le competenze sono attribuite all’Unione dagli Stati che hanno delegato determinate politiche ad un ente sovranazionale, ma restano titolari della sovranità, pertanto potrebbero intervenire sui trattati istitutivi modificando l’attribuzione dei settori. Tuttavia, sottolineiamo che sinora sono state sempre attribuite nuove competenze all’UE e non è mai avvenuta una modifica dei trattati in senso contrario. Perciò, l’UE ha senza dubbio margini di discrezionalità, ma ciò non significa che disponga di piena autonomia.

Volgendo uno sguardo all’emergenza Coronavirus, si è concluso il seminario delineando tre possibili scenari: dissoluzione, ma è difficile che questo accada; status quo, che è lo scenario più verosimile anche se non è sicuramente la soluzione migliore, ma quantomeno più auspicabile della dissoluzione; infine, grande riforma, (convocando una nuova Convenzione europea) che si prospetta come la soluzione migliore ma anche questo è difficile che accada. Si potrebbe giungere, però, ad una soluzione intermedia tra la condizione dello status quo e quella della grande riforma.

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