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La nave “Diciotti” e la Costituzione

La vicenda della nave Diciotti è conosciuta: l’imbarcazione, che aveva a bordo 177 migranti tratti in salvo il 16 agosto al largo di Lampedusa, ha ricevuto il veto dal Governo di far scendere i migranti che si trovavano a bordo e Salvini, quale Ministro, è stato indagato per sequestro di persona ed abuso di ufficio oltre altri reati.

L’indagine sul Ministro è stata trasferita e palleggiata fra parecchie Procure siciliane fino che la Procura di Catania ha chiesto l’archiviazione del procedimento.

Interessanti e risolutive le motivazione della richiesta di archiviazione, ovvero che il Ministro dell’Interno ha agito nella sua qualità politica di membro dell’esecutivo con una scelta di natura politica e non amministrativa.

Scrivono i pm di Catania che quella del Ministro degli Interni è stata una scelta politica insindacabile dal giudice penale per la separazione dei poteri e quella scelta fu appunto quella di tutelare l’interesse nazionale chiedendo all’Europa la distribuzione dei migranti in quanto in base alle convenzioni internazionale la indicazione del porto di sbarco sarebbe spettata a Malta.

Questo vuol dire che, essendo una scelta politica è insindacabile secondo i parametri usati per i normali atti amministrativi. Ciò perché l’attività del Governo, organo di esercizio del potere esecutivo nella nazione, quando è attività politica si connota per avere una discrezionalità che non ha la sua attività amministrativa esercitata tramite gli organi periferici quali le prefetture.

Occorre ricordare che la Costituzione italiana basa la gestione della nazione sulla divisione dei poteri teorizzata da Montesquieu nello scritto del 1748 “L’esprit des lois”, in base alla quale per funzionare una democrazia deve dividere i tre poteri necessari a far funzionare lo Stato in tre organi diversi fra loro indipendenti. I tre poteri sono il potere legislativo, ovvero quello di creare le norme che regolano la convivenza del paese, cioè le leggi, affidato al Parlamento; il potere esecutivo, ovvero quello di dare esecuzione alle regole ed alle leggi, delineando la strategia politica della nazione, affidato al Governo e ai suoi corpi periferici; infine il potere di controllare l’applicazione nel concreto caso delle norme, affidato al potere giudiziario, ovvero alla Magistratura, che applica le pene nei casi concreti. Ogni potere è indipendente dall’altro e controlla gli altri. In questa divisione e reciproco controllo dei poteri il Governo emana sia atti amministrativi sia atti politici. Questi ultimi non sono sindacabili dagli altri poteri, ma dai cittadini tramite le votazioni.

Nel rispetto di questa divisione dei poteri ha agito la Procura della Repubblica di Catania.

Una nota positiva, però, la devo fare rilevare: quando fu varata la Costituzione italiana all’interno della stessa fu scritto che la Magistratura è un ordine dello Stato (si legga l’articolo104 della Costituzione) e in seguito si sviluppò un ampio dibattito sul significato di ordine, che secondo molti non corrispondeva a Potere dello Stato. Il provvedimento della Procura di Catania, invece, afferma chiaramente che vige il principio della divisione dei poteri e, dunque, riconosce alla Magistratura lo status di potere alla stregua degli insegnamenti di Montesquieu.

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