La Prima guerra mondiale è uno spartiacque fondamentale per il mondo moderno, sia sotto l’aspetto tecnologico (produzione bellica, progresso medico, solo per dirne alcuni) sia sotto quello economico-finanziario (l’intero sforzo industriale è direzione a sostentare gli eserciti, mentre le sottoscrizioni nazionali alimentano le spese militari), ma anche l’arte, la cultura, la politica e la filosofia sono coinvolte e sconvolte dalla Grande Guerra.
Una ricostruzione storica e filosofica ben illustrata nell’incontro organizzato dal Circolo dei lettori, promosso dall’assessorato alla Cultura del Comune di Perugia, su “Spengler, Jünger e la Grande Guerra”, svolta dal professor Francesco Gagliardi del liceo classico “A. Mariotti” di Perugia.


Lo spirito della mobilitazione europea all’indomani del 28 giugno del 1914 pervade tutte le classi sociali, a favore o contro l’apertura delle ostilità, e anche il filosofo Spengler non ne è immune, per quanto riformato per problemi di salute. È in questo fervore storico e politico che nasce “Il tramonto dell’Occidente”, «un testo molto noto, ma poco conosciuto – ha esordito il professo Gagliardi – Per questa conferenza avevo pensato a un titolo che fosse “I bagliori del tramonto e la mobilitazione totale”, un concetto che serve anche a chiarire come la Germania abbia perso la guerra». L’esperienza nelle trincee europee sarà testimoniata da Jünger che esordisce con “Nelle tempeste d’acciaio”, da Emilio Lussu con “Un anno sull’altipiano”, da Carlo Emilio Gadda con “Giornale di guerra e di prigionia”, ancora dal tedesco Erich Marie Remarque con “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, mentre «Spengler scrive “Il tramonto dell’Occidente” durante il conflitto mondiale – ha ricordato Gagliardi – Allo scoppio della guerra viene riformato e ne è molto deluso. Segue il conflitto con molta attenzione, avanzando delle ipotesi sull’andamento della guerra. In una lettera inviate ad un amico che si trova sul fronte orientale si dice sicuro della vittoria, dell’indubbio vantaggio della conquista del Belgio, del guadagno di un vasto impero coloniale e di come lo sbarco in Gran Bretagna sia fattibile». Previsioni che dovrà ridimensionare in una seconda lettera all’amico soldato, quando ormai la guerra si è già impantanata.
Ragionando sullo sviluppo delle civiltà, Spengler «individua il luogo storico della Prima guerra mondiale e lo sviluppo storico della nazione tedesca – ha precisato Gagliardi – Contrapponendolo al materialismo che risolve tutto: arte, cultura, religione. Tipico dell’americanismo privo di anima. Una contrapposizione tra civiltà e civilizzazione che ricollega al periodo storico che va dai disordini di Mario e Silla fino alla battaglia di Azio». Secondo Spengler «la storia mondiale è quella di otto grandi civiltà, intese come unità organiche che si sviluppano a struttura periodica e ciclica – ha proseguito il professor Gagliardi – La guerra mondiale appena iniziata, afferma il filosofo, si inserisce in questo ciclo. È l’inizio di una svolta epocale nel ciclo iniziato nell’anno 1000, giunto ormai al suo tramonto».


A questo punto entra in gioco il nucleo filosofico e storico de “Il tramonto dell’Occidente”, della contrapposizione tra civiltà e civilizzazione, tra kultur e civilisation. «La posta in gioco è, secondo Spengler, la stessa delle guerre puniche: l’idea romane e latina contro l’ellenismo, l’occidente germanico contro l’oriente ellenistico – ha ricordato Gagliardi – La Germania si pone come Roma e per Spengler lo si vede anche nei soldati in grigioverde, disadorni e ferrei come le legioni. Gli inglesi si presentano come l’oriente ellenistico e punico. Siamo di fronte ad una serie di parallelismi storici: da una parte Roma come segno di civilizzazione, stemperato dallo stoicismo dell’età senatoria, e dall’altra Atene come simbolo della civiltà. Secondo Spengler “l’imperium mundi” sarà in mano dello spirito tedesco o in quello inglese. La civilizzazione, legata allo spirito che informa la nazione inglese, deve essere ritardata per quanto possibile, altrimenti la civiltà giungerà al suo epilogo ciclico. Il filosofo tedesco indica in Roma e nello spirito tedesco la civiltà, mentre in Cartagine-Inghilterra il sentimento epicureo-consumistico».
Perché allora la Germania e gli Imperi centrali hanno perso la guerra? Perché “lo spirito prussiano della Roma senatoriale viene sconfitto dalle pittoresche e multicolori schiere punico-ellenistiche dell’inghilterra”, ricorda Spengler? D’altronde lo stesso Jünger aveva sottolineato la varietà di uomini che componeva l’esercito di Sua Maestà britannica: sui campi di battaglia vedeva molti cadaveri nella divisa marrone inglese, ma i volti erano “del multicolore impero”: indiani, africani, maori.


Il filosofo Spengler descrive la “morfologia della storia come composta da otto monadi gigantesche. Ogni civiltà nasce da un’anima che informa di sé ogni manifestazione storica. Si tratta di civiltà chiuse che nascono crescono e muoiono in se stesse – ha detto Gagliardi – Individua cinque sotto-anime nei popoli, poi nazioni, che hanno fondato l’Occidente. Si tratta di cinque popoli germanici: Longobardi, Franchi, Visigoti, Anglosassoni e le tribù germaniche. Di questi popoli due sono fondamentalmente anarchici: i francesi e gli italiani. Tre sono caratterizzati in senso socialistico e imperialistico: la Spagna di Carlo V e di Filippo II, la parentesi francese dal Re Sole a Napoleone, la Germania di spirito prussiano e quella con l’anima vichingo-piratesca, trasformatasi in prospettiva liberale, democratica e consumistica. In questo ciclo che va verso la civilizzazione, se vince la Germania il processo si arresta, se vince l’Inghilterra si va verso la fine – ha proseguito Gagliardi – A questo punto torniamo al concetto di “mobilitazione totale”, un chiaro richiamo a Jünger che nel 1930 pubblica proprio “La mobilitazione totale”, chiedendosi come la Germania abbia potuto perdere la guerra. Secondo Jünger non basta l’interpretazione mitico-culturale di una forza misteriosa ha spinto i popoli alla guerra, ma bisogna introdurre il concetto di “mobilitazione totale” nel progresso. Si tratta della religione popolare del XIX secolo. La Germania ha perso e doveva perdere perché non aveva un rapporto con il progresso inteso come religione popolare».
La Germania era legata al progresso solo come esperienza tecnica, «non aveva informato l’anima della nazione al progresso, era ancora legata e allo spirito della cultura. Non aveva una fede acritica nel progresso, tanto da chiamare tutta la nazione allo sforzo bellico mettendo i grandi padri tedeschi sulle monete o francobolli. La Germania non si è immedesimata nella civilizzazione, nella mobilitazione totale della tecnica e della produzione. Il soldato è ancora un guerriero che combatte per la Patria e non un operaio della guerra. In questo caso bisogna richiamarsi alla seconda parte del Faust di Goethe – ha ricordato Gagliardi – Faust muore quando ha terminato la costruzione di un paese in cui si vive in pace producendo e consumando. L’ultimo atto è l’ordine quello di far scavare un fosso, al termine del quale si accorge che è una fossa e poi muore. Questa è la civilizzazione, cioè il progresso civiltà contro la cultura, la lotta civile contro la barbarie di quel mondo impersonato dagli imperi centrali. Per Spengler, infine, la Germania è perduta per colpa della sua Inghilterra interiore». La civilisation ha vinto sulla kultur.

Pubblicato da Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

Leave a reply