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“La prima volta”, voci e speranze dal carcere minorile del Pratello di Bologna

La cancellata che si chiude. Le chiavi che girano. Un’altra giornata si conclude al carcere minorile del Pratello di Bologna per i giovani rinchiusi, per gli educatori e il personale dell’istituto.

Il regista Roberto Cannavò è entrato con la telecamera e ha raccontato nel lungometraggio “La prima volta”, prodotto da Uisp Emilia-Romagna con patrocinio di Comune di Bologna e Regione Emilia-Romagna, la realtà del Pratello. La prima volta di reati non detti, la prima volta che quel portone si è chiuso dietro alle spalle dei ragazzi, la prima volta di tanti giovani che provengono dagli stessi quartieri di trenta anni fa. Solo che una volta erano tutti italiani, adesso sono giovani stranieri.

Ne abbiamo parlato con il regista Roberto Cannavò.

“La prima volta” di tante cose, come è nata questa idea?

«L’idea di questo film nasce dalla collaborazione con la Uisp Emilia-Romagna e dalle attività svolte dall’associazione all’interno del carcere. La possibilità di entrare all’interno della struttura ha rivelato ovviamente la possibilità di raccontare le storie dei ragazzi, storie difficili che attendono un lieto fine. Mi è sembrato dunque doveroso raccontare una realtà, purtroppo, quasi sconosciuta».

Com’è stato entrare in un carcere minorile e girare un film?

«Entrare in carcere non è un’esperienza galvanizzante (anche se non si è condannati alla reclusione), al contrario, girare un film lo è. Riuscire a far coesistere queste due emozioni è stata la prima difficoltà; le tempistiche dettate dalla struttura e le restrizioni sull’attrezzatura sono state la seconda. Tuttavia l’intensità del luogo ha permesso alle immagini di essere reali e vive, superando tutti i limiti tecnici».

Come hanno reagito i ragazzi alla presenza della telecamera?

«Inizialmente erano diffidenti, poi una volta compreso che l’atteggiamento non era quello di chi va a vedere gli animali in gabbia hanno cominciato a fidarsi, permettendomi di guidarli e tirando fuori le loro emozioni».

Qual è la cifra stilistica che hai utilizzato per sceneggiare e girare?

«Essendo un documentario, ovviamente, una sceneggiatura nel senso più proprio del termine non è stato possibile realizzarla. È stato più un processo di scoperta, in cui sono dovuto entrare in sintonia con i ragazzi e con le loro storie per riuscire a vedere ciò che le accomunava. Una volta trovato il filo è bastato seguirlo e, di conseguenza, farlo seguire anche a loro».

Il silenzio, lo scorrere del tempo, le speranze e le emozioni dei ragazzi, la presenza degli adulti (personale carcerario, educatori, volontari), che cosa emerge dalla pellicola di questa realtà?

«L’intento del film, e spero che il messaggio sia arrivato, è quello di raccontare la complessità e al tempo stesso la fragilità delle storie vissute dai ragazzi nonché le difficoltà che incontrano tutti coloro che, direttamente o indirettamente, vivono questa realtà. Non è un documentario che vuole dare risposte, ma che vuole incuriosire e interessare».

Quale futuro immaginano i ragazzi una volta fuori dal Pratello?

«La cosa bella e al tempo stesso tremenda è vedere i modi differenti in cui reagiscono i ragazzi. C’è chi non ha perso di vista i propri sogni e chi invece si sente smarrito e abbandonato. Chi crede in un futuro e si impegna e si prepara ad affrontarlo e chi ancora magari deve realizzare di essere in carcere. Sicuramente avranno dei momenti difficili, ma, a me piace pensare alla loro situazione con un verso di De André: “…Dai diamanti non nasce niente…”».

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About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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