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La responsabilità medica: dai casi sanitari alle sentenze della Cassazione

Il volume “La responsabilità medica. Aspetti di diritto sostanziale e processuale” dell’avvocato Monia Dottorini (edito da Primiceri editore) analizza lo sviluppo del tema sulla base delle fonti giuridiche più recenti. Attenzione particolare è stata data alle sentenze della Corte di Cassazione che ha rielaborato l’assetto normativo della responsabilità medico-sanitaria con evidenti riferimenti a tematiche afferenti a profili prettamente risarcitori, stabilendo dei capisaldi per il sistema della responsabilità civile medica ed i relativi aspetti risarcitori.

Responsabilità medica

Monia Dottorini è avvocato Cassazionista del foro di Perugia, ausiliario del giudice, docente in materie giuridiche ed economiche, esperta in sociologia ed antropologia, autore di e-book, articoli e note a sentenza in collaborazione con le maggiori case editrici.

Avvocato Dottorini, che cosa s’intende con il termine “responsabilità medica”?

«Si può parlare di responsabilità medica laddove il comportamento negligente, imperito od imprudente dell’operatore sanitario abbia cagionato un pregiudizio alla sfera psico-fisica del paziente, a prescindere se costui abbia agito singolarmente od in équipe».

Colpa, evento o responsabilità, quale legame deve sussistere a livello giudiziario?

«L’autorità giudiziaria, affinché possa ritenere sussistente una responsabilità in capo all’operatore sanitario è indispensabile che proceda anche e soprattutto all’accertamento dell’esistenza del cosiddetto nesso di causalità tra l’azione o l’omissione e l’evento pregiudizievole, ove trova decisamente importanza l’elemento psicologico della colpa. Il danno alla salute subito dal paziente deve essere la conseguenza immediata e diretta di un errore diagnostico, terapeutico oppure di un’omessa vigilanza riconducibile ad una condotta colposa tenuta dal professionista sanitario. Esula dal giustificare l’esistenza della responsabilità medica il cosiddetto danno iatrogeno, conseguente ad un’eventuale trattamento terapeutico cui può essere sottoposto il paziente, piuttosto che ad un errore medico».

Esistono differenze nella trattazione della responsabilità medica nel caso di dottori, infermieri, psichiatri, guardia medica?

«Non esistono sostanziali differenze ai fini della configurabilità della responsabilità in capo a ciascun operatore sanitario, purché sia rapportata al ruolo ricoperto ed alle specifiche mansioni cui ognuno di essi è chiamato a svolgere. Pertanto, ci troveremo di fronte ad un caso di responsabilità medica qualora il professionista sanitario abbia cagionato un pregiudizio allo stato psico-fisico del paziente, a seguito di un comportamento illecito o comunque imperito, imprudente o negligente in violazione di norme giuridiche e regolamenti e ciò in adempimento delle proprie incombenze».

Il ruolo delle strutture sanitarie nei casi di malpractice medica?

«Per rispondere in modo esauriente e sintetico al quesito è bene richiamare un recente orientamento della Corte di Cassazione, ad avviso del quale: “in tema di danno da malpractice medica, in tempi antecedenti l’entrata in vigore della Legge n. 24/2017, nel caso in cui ricorra una colpa esclusiva del medico la responsabilità deve essere paritariamente ripartita tra struttura e sanitario nei conseguenti rapporti tra gli stessi, salvo alcune ipotesi specifiche”. E’ chiaro, quindi, che la struttura sanitaria risponde del danno arrecato a terzi dai propri dipendenti anche nel caso in cui quest’ultimo abbia approfittato delle sue attribuzioni ed agito per scopi egoistici, purché ricorra un nesso di occasionalità necessaria tra la condotta colpevole e le funzioni od i poteri che il dipendente stesso esercita o di cui è titolare. Ciò significa che vi è corresponsabilità solidale tra tutti coloro ai quali sia imputabile un fatto dannoso, purché le singole azioni abbiano concorso in modo efficiente a produrlo. Come si può notare, la giurisprudenza di legittimità ha voluto sottolineare l’evidente incidenza normativa dell’articolo 1228 codice civile, giustificando l’imputazione al debitore degli illeciti commessi dai suoi ausiliari sulla libertà del titolare dell’obbligazione di decidere come provvedere all’adempimento, con contestuale accettazione del rischio connesso ai metodi scelti per farvi fronte e secondo la struttura di responsabilità organizzativa nell’esecuzione di prestazioni complesse».

Le differenze tra civile e penale?

«Tra le tematiche più controverse in ambito dottrinale e giurisprudenziale, vi è il corretto inquadramento della responsabilità penale medica. In ambito penalistico, ricorrerà una responsabilità medica nel caso in cui sia configurabile una fattispecie di reato, come può essere l’omicidio colposo oppure le lesioni personali gravissime. Anche in tale conteso, assume importanza l’accertamento dell’esistenza del c.d. nesso di causalità, il quale richiede l’applicazione del c.d. giudizio controfattuale, al fine di verificare se, ipotizzandosi come realizzata la condotta dovuta, l’evento lesivo si sarebbe evitato al di là di ogni ragionevole dubbio. Soprattutto nei reati omissivi impropri, l’autorità giudiziaria dovrà ricorrere al ragionamento controfattuale, tenendo conto del tipo di attività sanitaria richiesta e da ritenersi idonea a scongiurare l’evento lesivo, con elevato grado di credibilità razionale. Al contrario, in ambito civilistico, ove predomina l’aspetto patrimonialistico-risarcitorio, ciò che ha formato oggetto di ampie discussioni è stata la qualificazione della natura giuridica della responsabilità medica, in una previsione di tipo extracontrattuale o contrattuale, se non addirittura da contatto sociale, con evidenti ripercussioni sul piano dell’onere probatorio, della prescrivibilità delle relative azioni, della quantificazione del danno. Differenze rispetto all’omologa responsabilità penale del medico, si rinvengono in relazione soprattutto alla diversa concezione del nesso di causalità, basato quest’ultimo sul principio del più probabile che non o comunque sul criterio della preponderanza dell’evidenza. Con il tempo, la giurisprudenza ha adottato il criterio della ragionevole probabilità, basandosi sulle previsioni normative di cui agli articoli 40 – 41 codice penale, adattandoli alle esigenze del giudizio civile e, quindi, basando l’esistenza del nesso di causalità che lega l’illecito al danno sulla ricorrenza di una prova che lo rende probabile nel suo verificarsi».

La cartella clinica ed altri elementi di prova?

«La cartella clinica è un documento dove si registra la storia clinica del paziente dall’accettazione, alla diagnosi ed alla cura. Naturalmente, in quanto atto pubblico, dovrà essere redatta in modo chiaro, preciso, senza cancellature né correzioni. Trattasi di un documento complesso e progressivo, la quale costituisce uno strumento probatorio ai fini dell’accertamento di una responsabilità medica ed, allo stesso tempo, fonte di valutazione in ambito medico-legale. Il più delle volte la cartella clinica assume valore di “prova regina”, sia in un giudizio civile che penale, salvo la dimostrazione della sua falsificazione. Un mezzo di prova che assume un’importanza determinante in ambito giudiziario è sicuramente la cosiddetta perizia, la quale assume valenza probatoria sia in sede di incidente probatorio che dibattimentale. La perizia è ammessa quando occorre svolgere indagini od acquisire dati o valutazioni che richiedono specifiche competenze tecnico-scientifiche. Nel processo civile prende il nome di consulenza tecnica. La relazione peritale che caratterizza la fase conclusiva dell’attività del perito o consulente tecnico, non è da considerarsi vincolante per il Giudice; infatti costui potrà discostarsi dalla conclusioni raggiunte quando si basano su dati fattuali dimostratisi erronei e, quindi, tali da rendere inattendibile il ragionamento logico seguito dai periti stessi».

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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