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La riforma della legittima difesa

Si sta discutendo in Parlamento la riforma dell’istituto della legittima difesa. Ciò a seguito dei molti fatti di cronaca che hanno visto le vittime di rapine imputate di omicidio a danno dei malviventi e del movimento popolare a critica di questo tipo di decisioni.

Andiamo con ordine partendo dallo spiegare cosa è la legittima difesa.

Se ne parla all’articolo 52 del codice penale, articolo che subì una modifica di notevole portata già nel 2006. La difesa legittima si ha quando si commette un fatto, che diversamente sarebbe reato, come una lesione o una aggressione di qualsiasi tipo, costretti dalla necessità di difendere un diritto proprio o altrui contro un pericolo presente di una offesa ingiusta, con il limite della difesa proporzionata all’offesa. In pratica quando per difendere un proprio diritto che viene aggredito, durante l’aggressione stessa, si reagisce compiendo un fatto che sarebbe altrimenti reato, purché in modo adeguato, ovvero in modo che la difesa sia proporzionata all’offesa.

Nel 2006 ci fu una prima modifica dell’articolo 52 codice penale con l’inserimento dei commi secondo e terzo, volti specificamente a disciplinare il caso delle intrusioni in case di abitazione o in esercizi commerciali. Il secondo comma è in relazione al reato di cui all’articolo 614 codice penale ovvero violazione di domicilio, figurando una presunzione di legittimità della difesa se chi è presente legittimamente in un luogo privato usa una arma purché detenuta legittimamente o altro mezzo adatto alla difesa della propria o altrui incolumità ed anche i propri beni purché non vi sia desistenza e vi sia pericolo di aggressione. Il terzo comma estende queste previsioni agli esercizi commerciali.

La norma in discussione in Parlamento va ad incidere su questi ultimi due commi, oltre ad inserire un quarto comma sempre sul tema delle intrusioni. Si vorrebbe inserire che è sempre legittima la difesa da intrusioni effettuate con violenza o minaccia di uso di armi o di altri mezzi di coazione fisica.

Quindi dal 2006 ad oggi si continua a legiferare sul tema della legittima difesa in caso di violazione di domicilio e intrusione perché in questo campo si sono avute le pronunce giurisprudenziali maggiormente contestate. Esiste infatti un filone giurisprudenziale che ha interpretato il concetto di proporzione fra offesa e bene da difendere nel senso di non legittimare mai la difesa di chi reagisce vedendosi un estraneo in casa, sostenendo che fra il bene della vita ed il bene della proprietà dei beni prevale il bene vita e integrità fisica, condannando quindi sempre coloro che reagiscono ben oltre i dettami dell’eccesso colposo previsto all’articolo 55 codice penale (su cui peraltro sta incidendo la riforma in itinere). Questo filone giurisprudenziale risponde ad una etica cattolica di considerare il bene della vita superiore alla proprietà e viene giustificato da questa etica e con la volontà di costruire una etica indirizzata in tal senso. In ordine a questa interpretazione pur essendo io d’accordo sul principio in generale, cioè che ovviamente il bene vita ed integrità fisica è un bene superiore al bene proprietà, non mi trovo d’accordo su alcune considerazioni in concreto. Occorre infatti considerare che quando una persona comune si trova un estraneo di notte in casa istintivamente ha paura non del furto degli oggetti materiali, ma di una aggressione fisica, specie se la parte offesa è donna, quindi maggiormente vulnerabile. Una donna teme non tanto il furto degli oggetti, ma la violenza fisica che può anche essere sessuale e la sua reazione va sempre in questa direzione, difendersi dai predatori di uomini, non di cose. Nei casi di intrusione quindi la volontà della vittima quasi mai è volta solo alla difesa dei beni materiali ma ritengo spesso, se non sempre, volta alla difesa della incolumità fisica, con i limiti dati dalla situazione, dalla paura, dalla inesperienza, certo non da trattare come reati volontari.

Il contrasto fra l’interpretazione sempre più rigida dell’articolo del codice penale sulla legittima difesa ed il senso comune ha generato la prima riforma del 2006 ed è alla base dell’attuale testo in discussione. La tendenza di queste riforme è nel precisare, specificare le situazioni che vanno considerate legittima difesa e la eccessiva specificazione, tipica del diritto penale italiano, trovo che sia di ostacolo alla difesa dei diritti del cittadino, alla funzione di prevenzione e di repressione tipica del diritto penale.

La scelta del diritto penale italiano è sempre stata quella di tipizzare i comportamenti considerati reato il più possibile, finendo con il creare delle sacche di impunità in quanto specificando specificando si finisce con il rendere reati alcuni specifici comportamenti escludendone altri simili. Un esempio di questa modalità di legiferare è la disciplina dei falsi, riformata anche di recente, nel 2016, con la depenalizzazione. La disciplina dei falsi documentali e materiali è farraginosa e tipizzata al massimo, ma non per questo completa, adatta a coprire ogni situazione che si può verificare. La nostra legislazione anzi diffida delle norme ampie, che possono contenere vari comportamenti concreti, definite anche norme penali in bianco in quanto non complete. Questa diffidenza che esprime a mio parere una volontà di controllare l’esercizio della giurisdizione da parte del legislativo, esprime una mancanza di fiducia nella magistratura ed in questo tentativo di limitare la discrezionalità dei giudici si finisce con ingabbiare le norme in casistiche incomplete. Una delle leggi che governano la legiferazione è che meno si specifica una norma maggiore è l’ampiezza del suo raggio, ma per fare una buona legislazione in tal senso occorre fiducia nella capacità dei giudici di interpretare la legge e giudicare, fiducia che il Parlamento italiano non ha mai dimostrato, limitando la discrezionalità dei magistrati e privandoli di quella fiducia che sarebbe necessaria all’espletamento della loro delicata funzione.

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