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La storia di Charlotte Yapi Akassi uccisa dal compagno

Il Codice rosso e i suoi limiti, la rivoluzione culturale che manca, nell’intervista all’avvocato Maria Furfaro

Il bagno di sangue delle donne vittime di violenza domestica non si è fermato neanche durante il lockdown. Da marzo fino al 23 maggio, in Italia, sono state 14 le donne uccise all’interno delle mura domestiche. Donne invisibili uccise in quarantena. Che si sono ritrovate ad accogliere l’invito, non certo sicuro, a restare a casa insieme al proprio assassino. La propria abitazione che doveva tutelarle dal Covid-19 si è trasformata invece in una vera prigione e in una condanna a morte. Una prigione in cui sono state maltrattate, spesso insieme ai loro figli, da mariti o compagni violenti. Sicuramente le misure di distanziamento sociale hanno esposto le donne a rischi incommensurabili e a delle conseguenze.

Solo ad aprile picco di telefonate al 1522 I dati del numero antiviolenza e antistalking e dell’app 1522 per i mesi di marzo e aprile 2020 rilevano una crescita importante delle telefonate e dei contatti per segnalare episodi di violenza domestica e chiedere aiuto. Mentre i mesi di gennaio e febbraio di quest’anno registravano un decremento nell’utilizzo del servizio, durante il lockdown è cresciuto il numero di donne che si sono rivolte al numero di pubblica utilità. Nel mese di marzo sono stati 716 i contatti, mentre dall’1 al 18 aprile 2020 sono saliti a 1.037. Da rilevare, inoltre, la crescita dell’utilizzo dell’app 1522: se le segnalazioni via chat a gennaio 2020 sono state solo 37 e a febbraio 50, a marzo sono salite a 143 e a 253 nei primi 18 giorni di aprile.

L’avvocato Maria Furfaro

Corsia preferenziale per chi vive in casa con l’orco Tra le misure recenti, a livello giudiziario, c’è il Codice rosso, intervento legislativo che risale a quasi un anno fa, che sta cercando di fronteggiare il fenomeno, ma non sempre basta. «Sicuramente è uno strumento importante, un qualcosa in più, ma non risolve il problema, perché ci sono vittime e vittime. È necessario prediligere una corsia preferenziale per quelle donne vittime di violenza domestica, che sono costrette o che ancora vivono sotto lo stesso tetto con il proprio carnefice, che usa violenza fisica, psicologica e verbale, e magari ha anche armi in casa. È necessario capire subito chi è la vittima che rischia di più e di morire». A dirlo è l’avvocato del foro di Milano, Maria Furfaro, che rivolge particolare attenzione e cura alla difesa dei minorenni, alle vittime di reati sessuali, ai reati contro la famiglia e stalking.

La storia di Charlotte Yapi Akassi L’avvocato Furfaro assiste i genitori di Charlotte, 26 anni, originaria della Costa D’Avorio e madre di due figli avuti da una precedente relazione, nel processo contro Carmelo Fiore che la strangolò a Pozzo d’Azza, in provincia di Milano, tra la notte del 23 e del 24 settembre del 2019. Proprio nei giorni scorsi si è concluso il processo di primo grado, celebratosi a porte chiuse a causa della pandemia: 23 anni di carcere all’assassino e, una volta scontata la pena, altri tre anni di libertà vigilata, è la sentenza pronunciata dalla Corte d’Assise di Milano, presieduta da Ilio Mannucci Pacini. Il reato che gli è stato contestato omicidio aggravato volontario. Il pubblico ministero Maura Ripamonti aveva chiesto 22 anni, riconoscendo a Carmelo Fiore le attenuanti in quanto incensurato e collaboratore durante le indagini.

Charlotte aveva già subìto violenze I due stavano insieme da più di un anno e già un anno prima Sharly, come tutti la chiamavano, era stata picchiata. Poi ci fu un’altra lite qualche giorno prima del delitto, intervennero i carabinieri. La notte del femminicidio, Carmelo Fiore chiamò l’ex moglie, dalla quale ha avuto due figli, dicendo «ho fatto una pazzia» e di voler «farla finita». Dopo si ferì con un coltello al petto, secondo l’accusa per inscenare un tentativo di suicidio che non era andato a buon fine. I genitori di Charlotte, difesi appunto dall’avvocato Furfaro, si sono costituiti parti civili, come anche l’ex marito e i figli della donna, difesi invece dagli avvocati del foro perugino Nicodemo Gentile e Antonio Cozza. In casa è stata trovata una lettera di Charlotte in cui scrisse: «Se mi dovesse succedere qualcosa, sappi che è stata solo e sempre colpa tua».

Avvocato Furfaro, secondo lei è l’ennesima vittima che poteva essere salvata?

«Sicuramente si poteva evitare. È stata una tragedia annunciata, già altre due volte intervennero i carabinieri per le violenze che subiva dal compagno, ma Charlotte, una brava ragazza, non ebbe il coraggio di denunciarlo, perché non voleva danneggiare Carmelo Fiore e dare un dispiacere ai figli dell’uomo. Quando un anno prima ci fu il primo episodio di violenza, lei ammise chi fosse stato, ma preferì evitargli un procedimento penale».

Per il padre di Sharly l’assassino meritava l’ergastolo…

«Un padre è normale che voglia la pena maggiore per chi ha ucciso la propria figlia. Ma in questo caso, l’assassino ha subito confessato, ha avuto un comportamento diverso rispetto a chi magari si allontana o distrugge il corpo della vittima, poi è incensurato. Ma aspettiamo comunque le motivazioni della sentenza».

Mi ha sorpreso il suo sottolineare che Sharly non è una vittima di serie B…

«Si è parlato pochissimo di questa brutta storia. Forse perché il suo assassino ha confessato subito e, quindi, non ne è nato un caso. Però è giusto che se ne parli, è importante sensibilizzare sull’argomento. È necessario svegliare le coscienze, ci vuole una rivoluzione culturale, a partire dalle famiglie, non bisogna sottovalutare la violenza di genere. I genitori devono educare i figli fin da piccoli al sentimento, che non c’è un sesso che prevarica l’altro. Devono insegnare ai maschietti di rispettare le bambine e a queste che devono essere rispettate. Poi c’è chi vive in un contesto familiare violento e tende, purtroppo, a credere che la realtà sia fatta di violenza».

Oggi l’emergenza è reale, secondo lei, perché il Codice rosso non riesce ad arginare la violenza di genere?

«Forse può anche funzionare nelle piccole realtà, ma in città grandi, come Milano o Roma, è impossibile ascoltare in tre giorni tutte le vittime che denunciano. Le forze dell’ordine ricevono tantissime chiamate, ma non c’è una valutazione del rischio reale. Tutti gli episodi vengono considerati uguali, ma in realtà non è così. Intendiamoci, tutte sono vittime e devono ricevere la massima attenzione, ma una donna vittima di stalking, per esempio, non ha lo stesso rischio di una donna che vive con il suo aguzzino. Ecco perché è necessaria una corsia preferenziale, bisogna valutare il rischio reale, capire subito qual è la vittima che rischia di morire. Bisogna ‘privilegiare’ la donna che è più a rischio. E per arrivare a ciò è anche necessaria una formazione degli operatori che ricevono le denunce. Spesso il problema è la sottovalutazione del rischio».

About Rosaria Parrilla

Giornalista pubblicista, addetta stampa, conduttrice televisiva e di eventi

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