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La storia, la politica e la letteratura, incontrare la vita nei romanzi di Nicola Mariuccini

Politico, scrittore, già barman e adesso per mestiere si occupa di servizi digitali, dopo “La prigione di cristallo” e “Nighthawks” torna in libreria con “Niños”, Nicola Mariuccini legge tanto, scrive e riflette sul mondo e sulla società (la politica non si abbandona mai). Lo abbiamo incontrato per parlare di tutto questo.

Chi è Nicola Mariuccini?

«Un uomo di 52 anni, lettore tenace sin dall’infanzia, scrittore da qualche anno. Ho scritto tre romanzi, l’ultimo di questi giorni si intitola Niños edito da Castelvecchi. Collaboro con un gruppo di scrittori per beneficenza, gli Scrivi per bene, con cui abbiamo pubblicato un romanzo collettivo: La giusta luce edito da Ali&no. Dello stesso gruppo e per lo stesso editore è previsto ad ottobre una raccolta in cui ho scritto un paio di racconti».

Cos’è la scrittura per te?

«Un bisogno espressivo. Scrivo romanzi a sfondo storico, questo mi permette di approfondire le vicende del periodo che di volta in volta scelgo, di ricostruire, per quanto possibile, il clima dell’epoca, con i suoi accadimenti accertati e anche con le sue controversie. La storia forse la scrive chi vince ma la fa anche chi perde o chi per mille motivi non partecipa. Nei momenti cruciali della storia la vita delle persone scorre lo stesso. Problemi quotidiani, noie, fastidi e anche amori e passioni vivono un quotidiano di semplicità anche nei momenti furibondi di rivolta o quelli in cui magari la libertà viene negata».

Quali sono i tuoi riferimenti letterari?

«Vincenzo Cerami, sia nei romanzi che nelle sceneggiature dei film è un punto di riferimento certo del mio modo di pensare la letteratura.
Ho letto i suoi “Consigli” e più di una volta ho avuto modo di parlare con lui di persona di come intrecciare i pensieri e le parole dei vari personaggi perché il lettore li veda in azione. Di recente una illustratrice, dopo aver letto il mio ultimo libro mi ha detto che leggendolo aveva avuto le stesse sensazioni provate durante la visione de La vita è bella. Lì per lì la cosa mi ha sorpreso perché non ci avevo mai pensato, ma poi, riflettendoci, ho rimesso in fila tutte le cose di cui parlavo prima ed è diventato tutto così chiaro e bello anche. Così mi è sembrato almeno».

Hai esordito con “La prigione di cristallo” ambientato in Grecia sotto il regime dei colonnelli, interesse storico, passione politica o voglia di raccontare la verità, il desiderio di libertà?

«Ho scritto il mio libro in modo, all’inizio, piuttosto inconsapevole. Volevo vedere se dopo aver passato tutta la vita a leggere fossi capace anche a scrivere ma, soprattutto, ricordo che fui investito da un’onda emotiva legata alle situazioni di estrema difficoltà da cui fu travolta la Grecia, la mia seconda patria. Furono momenti difficilissimi in cui la povertà e la rabbia stavano di nuovo per far ripiombare il paese nelle condizioni assurde già sperimentate ai tempi dei colonnelli. Decisi per quello di ambientare la storia nel 1973, nei giorni del politecnico».

Con “Nighthawks” ti sei spostato in Portogallo, anche qui attraverso una trama apparentemente normale affronti temi politici?

«Nighthawks è un libro sulla solitudine, ho preso l’omonimo quadro di Hopper e l’ho portato in Portogallo, a Monsaraz. Un luogo dove il tempo sembra non muoversi. Poesia, letteratura eventi tragici e storie di ogni giorno attraversano quella terra senza turbarla, dalle vicende dell’Aginter Presse dei tempi della dittatura di Salazar fino ai giorni della accelerazione europeista del socialista Socrates della metà del 2000. La storia delle persone scorre in maniera del tutto diversa dalla cronaca giornalistica e dalle sue rappresentazioni mediatiche».

Come nascono le storie che racconti?

«Associo pensieri e immagini, spesso ancorando fatti osservati nel quotidiano a momenti storici particolari. Mi piace trasporli e animarli in un tempo diverso, magari anche cambiando l’età e il sesso del personaggio. Cosa farebbe quell’imperturbabile signore che sta prendendo un caffè seduto sul tavolo di un bar se fosse a Parigi nel luglio del 1830, mentre fuori il popolo improvvisamente insorge?».

Cosa incarnano i tuoi personaggi?

«Mancati poeti, tronfi vincenti, eroi di carta, donne sconfitte dal cuore rigato, coraggiosi di secondo piano, combattenti magari senza un cassetto ma con un sogno in mano da tutta la vita».

Tra i tuoi impegni c’è la politica, sia da militante sia da rappresentate eletto, questa esperienza quanto ha influenzato la tua scrittura?

«Da ragazzo facevo il barman in un locale e ho conosciuto uomini persi: truffatori, giocatori d’azzardo, ballerine del night che si sforzavano di sembrare normali e parecchia gente normale che si sforzava di sembrare persa. Più avanti, da politico, ho frequentato ministri, onorevoli, senatori che si sforzavano, spesso senza difficoltà, di sembrare gente normale e tante persone normali che parlavano come fossero il premier, con toni spesso anche credibili.
La vita, diceva Vinicious De Moraes, è l’arte dell’incontro».

Giustizia e letteratura, quale rapporto secondo te?

«La letteratura ha il potere di elevare il proprio giudizio sopra i limiti imposti dalla legalità, a cui invece la giustizia ordinaria dovrebbe attenersi (il condizionale è d’obbligo). Se il processo mediatico è capace di alterare le valutazioni giudiziarie e di creare un cortocircuito spesso fuorviante o paralizzante, con ricadute spesso fuori dai limiti della ragione, la letteratura può ambire addirittura al ruolo di giudice storico, riportando la verità dove si era appannata ovvero seminare il dubbio dove sembrava tutto evidente. Pensiamo al “Nemico del popolo” di Ibsen, al sindaco onesto che denuncia i crimini ambientali del fratello e viene accusato dalla sua stessa comunità cittadina di essere lui il traditore. Oppure, tornando a Cerami, non può non venire in mente Giovanni, il personaggio de “Un borghese piccolo piccolo” che, consapevole dei limiti della giustizia umana nei confronti del suo odio titanico decide di compiere la sua giustizia privata infliggendo all’assassino giorni e giorni di torture fino alla morte».

In questi giorni è in libreria Ninos il tuo nuovo romanzo, il terzo, anche questo per Castelvecchi. Di cosa parla?

«E’ ambientato in Spagna nel 1938, nella fase cruciale della guerra civile e dell’avvento del franchismo e del nazionalismo. La vicenda è quella dei bambini rubati, lo scandalo che è esploso recentemente e che ha travolto anche la chiesa spagnola. I bambini nati dalle famiglie dei repubblicani venivano sottratti alle madri biologiche appena dopo il parto e affidati segretamente a famiglie vicine al franchismo. Questa operazione, partorita dalla mente di uno psichiatra spagnolo (Vallejo-Najera) protrasse i suoi effetti per diversi anni anche dopo la morte di Franco. Nell’agosto del 1938 in una struttura a Burgos furono “studiati” circa cinquanta prigionieri catturati a Malaga. Nella mia storia quattro ragazzini parlano tra loro raccontando di quella vicenda, della guerra civile e degli eventi che hanno condotto la Spagna dall’essere una culla di cultura e di educazione montessoriana a diventare teatro di odio e rozza affermazione della prepotenza più vile. Ho cercato, per mezzo della voce dei bambini, di far emergere un po’ di tenerezza e di speranza in un quadro desolato e infranto».

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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