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La vicenda della nave Diciotti e il ruolo politico della magistratura

Il caso del fermo a bordo della nave della Guardia Costiera italiana “Diciotti” di 177 migranti, ha riproposto il tema del ruolo politico della magistratura, infiammando il dibattito tra quanti vedono nell’operato del procuratore capo di Agrigento un’inopportuna invasione di campo nella gestione di un’emergenza che compete al potere esecutivo, e quanti, viceversa, riconoscono nell’iniziativa della Procura un prezioso argine contro una deriva politica che ha travolto lo stato di diritto e il dettato costituzionale.

Il ruolo della magistratura, tra rapporti tesi con l’Europa e politica interna

I risvolti giuridici di quello che ha assunto i connotati di uno scontro istituzionale, comprendono l’avviso di garanzia al ministro dell’interno per i reati di sequestro di persona, arresto illegale e abuso d’ufficio, e l’opposta denuncia, annunciata da Gianni Alemanno Alemanno contro il pm Patronaggio, per attentato ai diritti politici del cittadino. Più che i termini specifici di una vicenda che appare gestita, fin dall’inizio, con la finalità di creare un casus belli, sia rispetto al rapporto con l’Europa sia sul fronte politico interno, dando vita ad una rappresentazione plastica del un nuovo approccio politico italiano al tema dell’immigrazione, è la riproposizione del tema del ruolo politico della magistratura a costituire l’oggetto di questo articolo. Non appare, infatti, un caso che sia un’emergenza, reale o “forzata”, ad avere dato vita allo scontro istituzionale che ha acceso il dibattito sulla questione, rispetto alla quale si discute da decenni senza riuscire a centrarne il punto d’origine. Contrariamente a quanto comunemente si ritiene non è in Tangentopoli, di cui recentemente si evidenziano le analogie con la rivoluzione giudiziaria che ha spazzato via la parte apicale della classe politica brasiliana, la genesi di questa funzione politica, che va ricercata, viceversa, nella stessa struttura dell’ordinamento costituzionale italiano.

L’ordinamento italiano e l’emergenza

È infatti possibile, ragionando in linea teorica, “esercitare” in una determinata fase una funzione politica, senza per questo necessitare di una effettiva legittimazione politica. “Assumere” una funzione politica all’interno di un ordinamento costituzionale implica, diversamente, la statuizione di un rapporto di legittimazione all’esercizio della sovranità. Andando al cuore della questione, occorre evidenziare come la Costituzione italiana, a differenza di tutti i principali ordinamenti democratici occidentali, non preveda alcuna disciplina dello stato di emergenza. È in questa assenza che va indagata la specificità del sistema italiano. Se infatti, per ricorrere ad un esempio attuale, negli Usa come in Francia, il recente problema terroristico è stato affrontato con la promulgazione del Patriot Act e con la reiterata proclamazione dello stato di emergenza, misure che hanno investito il potere esecutivo della responsabilità della crisi ampliandone temporaneamente le prerogative, viceversa, le gravi emergenze che hanno minacciato il nostro ordinamento nel corso della vita repubblicana sono state affrontate secondo la prassi ordinaria, come fossero semplici fenomeni criminali. In realtà, l’eversione stragista, il terrorismo politico e la sfida lanciata dalla mafia allo Stato hanno rappresentato, in periodi e con modalità differenti, un autentico attacco alla sovranità reale e all’esistenza stessa dell’ordinamento repubblicano. Ed è il ruolo centrale assunto dal potere giudiziario nella difesa del sistema costituzionale di fronte ad questo grave e prolungato stato di crisi, che ha segnato per decenni la vita della giovane democrazia italiana, a spiegare il riconoscimento di quella funzione di “supplenza politica” che viene oggi riconosciuta da una larga parte dell’opinione pubblica alla magistratura. È dunque evidente come l’organo chiamato ad occupare la “prima linea” nel contrastare gravi e prolungate minacce alla sovranità reale del potere costituito, possa – anche in virtù del principio schmittiano del “sovrano è chi decide sullo stato di eccezione” – rivendicarne, quasi fosse un riflesso condizionato, la rappresentanza più autentica nonché un rapporto diretto con la sua base di legittimità: il popolo.

Gli scenari futuri

Provando a immaginare l’evoluzione del quadro dell’emergenza del prossimo futuro, si vedrà come, se attualmente la minaccia terroristica sul suolo italiano viene fronteggiata principalmente dal potere esecutivo, ossia tramite i decreti di espulsione disposti dal ministero dell’interno ai danni di cittadini stranieri sospettati di attività terroristiche, nel momento in cui il pericolo alla sicurezza dovesse iniziare a provenire da cittadini italiani – magari immigrati di seconda o di terza generazione come si è costantemente verificato in altri paesi occidentali – la responsabilità di fronteggiare questa nuova grave emergenza farebbe capo principalmente alla magistratura. Si verrebbe dunque a determinare un percorso inverso rispetto a quello seguito negli Usa, dove il rapporto della Commissione di Indagine sull’11 Settembre e quello della Commissione del Senato sull’Intelligence, hanno messo in evidenza l’inadeguatezza dell’approccio “giudiziario” seguito dall’FBI alla questione terrorismo. I due documenti hanno sottolineato criticamente come, fino agli attentati dell’11 Settembre, le attività terroristiche venissero considerate alla stregua degli altri reati federali e dunque ricompresi tra le competenze del Dipartimento di Giustizia, la cui finalità è quella di punire i reati e non certamente di prevenire gli attentati o di eliminare la minaccia prima che possa concretizzarsi. Dunque, se in America non si fossero rafforzati i poteri presidenziali nel contrasto al terrorismo, nell’ottica di una risposta “politica” all’emergenza, sarebbe cresciuto, esponenzialmente ed inevitabilmente, il ruolo dei giudici, prima linea naturale sul piano interno contro le attività terroristiche. Tanto più in considerazione del fatto che, in virtù del principio dello Stare decisis caratteristico dei sistemi di common law, le sentenze operano come fonte del diritto. Il caso della nave Diciotti dunque, per quanto “forzato” nella sua natura emergenziale e conflittuale, ha riproposto al centro del dibattito un tema fondamentale per la democrazia italiana, il cui punto d’origine, tuttavia, continua irresponsabilmente ad essere ignorato.

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