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La vicenda di Dj Fabo non è ancora finita

Tutti certamente ricorderanno la tragica vicenda di DJ Fabo, al secolo Fabiano Antoniani, con il suo tragico epilogo. Fabiano in seguito ad un grave incidente stradale, avvenuto il 13 giugno 2014, rimase tetraplegico ed affetto da cecità bilaterale corticale permanente; tale condizione lo portò ad avere costantemente bisogno, per la sua sopravvivenza, dell’ausilio, non continuativo, di un respiratore; a ciò si aggiungeva la dipendenza nella alimentazione. Conservava intatte le sue facoltà intellettive e per questa ragione, a detta della sua famiglia, dopo circa due anni dall’incidente decideva, in maniera autonoma, di porre fine alla sua esistenza comunicandolo ai propri cari.

Nel maggio del 2016 prendeva quindi contatto, tramite la sua fidanzata, con organizzazioni svizzere che si occupano dell’assistenza al suicidio e contemporaneamente prendeva contatto con Marco Cappato il quale dapprima gli prospettò la possibilità, in Italia, di sottoporsi a sedazione profonda, interrompendo i trattamenti di ventilazione e alimentazione artificiale, ma difronte al suo fermo proposito di recarsi in Svizzera per il suicidio assistito Marco Cappato accettò di accompagnarlo in auto presso la struttura.

Il 25 febbraio 2017, dopo che Fabiano aveva confermato la propria decisione, venne accompagnato dallo stesso Cappato, la madre e la fidanzata in Svizzera: il suicidio avvenne due giorni dopo quando Fabiano si iniettò il farmaco letale azionando uno stantuffo con la bocca.

Il giorno seguente Marco Cappato si autodenunciò presso i Carabinieri di Milano dando avvio al procedimento penale in cui lo stesso fu chiamato a rispondere della violazione dell’art. 580 del Codice penale da parte del GIP del Tribunale di Milano che formulò, nonostante la richiesta di archiviazione della Procura della Repubblica, l’imputazione coatta.

Marco Cappato fu quindi tratto a giudizio davanti alla Corte d’Assise di Milano, tanto per aver rafforzato il proposito di suicidio di Fabiano quanto per averne agevolato l’esecuzione. Al termine della istruttoria dibattimentale, il Collegio milanese, con ordinanza del 14 febbraio 2018, sollevò questioni di legittimità costituzionale dell’art. 580 del Codice penale: a) “nella parte in cui incrimina le condotte di aiuto al suicidio in alternativa alle condotte di istigazione e, quindi, a prescindere dal loro contributo alla determinazione o al rafforzamento del proposito di suicidio”, per ritenuto contrasto con gli artt. 2,13§1, 117 della Cost., in relazione agli artt. 2 e 8 della CEDU (Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848; b) “nella parte in cui prevede che le condotte di agevolazione dell’esecuzione del suicidio che non incidano sul percorso deliberativo dell’aspirante suicida, siano sanzionabili con la pena della reclusione da 5 a 12 anni, senza distinzione rispetto alle condotte di istigazione” per ritenuto contrasto con gli artt. 3,13,25 secondo comma, 27 terzo comma Cost.

In sintesi la Corte Cost. ribadisce che l’art. 580 c. p. mantiene una rilevanza oggettiva nell’impianto costituzionale potendo essere tutelante per i soggetti più fragili come le persone malate, depresse o psicologicamente vulnerabili, ovvero anziane e in solitudine, le quali potrebbero facilmente essere indotte a porre fine alla loro vita in maniera precoce e per fini personali ed egoistici dei congiunti. Ciò detto però la Corte rileva che oggi, grazie ai progressi della scienza e della medicina si profilano casi e situazioni che all’epoca della emanazione del Codice non erano nemmeno pensabili visto che un malato può essere “strappato alla morte” ma rimanere fortemente compromesso nelle sue funzioni vitali e tali ipotesi devono essere trattate in maniera diversa dall’ordinamento. La Corte si riferisce a tutti i casi in cui un individuo sia affetto da una patologia irreversibile, in condizioni di sofferenze psichiche e psicologiche ritenute assolutamente intollerabili, sia tenuto in vita mediante trattamenti di sostegno vitale ma sia rimasto capace di intendere e volere.

In queste condizioni, secondo la Corte, l’art. 580 c. p., concretizza una violazione del diritto costituzionale a rinunciare alle cure ex art. 32 cost. La Corte sottolinea che il divieto per il medico di farsi carico di richieste come quella di Fabiano impone al malato di subire un processo “più lento, in ipotesi meno corrispondente alla propria visione della dignità nel morire e più carico di sofferenze per le persone che gli sono care”. La Corte censura quindi l’assolutezza del divieto dell’art. 580 c. p. affermando che “se il cardinale rilievo del valore della vita non esclude l’obbligo di rispettare la decisione del malato di porre fine alla propria esistenza tramite l’interruzione dei trattamenti sanitari.. non vi è ragione per la quale il medesimo valore debba tradursi in un ostacolo assoluto, penalmente presidiato, all’accoglimento della richiesta del malato di un aiuto che valga a sottrarlo al decorso più lento – apprezzato come contrario alla propria idea di morte dignitosa – conseguente all’anzidetta interruzione dei presidi di sostegno vitale”. Allo stesso tempo la Corte constata che in queste drammatiche situazioni la tutela dei soggetti fragili risulta inopportuna essendo il malato determinato nel porre fine alla propria vita in modo autonomo e consapevole e al fine di accomiatarsi dalla vita seguendo la propria intima concezione di dignità.

Una volta accertata la violazione di tali parametri costituzionali la Corte ritiene però necessario, anziché dichiarare immediatamente l’incostituzionalità dell’art. 580 c.p., rinviare la questione al 24 settembre 2019, termine entro il quale il Parlamento dovrà introdurre una disciplina ad hoc che, oltre ad escludere la rilevanza penale delle condotte di agevolazione del suicidio, regoli la materia individuando tutti i casi in cui sarà possibile garantire e tutelare il diritto del malato di liberarsi delle proprie sofferenze.

La viva speranza, a conclusione di questa triste vicenda, è che il Parlamento a settembre decida ma non in sintonia con la Consulta e nell’ottica di escludere la legalità della eutanasia e del suicidio assistito; legiferi cercando di tutelare la vita umana e di scongiurare l’ipotesi della nascita, sul suolo italico, di cliniche dove sarà possibile scegliere di morire.

Maria Elena Ruggiano, avvocato, Unione Giuristi Cattolici di Perugia

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