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La violenza di genere: un problema sociale

La violenza sulle donne basata sul genere è una realtà incontestabile nel nostro Paese, condivisa con altri paesi europei. Negli ultimi anni sotto un profilo normativo sono stati compiuti considerevoli passi in avanti con l’approvazione della Convenzione di Istanbul del 2011 e della Direttiva UE 29/2012 che hanno disegnato un impianto normativo volto alla repressione e al contrasto della violenza. In particolare, tali norme hanno avuto il pregio di affrontare la violenza di genere a 360 gradi, dalla sua definizione alla sua origine, dalla sua riconoscibilità alle necessità organizzative e all’approccio per il suo contrasto, richiamando l’attenzione sui seguenti aspetti problematici:
1) la capacità di rilevazione della violenza da parte di ciascuno Stato;
2) la prioritaria garanzia di protezione e sicurezza delle vittime;
3) il riconoscimento della specificità della violenza di genere e la definizione di percorsi specifici;
4) la tutela dei minori vittime di violenza assistita ed in particolare degli orfani da femminicidio;
5) le difficoltà dell’emersione della violenza;
6) la necessità di adeguamento dei servizi pubblici al riconoscimento della violenza e al suo corretto approccio;
7) le difficoltà del sistema giudiziario di portare a giudizio le denunce;
8) il numero ridotto delle denunce non rappresentativo del fenomeno, e un esito dei procedimenti giudiziari solo in misura limitata favorevole alle istanze avanzate dalla donna.
Nonostante questi rilevanti interventi normativi, ritenuti unanimemente adeguati se pur migliorabili in alcune parti, la situazione della violenza non ha segnato arretramenti, anche per effetto delle difficoltà attuative nell’adozione di misure di prevenzione e contrasto. Occorre ricercare quindi le cause di tale inefficacia. La risposta che emerge spontaneamente al quesito è che gli strumenti normativi predisposti non hanno trovato pratica attuazione o, quantomeno, non sono ancora entrati nella consapevolezza dei principali attori chiamati a rilevare la violenza e a trattarla nella sua specificità.
Dato che la violenza di genere si manifesta principalmente tra le mura domestiche e all’interno di relazioni coniugali o di convivenza e comunque sentimentali, è necessario sgomberare il campo dal ricondurre la violenza all’interno del “normale” conflitto di coppia; un “normale” conflitto di coppia di tipo paritario non costituisce violenza: la violenza è un reato penale in quanto violazione, a vario titolo, dei diritti della persona.
Una volta riconosciuta la violenza nella sua specificità, a chi spetta il compito di rilevarla? La risposta non può che essere “a tutti”. Qualsiasi persona che abbia contezza di una situazione di violenza di genere è tenuto a segnalarla quanto prima, senza attendere di testimoniarla in giudizio per femminicidio, quindi quando ormai è troppo tardi. Troppe sono le donne sopraffatte dalla violenza nel nostro paese, troppi gli orfani di femminicidio, troppi i minori vittime di violenza diretta o assistita perché si rimanga inerti.
A monte del problema della violenza di genere va detto, fin da subito, che c’è una questione culturale. Senza timore di essere smentiti, si può affermare che i pregiudizi che abbiamo dentro di noi, in maniera più o meno consapevole, ci impediscono spesso di affrontare tale situazione nel modo corretto. E forse, prima di tutto, per onestà intellettuale, occorrerebbe fare proprio un grosso lavoro su noi stessi mirato a riconoscere e rimuovere tali pregiudizi per evitare così che operino nel nostro agire, inducendoci nell’errore.
A questo punto della nostra riflessione è giusto chiedersi: quali sono i pregiudizi più ricorrenti? Di primo acchito la risposta è sicuramente quelli che fondano le proprie radici sugli stereotipi culturali di ruoli predeterminati tra uomini e donne, a loro volta basati sui rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione.
Da questi trae origine non solo la violenza, ma il fenomeno della colpevolizzazione della vittima noto come “vittimizzazione secondaria” che si realizza pressoché sistematicamente quando la donna si rivolge ai servizi, siano essi di sicurezza, sociali o giudiziari.
I danni della violenza non solo sono devastanti per chi li subisce, ma hanno un costo sociale per l’intera collettività. Incidono pesantemente sulle relazioni tra i generi in qualsiasi ambito: da quello domestico a quello lavorativo. Non solo minano alla base le condizioni di salute, sia fisica che psichica, delle vittime ma vanno ad incidere negativamente sull’educazione delle future generazioni e persino sullo sviluppo economico di un paese in quanto deprimono e scoraggiano il lavoro delle donne.
Tutti noi paghiamo un prezzo elevato per la violenza di genere. Da ciò nasce la responsabilità di tutti, e in particolare di chi ricopre ruoli pubblici, ad operare nel binario che le norme hanno definito per contrastare efficacemente la violenza. Senza l’intervento di tutti e tutte e, in particolare delle forze dell’ordine, degli assistenti sociali, degli psicologi, del mondo della scuola, degli operatori sanitari e di giustizia, la violenza di genere non può e non potrà essere efficacemente contrastata. Battaglie così importanti e complesse non si possono vincere se non tutti insieme.
La convinzione che deve ispirare tutti è che la violenza di genere non è un fatto privato.

Gli strumenti operativi della Regione Umbria

Lo stato italiano ha dato attuazione alle normative europee richiamate, recependo per intero la Convenzione di Istanbul e approvando il Decreto Legislativo n. 119/2013; così facendo ha acquisito nel nostro ordinamento gli strumenti, ad oggi migliori, per il contrasto della violenza di genere.
La Regione Umbria a sua volta, nel dare attuazione alla normativa europea e nazionale, ha approvato la L.R. 25 novembre 2016, n. 14 “Norme per le politiche di genere e per una nuova civiltà delle relazioni tra donne e uomini” nella quale è previsto uno specifico capo dedicato a definire il “Sistema regionale di prevenzione e contrasto della violenza degli uomini contro le donne basata sul genere”.
Il suddetto Sistema regionale è stato costituito formalmente con la sottoscrizione di un apposito Protocollo d’Intesa, avvenuta nel mese di gennaio 2018, tra tutti i soggetti, principalmente pubblici, che hanno aderito convintamente e che a vario titolo hanno la responsabilità di perseguire il rispetto dei diritti delle persone, della sicurezza, del sostegno e supporto delle vittime di violenza diretta o assistita.
A ciascun firmatario spetta ora il compito di dare attuazione diffusa agli impegni singolarmente sottoscritti. L’elemento fondante del Protocollo è che le attività di contrasto possono produrre effetti positivi complessivi attraverso l’azione congiunta, coordinata ed integrata di tutti coloro che sono chiamati a svolgere, per la propria parte, il miglior intervento possibile, mettendo la vittima e i suoi bisogni al centro dell’attenzione. Per questo motivo avere una base conoscitiva comune del fenomeno della violenza di genere, conoscere ciascuno la parte di attività svolta dall’altro soggetto, saper riconoscere la violenza, saper intervenire correttamente, costituiscono il miglior modo per dare quel supporto che le donne vittime di violenza necessitano insieme ai propri figli per lo più vittime di violenza assistita.
La Regione ha considerato questo intervento come prioritario e per questo ha promosso un rilevante investimento nella formazione attivando, anche con modalità innovative, corsi multidisciplinari di elevato livello rivolti agli operatori sociali, sanitari e del diritto (forze dell’Ordine, Avvocati) per creare una cultura diffusa atta a riconoscere la violenza e ad utilizzare gli strumenti a disposizione per contrastarla supportando, al contempo, le vittime della stessa.
In particolare nel corso del 2018 è stato realizzato un corso di base di cinque giornate, concluso in giugno, che prevedeva incontri d’aula nella mattina, tenuti da esperti e lavori di gruppo nel pomeriggio, supportati da operatrici dei centri antiviolenza. Inoltre, sono stati realizzati tre corsi specialistici mono-professionali in materia sociale, sanitaria e giudiziaria, ultimati in ottobre. Questi si componevano di sette giornate formative: quattro specifiche per ciascun percorso e tre in forma plenaria con la riunificazione dei tre sottogruppi mono-professionali. I docenti di questi percorsi sono stati individuati tra operatori di rilievo nel loro rispettivo settore di appartenenza per l’attenzione e la conoscenza del fenomeno della violenza di genere: Avvocate/i, operatrici/tori sanitari, Psicologhe/i, Magistrate/i, che sono riusciti ad approcciare i temi trattati in modo professionale ed operativo allo stesso tempo rilevando criticità, segnalando pericoli, individuando i percorsi corretti e le corrette modalità di utilizzo degli strumenti da utilizzare per contrastare la violenza.
Seguirà un intervento formativo ancora più operativo denominato di “Supervisione di rete dei casi” nel quale si affronteranno, partendo da percorsi suggeriti da casi reali, le modalità con cui gli stessi devono essere affrontati dalla rete. Al termine del corso saranno affinate le previsione della bozza di “Linee guida regionali operative per i servizi di contrasto della violenza” che verranno sottoposte all’ulteriore confronto del Tavolo tecnico regionale sulla violenza di genere, quindi alla discussione nella Governance regionale tra tutti i soggetti istituzionali firmatari del Protocollo. A conclusione del percorso la Regione si sarà dotata di un ulteriore strumento operativo fondamentale per perseguire il contrasto della violenza.
Parallelamente a tali attività formative si susseguono interventi per diffondere nel territorio umbro i servizi specialistici individuati dalla l.r. 14/2016 denominati Centri antiviolenza e Case Rifugio che a fine anno saranno rispettivamente sette e due. Sono punti di riferimento importanti ai quali le donne possono rivolgersi gratuitamente per ricevere l’aiuto necessario ad attivare percorsi personalizzati di uscita dalla violenza.
La continuità del percorso intrapreso costituisce una speranza importantissima per tutte le donne vittime di violenza e per i loro figli e si impone per tutte le istituzioni pubbliche il perseguimento di un impegno costante e progressivo per iniziare a ridurre, dapprima, quantomeno gli effetti più gravi della violenza e proseguendo per ridimensionare il fenomeno nel suo complesso.

Stefano Strona, Dirigente del Servizio Affari generali della Presidenza, politiche di genere e delle pari opportunità e Commissario straordinario dell’Agenzia Umbria Ricerche

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