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La vita ai margini della società tra romanzo e storia nella scrittura di Giovanni Dozzini

Laurea in Giurisprudenza e passione per la scrittura e per l’editoria. I suoi romanzi raccontano la vita ai margini della società, del coraggio quotidiano e del cinismo di tanti. Un occhio che indaga sulla condizione umana in generale, quella degli stranieri, del lavoro senza sicurezza oppure che spazia sui fatti della storia cercando risposte interiori.

Chi è Giovanni Dozzini?

«Perugino, classe ‘78. Sono un giornalista. Il che, nel 2018, può voler dire molte cose. Negli anni ho collaborato con svariate testate cartacee e on-line, locali e nazionali, occupandomi soprattutto di cultura, più recentemente mi sono concentrato su progetti legati al terzo settore: racconto storie di migrazione, dipendenze, violenza di genere. Poi scrivo romanzi, di tanto in tanto, e traduco dallo spagnolo, e organizzo manifestazioni letterarie».

Cos’è la scrittura per te?

«La scrittura è il mio posto nel mondo. Un posto rassicurante, uno spazio di libertà, a volte un gioco. Ma prima ancora viene la lettura. Non so immaginare che uomo sarei senza i libri che ho letto. Senza i libri che ho scritto, probabilmente, sì».

Quali sono i tuoi riferimenti letterari?

«Sono molti. Ho degli autori infinitamente amati, ma quando scrivo tendo a non pensare a dei modelli particolari. La mia scrittura è frutto di un’elaborazione lenta, evolutasi nel tempo, tendenzialmente in maniera inconscia. Però qualche nome lo faccio: William Faulkner, Philip Roth, Cormac McCarthy, Toni Morrison, Ernest Hemingway tra gli americani; Gabriel García Márquez, Javier Cercas, Manuel Vázquez Montalbán tra gli scrittori di lingua spagnola; Elio Vittorini, Antonio Tabucchi, Claudio Magris tra gli italiani; e poi Sartre, Grass, McEwan, Dostoevskij, Joyce».

Hai esordito con “Il cinese della piazza del Pino”, poi è seguito “L’uomo che manca”, al centro sempre l’umanità ferita, vogliosa di riscatto, provata dalla vita, una società spesso ingiusta. È uno stile di vita e di scrittura?

«Per me scrivere ha, non solo ma sempre, un valore politico. Mi interessa raccontare la società presa nelle sue pieghe meno edificanti, indagare i margini. Credo che leggere un romanzo possa spostare la propria percezione del mondo, anche solo in maniera infinitesimale, e di conseguenza avverto la profonda responsabilità di dare in mano ai lettori le mie storie. La vita è un’altra cosa. Ma di sicuro le due dimensioni sono in stretta correlazione: la realtà finisce nei miei romanzi, e la letteratura influisce sul mio modo di vedere e vivere la realtà».

“La scelta”, un romanzo storico, profondamente umano, a tratti eroico, dell’eroicità delle persone normali, delle piccole cose che valgono la vita per qualcun altro, come ha affrontato questo romanzo e come ti sei sentito quando lo ha terminato?

«È stato un esercizio impegnativo. Per la prima volta, scrivendo letteratura, mi sono confrontato con la Storia. “La scelta” è ispirato a una vicenda realmente accaduta, una vicenda in cui ho subito ravvisato un potenziale narrativo formidabile, e inizialmente, quando mi sono messo a studiare, non ero affatto sicuro che ne sarebbe uscito un romanzo. Anzi. Pensavo di più a una sorta di reportage narrativo. Poi, vista la disparità esasperata nelle varie ricostruzioni in cui mi sono imbattuto, ho optato per la finzione pura. Ho cercato di mantenermi fedele allo spirito della realtà dei fatti, ma prendendomi tutte le libertà necessarie. Un romanzo risponde solo a se stesso, alle proprie regole e alla propria logica, e il mio obiettivo è stato quello di portare il prima possibile il lettore a non farsi la domanda fatidica che in questi casi appare inevitabile: questa cosa è veramente accaduta o è frutto della fantasia dello scrittore? Il lettore deve affidarsi al romanziere, e sospendere il giudizio, e farsi condurre per mano lungo i sentieri della storia raccontata. Ma chiaramente per l’autore si tratta di un equilibrismo continuo. La prima stesura de “La scelta” ha richiesto minor tempo di quello necessario per la ricerca delle fonti. Sembra un luogo comune, ma da un certo punto in poi il romanzo si è veramente scritto da solo».

Come nascono le storie che racconti?

«Dipende. Di solito da immagini che mi sono rimaste impresse negli occhi. Il mio prossimo romanzo, che uscirà dopo l’estate, è nato così: mi sono affacciato alla finestra e ho visto della gente camminare per strada. Mi sono chiesto dove stesse andando, il romanzo è stata la risposta».

Cosa incarnano i tuoi personaggi?

«I miei personaggi sono donne e uomini possibili, la cui natura dipende inevitabilmente dalla parte che sono chiamati a recitare in una determinata storia. Difficilmente, finora, ho tratteggiato identità a tutto tondo, pretendendo di spiegarle nella loro interezza. Siamo d’altronde tutti frutto e funzione di ciò che ci capita e di ciò che facciamo, cambiamo in continuazione, dipendiamo da mille fattori esterni».

Tra i tuoi impegni c’è anche Encuentro, festa della letteratura in lingua spagnola, ce ne parli un po’?

«Encuentro è una clamorosa scommessa vinta. Tutto nasce da un’idea di mio fratello, con cui, e insieme a un po’ d’altra gente, nel 2005 avevo fondato un’associazione culturale chiamata Banana Republic. Per quasi dieci anni abbiamo portato a Perugia scrittori italiani e internazionali di grande spessore, e nel 2014 Rocco ha voluto provare a fare un festival. L’allora assessore alla Cultura del Comune di Perugia Andrea Cernicchi si convinse in meno di un minuto, e così in due mesi organizzammo tutto. Visto che molti degli autori conosciuti nel tempo erano spagnoli o latinoamericani, e vista naturalmente la nostra passione per quelle letterature, abbiamo pensato di inventarci una manifestazione dedicata, appunto, alla letteratura in castigliano. La prima edizione – vennero Paco Taibo II, Sepúlveda, Leonardo Padura Fuentes e molti altri – andrò alla grande, e dopo quattro anni siamo ancora qui. Il festival cresce sempre di più, si è allargato ad altri linguaggi, dalla musica al teatro al fumetto, e coinvolge ormai molte scuole e biblioteche in tutta l’Umbria. Ci conoscono in tutta Italia, la stampa nazionale parla sempre di noi, collaboriamo col Salone del Libro di Torino e con l’Instituto Cervantes di Roma. Insomma, funziona. E dobbiamo ringraziare l’Arci Umbria, che ci ha salvato dopo il – legittimo, per carità: sono state fatte scelte diverse, opinabili, ma legittime – disimpegno del Comune in seguito all’avvento della giunta di destra guidata da Andrea Romizi».

Giustizia e letteratura, quale rapporto secondo te?

«La letteratura non è quasi mai giusta, come non lo è la vita reale. Direi piuttosto che la letteratura si nutre soprattutto di ingiustizia: quando c’è uno scollamento tra l’essere e il dover essere arriva il romanziere, e ci sguazza. Presa in senso stretto, intesa come insieme dei meccanismi deputati a regolare le dinamiche del consesso sociale, la giustizia in letteratura funziona molto bene. Il successo dei romanzi di genere, dei noir, lo dimostra in maniera plastica».

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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