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“Il coraggio della paura” per scoprire la vita oltre la violenza e tendere una mano a chi ha bisogno

Il coraggio e la paura sono strettamente legati. Il coraggioso non è lo sconsiderato che non fa caso al pericolo e lo sfida continuamente; il coraggioso è colui (o colei) che affronta la paura e va avanti.

Ribellarsi alla violenza in famiglia e di genere, ai soprusi dei bulli, lottare per il diritto ad essere se stessi. “Il coraggio della paura” è un’associazione contro la violenza di genere, per aiutare le persone che hanno incontrato la paura, la violenza e l’ingiustizia. Ne parliamo con Francesca Pieri, avvocato e vice presidente dell’associazione.

Che cos’è “Il coraggio della paura”?

«L’associazione “Il coraggio della paura” si occupa in generale della tutela delle donne vittime di violenza. In particolare si propone, quale obiettivo principale, la sensibilizzazione al tema della violenza contro tutti quei soggetti percepiti come i più deboli, che siano donne, minori o, comunque, persone con vari generi di difficoltà. La nostra avventura è nata ormai cinque anni fa ed è nata dall’incontro di persone che ci credevano e che oggi, forse, credono ancora di più in quello che fanno. Conciliare il lavoro e la famiglia con questa attività è difficile per tutti, ma la voglia di aiutare e di mettere a disposizione degli altri le proprie capacità ed energie è più forte di ogni cosa!».

Come nasce l’associazione?

«L’idea nasce soprattutto dalla forza di una signora che, purtroppo, è stata essa stessa vittima di violenza, ma che oggi ha fatto della sua tragica esperienza una sorta di missione: aiutare chi ha subìto e chi subisce la stessa cosa. Anna Maria Petri è stata da sempre la presidente de “Il coraggio della paura”. Ha sempre definito questa associazione come “il sogno di una vita”. La voglia di aiutare chi è in difficoltà, con i mezzi che abbiamo a disposizione, è sempre viva e ci guida in questa esperienza faticosa, ma ricca di soddisfazioni. Anna Maria non solo ci dà ogni volta la forza e la motivazione per andare avanti, ma è il collante per tutti coloro che collaborano a questa associazione».

Chi si rivolge a voi?

«Alla nostra associazione si rivolgono per lo più donne, ma anche genitori di adolescenti, nonché uomini. Vi è chi si propone quale volontario per contribuire a questa missione, vi è chi ci contatta per chiedere un aiuto che sia legale, psicologico o semplicemente un consiglio, vi è chi ci contatta per organizzare incontri».

Quante persone hanno chiesto aiuto da quando esiste l’associazione?

«Tengo a precisare che per scelta non contiamo le persone, tanto meno abbiamo registri finalizzati a statistiche. Ad ogni modo posso dire che, purtroppo, non sono poche le persone che si sono rivolte a noi negli anni. Abbiamo notato, da ultimo, una crescita esponenziale, credo data sia dall’aumento di tali violenze, ma anche e soprattutto, dal fatto che l’associazione è sempre più conosciuta».

Come le aiutate?

«A seconda di cosa chiedono, della necessità e dell’emergenza, mettiamo le persone in contatto o con le forze di polizia, o con i legali o con gli psicologici o con i centri antiviolenza. Per lo più la nostra attività è finalizzata alla sensibilizzazione attraverso convegni, seminari, incontri o attività di altro genere anche per la raccolta fondi. Però, appunto, offriamo anche un aiuto pratico e concreto senza mai sostituirci a chi fa questo lavoro, bensì indirizzando chi è in difficoltà e che si trova semplicemente smarrito. Abbiamo scoperto che alcune persone che si sono rivolte a noi, semplicemente lo hanno fatto per avere un nuovo interesse, un impegno, per aiutare chi come loro ha subito qualcosa di devastante nella propria vita. Anche coinvolgere nell’organizzazione delle attività dell’associazione persone che hanno trascorso un momento buio della propria vita, è un grande aiuto che offriamo e che ritengo per nulla scontato».

Da avvocato (o preferisci avvocata?) e donna, in base alla tua esperienza, è solo una questione di violenza o questa è l’espressione finale di un percorso molto più complesso?

«Preferisco e ho sempre preferito essere chiamata avvocato, per quanto il termine avvocatessa non mi disturbi. Credo che la neutralità della nostra professione non richieda distinzioni di genere. So che molte mie colleghe la pensano diversamente ed anche nel mondo dell’associazionismo è molto in voga la “battaglia” per ridare il genere femminile a molti sostantivi. Diciamo che su questo sono orgogliosamente “antica e tradizionalista!”. La mia esperienza professionale mi ha messa di fronte più volte a situazioni di difficile gestione sotto tanti aspetti. Posso dire di averne viste un po’, sia da una parte che dall’altra (a volte si difende l’imputato, a volte si sta dall’altra parte come parte civile). Purtroppo, ciò che ho constatato, è che in molti casi la violenza è legata o a patologie pregresse o a rapporti evidentemente malati. La mia specializzazione in criminologia mi ha permesso di affrontare certe tematiche da diverse angolazioni. In particolare mi sono occupata spesso della figura dello “stalker”, non solo a livello legale, ma anche criminogenetico. Come noto, molto spesso il comportamento persecutorio altro non è che l’anticamera di gesti estremi ed irreparabili. Ecco, il più delle volte posso dire che gli stalker sono persone normali, non malati di mente come si immagina. Secondo i più, e questo ho avuto modo di constatarlo anche nella mia esperienza professionale, il problema fondamentale risiederebbe nel “disturbo dell’attaccamento”, ovvero quella tendenza della persona a strutturare dei legami affettivi con persone significative, la cui perdita può produrre disagi emotivi e disturbi di personalità, sia nel bambino sia nell’adulto. Sono le prime esperienze all’interno della famiglia, specie quelle di separazione o minacce di perdita che hanno un’influenza particolare nel modellare il sistema di attaccamento dell’individuo. Dalla perdita dei cosiddetti “caregiver primari” deriva un attaccamento patologico che nell’età adulta può portare l’individuo a porre in essere comportamenti persecutori ed ossessivi. Uno sviluppo dell’attaccamento non sano si traduce necessariamente in minori risorse adattive nel fronteggiare eventi potenzialmente stressanti che accadono nella vita. Proprio in tal senso ci troviamo di fronte a persone che sviluppano una notevole dipendenza affettiva verso il proprio partner, data dal bisogno di questo, proprio al fine di regolare la propria tensione emotiva interna».

Violenza di genere e bullismo sono le due emergenze della società attuale?

«Di certo non sono le uniche, ma sono due delle più urgenti e difficili da combattere. Ormai da qualche anno incontriamo gli adolescenti nelle scuole, sia a Perugia che nei vari comuni limitrofi. Vogliamo evitare che crescano nuovi adulti che grazie allo strumento telematico riescano a nascondersi e a dare sfogo a reati molto pericolosi e violenti. Quando qualche anno fa ci proposero questo tipo di incontri nella scuole, mi sono chiesta più volte cosa potessi insegnare ad adolescenti che in internet ne sanno più di noi adulti. Di certo sono loro che hanno insegnato a me, agli psicologi, alle forze dell’ordine che siamo intervenuti nei vari incontri, qualcosa di nuovo, se non altro ad entrare nel loro mondo. Gli incontri che noi facciamo, infatti, lungi dall’essere formativi, vogliono essere solo informativi. Vogliamo informare i ragazzi sui rischi che corrono usando in modo distorto gli strumenti telematici. Posso dire di aver constatato una grande e grave ignoranza in merito, ed una colpevole disattenzione da parte di genitori ed insegnanti. Continuiamo a lavorarci sperando anche un minimo di contribuire ad un uso più responsabile».

Prossime iniziative?

«Da ultimo abbiamo organizzato un convegno proprio a Gubbio lo scorso 20 aprile dal titolo “siamo ragazzi di oggi”. Siamo stati onorati della presenza di ospiti importanti ed autorevoli. In particolare, il famoso autore e regista Federico Moccia, la regista ed autrice televisiva della Rai Stefania Studer, nonché il dottor Michele Adragna, pubblico ministero presso la Procura della Repubblica di Perugia e l’Arma dei Carabinieri. È stato un incontro costruttivo che ha raccolto pubblico di tutte le specie, da insegnanti a genitori, da avvocati a ragazzi. Prossimamente siamo stati invitati ad un altro incontro fissato per il 21 maggio a Gualdo Tadino sempre per parlare di cyber bullismo. Abbiamo in agenda altre importanti iniziative ed alcuni incontri in fase di organizzazione per la prossima stagione».

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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