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“Laggiù tra il ferro” storie di carcere e di tribunale tra dannazione e redenzione

Avvocato penalista, volto noto della tv nei programmi di informazione sui casi di giustizia e al centro dei casi giudiziari più importanti in Italia in questi ultimi anni, Nicodemo Gentile ha appena pubblicato un volume (“Laggiu tra il ferro” per Imprimatur) nel quale narra storie di dannazione e di redenzione e riflette sulla pena e sulla necessità del riscatto di chi ha sbagliato. Nicodemo Gentile si definisce, orgogliosamente, un avvocato di strada. Perché la sua carriera professionale è iniziata assistendo le persone delle comunità straniere a Perugia, dall’Africa all’Est Europa, al Sud America e al Sud Est Asiatico.

Da avvocato di strada a legale mediatico?
«Ho iniziato la carriera come avvocato di strada, stando vicino alle persone che avevano bisogno, agli ultimi, agli stranieri. E proprio come avvocato della comunità ivoriana ho assunto la difesa di Rudy Guede (condannato per l’omicidio di Meredith Kercher, ndr). Attraverso quel processo siamo riusciti ad avere la visibilità odierna. Quei processi, però, sono solo alcuni di quelli che come studio gestiamo ogni giorno».

Questi casi hanno rappresentato una palestra professionale e umana?
«Sicuramente, questi come tanti altri. Sono casi gravi, ma l’aspetto mediatico è solo uno degli elementi del processo, neanche il più difficile da gestire. Difficile rimane sempre il procedimento, la difesa, lo studio degli atti. Poi subentra la scissione tra uomo e professionista, incontri il dolore delle famiglie. Non è facile, con il tempo e l’esperienza si cresce, si migliora».

Rapporto tra giustizia e giornalismo?
«Sono più di dieci anni che mi ritrovo in questo percorso. Non sempre il giornalismo deve essere guardato con un occhio critico. Spesso il giornalismo investigativo è prezioso per le indagini, spesso molti giornalisti hanno trovato dei testimoni. Le interviste molte volte rivelano retroscena e diventano documenti giudiziari, come nel caso di Salvatore Parolisi».

Da difensore dell’imputato a parte civile, differenze?
«Da difensore dell’imputato non hai l’appoggio di una procura con la quale si condivide un percorso se sei difensore di parte civile. Per l’imputato le scelte sono molto più difficili. Se opti per il rito abbreviato fai una scelta tecnica, ma il cliente lo capisce con maggior difficoltà. Quella scelta diventa il biglietto da visita per un avvocato vincente o perdente. Con Parolisi la condanna è stata all’ergastolo, poi in appello ridotti a 20 anni. Devi spiegare all’imputato e alla famiglia che rinunci ad una serie di tutele difensive e magari non ottieni una mitigazione e l’accesso ai benefici sperati e questo non è facile. L’avvocato dell’imputato ha maggiori responsabilità e soffre maggiormente il processo».

La parte più difficile per un avvocato penalista?
«Soffre come tanti per il numero di colleghi, anche se l’accesso alla professione rimane un bene e una garanzia, ma con il tempo si è abbassata sicuramente la qualità del servizio. Il mercato è selvaggio e complesso. Rimane una professione estremamente importante, siamo cani da guardia della giustizia come i giornalisti del potere. Siamo una categoria indispensabile, dobbiamo studiare e prepararci sempre. La giustizia è un bene importante per il cittadino».

Tv, giornali, tribunale, quante verità?
«I giornalisti dovrebbero raccontare i fatti, quanto alle aule di giustizia esiste una dicotomia tra verità processuale e storica. La verità però è sempre una. La Cassazione definisce la verità umanamente accertabile e accettabile. Spesso non si riesce, però, a ricostruire nei minimi particolari la vicenda e ad andare quanto meno vicini alla verità storica. Nel delitto Scazzi, invece, si è andati più vicino che in altri casi: sappiamo quello è successo, ma non abbiamo certezza dei tempi, non sappiamo cosa abbia fatto Sara; e così sarà finché nessuno dei protagonisti parlerà. Nel caso di Meredith non possiamo dire lo stesso. La verità processuale che emerge dalle carte processuali è molto complessa e in alcune pagine fa a pugni con se stessa».

La banalità del male?
«Utilizzo questo termine nel mio libro “Laggiù tra il ferro”, mutuato da Hannah Arendt, dalla descrizione dei crimini e dei criminali nazisti. L’ho usata per l’omicidio di Teresa e Trifone. Gli avvocati, spesso, usano la sproporzione tra movente e fatti, l’assenza di un rapporto tra le due cose, cercando di scagionare l’imputato e sostenendo che non si possa uccidere per futili motivi. Ho utilizzato questo concetto proprio per dire che si può uccidere per nulla, che il male ha la faccia della normalità. Spesso dietro crimini brutali ci sono moventi banali».

Il caso di Sara Di Pietrantonio ne è la testimonianza?
«Sì. Siamo di fronte ad un delitto efferato e una condotta posteriore terribile, con il vilipendio del cadavere da parte di un giovane che fino al giorno prima non aveva mai toccato Sara. Come uomo mi ha dato molto disagio il fatto che l’ex fidanzato e assassino continui a parlare di questa ragazza in termini di odio, come certifica lo psichiatra nella perizia difensiva».

Siamo di fronte a casi umani o giudiziari?
«Entrambi. Nel tempo ho acquisito la certezza che di fronte a questi casi bisogna sospendere il giudizio e mettersi in ascolto. Non si tratta della vita degli altri. Non sempre il fatto reato è l’espressione di eventi precedenti. Improvvisamente si passa dalla normalità a qualcosa di terribile, in maniera eclatante. Dico sempre nelle scuole in cui vado a parlare: attenzione, quando ci si approccia a queste vicende, siamo di fronte alla normalità che viene stravolta. Non c’è nulla di più crudele che perdere un figlio o una figlia, ma bisogna parlarne, ma bisogna capire che certe cose non accadono solo agli altri, ma possono capitare a tutti».

L’avvocato Nicodemo Gentile presenterà il suo libro “Laggiù tra il ferro” (Imprimatur) a Terni domani nel corso di un incontro organizzato dall’Aiga Terni con l’avvocato Marco Gabriele, la giornalista Alessandra Viero, l’avvocato Antonio de Angelis e lo psichiatra Silvio D’Alessandro. Appuntamento alle 15.30 presso l’Hotel Garden di Terni.

 

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