Il libro dell’avvocato Nicodemo Gentile che oggi vi vogliamo segnalare si intitola “Laggiù tra il ferro. Storie di vita storie di reclusi”, edito Imprimatur.

Appare un libro di facile lettura per lo stile narrativo, essenziale, semplice e coinvolgente. Dire essenziale e semplice non significa dire banale e superficiale, ma l’opposto, la semplicità di Gentile è la stessa che si trova nei miei scritti, ovvero il mettere su carta cose che si conoscono benissimo sulla pelle, nel cuore e nella pancia e che essendo state tanto maturate escono con la chiarezza di chi le conosce davvero. Questa chiarezza dona semplicità ad un tutto dietro cui ci sono anni di osservazioni e riflessioni.

Con questa dote l’avvocato Gentile ci porta all’inferno. Sì, perché le condizioni delle carceri italiane che ci fa intravedere sono condizioni dure, difficili e direi inumane.

Ogni pagina viene da chiedersi come hanno fatto a resistere i carcerati di cui Gentile parla, con quale forza d’animo hanno affrontato giorno dopo giorno la loro pena, specialmente chi è in isolamento o in misura di massima sicurezza, e, incredibilmente, nasce ammirazione per la loro forza e resistenza. In particolare Gentile riesce a far riflettere sulla condizione degli ergastolani, che con il loro “fine pena mai” hanno bisogno di ancora più forza per resistere, sapendo che tutto ciò che stanno affrontando li porterà al nulla. Gentile segnala a questo proposito come alcuni ergastolani abbiano addirittura chiesto la commutazione della pena perpetua in pena di morte, tanta la disperazione di un tempo trascorso in quelle condizioni senza alcuno scopo finale che morire in carcere. Sì, perché non tutti gli ergastolani hanno sconti premio e prospettive di uscire dal carcere.

Senza clamore, senza denunce eclatanti, sommessamente l’avvocato Gentile riesce a disegnare e farci capire, anzi farci sentire le condizioni inumane delle nostre carceri nazionali. Si perché la pena del carcere è già una pena, non dovrebbe essere anche resa inumana dalle condizioni di poco spazio, dalla mancanza dei minimi requisiti di civiltà come spazio sufficiente a muoversi, un bagno pulito e chiuso, la possibilità di avere un po’ di privacy. Se poi si tiene conto che si parla di rieducazione come compito della pena di certo essa non può passare da condizioni disumanizzanti, esse sono la premessa opposta alla rieducazione. Non è possibile voler rieducare facendo mancare le condizioni igieniche, elemento che sviluppa le malattie e si consideri che è la prima regola di educazione il tenere pulito l’ambiente e se stessi. Uno Stato che si definisce democratico e civile non può fare vivere delle persone nella sporcizia e nelle carenze vitali come fa lo Stato italiano con i reclusi. Uno Stato che vuole rieducare chi ha sbagliato deve dare un chiaro insegnamento di civiltà e dignità.

Gentile fa capire in modo lineare tutto questo, senza bisogno di pesanti trattati e senza quasi farsene accorgere, in punta di piedi, ma colpisce nel profondo, molto nel profondo e l’argomento diventa chiaro e coinvolgente.

Mi auguro che potranno nascere movimenti per chiedere carceri umane ed un senso vero alla rieducazione, poiché nella mia lunga carriera di magistrato ho visto che ci sono veri cattivi, ma che la maggioranza deviano per ignoranza e sono recuperabili se ci vogliamo davvero impegnare a farlo.

Pubblicato da Jacqueline Magi

Leave a reply