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L’amore malato, tra narcisismo perverso, dipendenza affettiva e violenza di genere

Narciso si innamorò della sua immagine riflessa dalle acque calme di uno stagno. Morì affogato cercando di raggiungere l’oggetto del suo desiderio. Il narcisismo patologico, invece, la dipendenza affettiva, la violenza di genere e il femminicidio sono forme di violenza che si sviluppano spesso nelle coppie, tra le mura domestiche, in famiglia o anche sul lavoro. Violenza da contrastare con tutte le armi possibili, a partire dalla prevenzione. Abbiamo deciso di riprendere l’argomento con l’avvocata Rosa Petruccelli, già promotrice tramite “La fabbrica del pensiero creativo” di convegni e spettacoli teatrali incentrati sul narcisismo patologico.

Avvocata Petruccelli, prima di entrare nell’argomento narcisismo patologico parliamo di “Al di là dell’amore” e dei cinque obiettivi che animano il progetto.

«Con l’espressione “Al di là dell’amore s’intende tutto ciò che amore non è. Quindi abuso psicologico, manipolazione, violenza fisica e psichica. I cinque obiettivi sono: un centro supporto legale e psicologico alle vittime di narcisismo perverso; un centro ricerche e studi sui multiformi profili del fenomeno narcisistico (psicologico, educativo, culturale, sociologico, antropologico, giuridico); un progetto legislativo sulla manipolazione relazionale; una campagna di sensibilizzazione ed informazione nelle scuole, presso gli operatori sociali, operatori di giustizia. Perché arginare la deriva narcisistica si può. Rimane come pezzo forte della campagna lo spettacolo “Al di là dell’amore” che mette in scena la dinamica patologica della relazione narcisista perverso e dipendenza affettiva con dibattito finale».

Sussiste un rapporto tra narcisismo e femminicidio?

«Le ricerche criminologiche dimostrano che su dieci femminicidi, sette sono in media preceduti da altre forme di violenza psicologica, manipolazione, violenza fisica. Quindi il femminicidio non è che l’atto ultimo di un continuum di violenza. La riflessione sulla violenza di genere e sul femminicidio da una prospettiva sociale e politica è di gran lunga la più diffusa. Ed è una prospettiva sicuramente valida, anche se, come vedremo, incompleta. In generale la causa sociale della violenza, viene attribuita alla tendenza maschile a non considerare la donna come individuo indipendente e con il diritto di autodeterminarsi, ma come oggetto di proprietà maschile. L’aumento dei casi di violenza e femminicidio viene spesso associato al fatto che stiamo vivendo una fase di mutamento dell’identità femminile, che va verso l’emancipazione e la libertà, e viene, quindi vissuta dagli uomini come una minaccia al proprio diritto al dominio sessista. Sicuramente tale prospettiva non è sbagliata e certamente è necessario favorire il processo di emancipazione femminile attraverso un potenziamento della legislatura delle pari opportunità e attraverso un coinvolgimento della società civile, ma si tratta di una visione parziale. Passando al punto di vista politico, questa inadeguatezza della società a stare al passo con l’emancipazione femminile si riflette nella risposta delle istituzioni, spesso tardiva o inadeguata alle denunce di violenza da parte della vittima. In questo contesto sicuramente sono molto importanti i centri anti-violenza, ma anche questa impostazione è carente. La prospettiva sociale e culturale, fondata sulla discriminazione di genere è largamente dibattuta, ma manca per ottenere una comprensione completa del fenomeno una riflessione che definirei socio-psicopatologica, che tenga conto del fenomeno che alcuni sociologi definiscono l’era del narcisismo e mi riferisco, in particolare a Vincenzo Cesareo.».

Quando diciamo narcisismo, sul piano psicopatologico di cosa parliamo?

«Il fenomeno del narcisismo si declina non solo sotto l’aspetto psico-patologico (i disturbi narcisistici di personalità), ma anche come fenomeno socialmente rilevante, con riferimento alla gran mole di soggetti con identità narcisistica, tanto da potersi affermare che siamo immersi in una cultura narcisisitica. Entrambi questi aspetti del narcisismo sono forieri di aggressività, violenza e morte. La cultura narcisistica indubbiamente è alimentata dal consumismo e dalla promozione pubblicitaria che palesemente tende ad oggettualizzare l’essere umano ed i sentimenti. Percorrere la tesi del narcisismo quale concausa della violenza e del femminicidio non significa rappresentare i femminicidi come momenti di follia, o folle gelosia o omicidi passionali. Si tratta piuttosto di approfondire il fenomeno del narcisismo sia sotto l’aspetto patologico, ossia dei disturbi narcisistici della personalità, sia come cultura narcisistica. Disturbi narcisistici della personalità, che è bene ribadirlo più volte non coincidono con situazioni di follia, pazzia. Il soggetto affetto da disturbo narcisistico di personalità è assolutamente capace di intendere e di volere, in quanto la disfunzionalità risiede nella sfera dei sentimenti umani, e della empatia. Si tratta, dunque, di una disfunzionalità di tipo affettivo. Del resto lo sviluppo della personalità è un fenomeno relazionale. A ciò si aggiunga la necessità di un’analisi del narcisismo come fenomeno socialmente rilevante. Ribadisco che alcuni sociologi, come ad esempio Vincenzo Cesareo, qualificano la società contemporanea come era del narcisismo. Pertanto sono in aumento i soggetti che pur non essendo caratterizzati da un disturbo narcisistico della personalità grave, tale da richiedere l’intervento psichiatrico, presentano tratti narcisistici che in ogni caso sono forieri di atteggiamenti aggressivi e soprattutto manipolatori».

Possiamo affermare che sta sorgendo la necessità di un approccio alla problematica che sia multidisciplinare?

«Oltre alla prospettiva culturale di genere e politica, è assolutamente necessario percorrere anche la strada della riflessione sul fenomeno del narcisismo e delle sue declinazioni sociologiche e psico-patologiche. Abbiamo detto che un dato che ci accomuna agli altri altri paesi europei è dato dal fatto che le ricerche criminologiche dimostrano che su dieci femminicidi, sette sono in media preceduti da altre forme di violenza, soprattutto manipolazione. Cosicché il femminicidio non è che l’atto conclusivo di un continuum di violenza e manipolazione. Nell’affrontare l’analisi del fenomeno del narcisismo è importante descrivere in maniera dettagliata in cosa consiste il comportamento manipolatorio che la vittima subisce e che nell’ipotesi di ribellione di quest’ultima può sfociare in stalking e femminicidio da parte del perverso manipolatore. La descrizione analitica può aiutare ad individuare la fase prodromica al femminicidio e quindi svolgere una efficace forma di prevenzione a monte e non a valle, laddove la violenza si è ormai già consumata».

In che modo si svolgono le violenze e la manipolazione che spesso precedono l’atto conclusivo del femminicidio?

«A tal proposito è opportuno fare una disamina dell’origine e della forma del cosiddetto gaslighting, ossia la manipolazione relazionale. Intendendosi per manipolazione relazionale la manipolazione attuata nell’ambito dei rapporti affettivamente caratterizzati. Usare violenza nei confronti di una vittima non è necessariamente sinonimo di aggressione fisica. Un soggetto violento, infatti, può scegliere di agire con maltrattamenti fisici oppure scegliere di ricorrere a forme subdole e ambigue di violenza psicologica, ponendo la persona offesa in una condizione di inferiorità ed isolamento. Molte volte viene posta in essere una manipolazione mentale ed emotiva, tale da rendere la vittima oggetto nelle mani dell’altro e insicura nelle proprie percezioni della realtà. Si tratta di un fenomeno molto diffuso, ampiamente sottovalutato che genera dipendenza nella vittima di gaslighting. Per spiegare le diverse modalità di violenza, spesso si parla anche di effetto “gas light”, in relazione al film diretto da George Cukor nel 1944, dal titolo Gaslight (in italiano conosciuto come “Angoscia”), interpretato da Ingrid Bergam. Non a caso il film racconta la vicenda di un marito intento a rendere la moglie titubante sulle proprie capacità mentali, egli per il raggiungimento dei suoi fini utilizza il mezzo della persuasione e della negazione , smentendo appunto di essere lui stesso a provocare l’abbassamento e l’innalzamento delle luci a gas presenti in casa. Lo scopo di tale comportamento è quello di instillare dubbi nella versione della moglie, tanto da convincerla della sua incapacità di percepire correttamente la realtà, fino ad indurla a credersi pazza. Nonostante l’inganno la moglie vittima non riesce a percepirlo né ad incolpare il marito poiché ha bisogno del suo amore e di mantenere nella sua mente l’immagine ideale che si è costruita del marito. Il gaslighting è inquadrabile in una forma di violenza psicologica e di abuso emozionale di cui la vittima difficilmente acquisisce consapevolezza e che di solito si manifesta nei rapporti di coppia, ma anche in ambiti diversi familiari o amicali e pare non conoscere distinzione di classe sociale e livello culturale».

Esiste un identikit del gasllighter o del narcisista perverso e manipolatore?

«Questo comportamento risulta essere molto frequente nei casi di relazioni francamente patologiche caratterizzate da una forte dipendenza affettiva, in cui si arriva a negare l’evidenza. Il manipolatore ha bisogno di mantenere la percezione positiva di sé e vuole avere sempre ragione. Mentre la vittima manipolata ha bisogno di approvazione per cui consente al manipolatore la possibilità di ridefinire la sua idea di realtà. Il gasligter ha la capacità di fingere a lunga tenuta, e su molti piani. Considera la mendacità come arma da usare costantemente al fine di destabilizzare il partner vissuto come avversario. Alla finzione dei sentimenti il soggetto manipolatore affianca la distorsione della realtà, una distorsione che riguarda soprattutto l’area dei ricordi, per confondere la sua vittima, inizia, solitamente, con il ricordarle di aver detto qualcosa in passato, nonostante la consapevolezza dell’infondatezza del fatto, in quanto mai detto né sentito dire. A tal fine il gaslighter generalmente descrive una situazione circostanziata nel tempo e nello spazio realmente vissuta dalla vittima, ma inserendovi la menzogna, secondo i particolari parametri della sua mente perversa, cosicché la vittima comincia a dubitare di se stessa e si convince pian piano, con angoscia, di non essere più in possesso di una mente del tutto autosufficiente. Il meccanismo della manipolazione inizia in maniera subdola, prende piede nel tempo con una velocità che dipende dalla resistenza della vittima. Possiamo trovarci di fronte a manipolazioni discrete ed occasionali per mesi o addirittura anni , oppure evolvere rapidamente in violenza psicologica. Nei casi in cui l’attività manipolatoria diventi prevalente la vittima arriverà a percepire che “qualcosa non va” e con il tempo sperimenterà incubi, scarsa fiducia nel proprio senso della realtà, confusione, sintomi ansiosi caratterizzati da disturbi gastrici, frustrazione, timore o agitazione in presenza del manipolatore, tristezza, fino a raggiungere stati depressivi e rabbia».

La vittima?

«Le persone tendenti a diventare vittime di atti di manipolazione emotiva sono spesso soggetti aventi una spiccata sensibilità. Il manipolatore utilizza le leve emotive della paura e del senso di colpa. La paura essendo base di insicurezza pone in essere meccanismi finalizzati alla sottomissione, ai fini di approfitta mento o per sadismo mentale. La vittima pur di evitare l’abbandono preferisce restare in balia di soggetti abusanti. Si tratta del timore da parte della vittima di essere abbandonata, disconosciuta o non approvata. In queste persone è forte il desiderio di evitare una esplosione emotiva da parte dell’altro. Le persone spiccatamente empatiche rischiano di cadere nella trappola della empatia, della dipendenza e della dedizione. Insomma una vera e propria forma di abuso psicologico volto a corrodere la realtà dell’altro generando nella vittima un danno psico-esistenziale tanto da giustificare il comportamento del carnefice mettendo in dubbio se stessa. Nel momento in cui il gaslighter riesce nel suo intento la violenza non viene più percepita poiché si radica nel soggetto manipolato la credenza di essere in torto. Molte volte i soggetti coinvolti in uno scenario tanto complesso sono partner, parenti stretti, rapporti cioè caratterizzati da frequenti e quotidiani contatti. Non a caso il gaslighter può rappresentare l’inizio di condotte di stalking, specie se la vittima si ribella».

E quando questo accade?

«L’attacco si svolge sul piano psicologico, non per questo meno violento di quello fisico. Anzi proprio perché più subdolo, più difficile da contrastare. Un attacco che lede gravemente l’identità personale e l’integrità psichica. La finalità di questo infame attacco è quello di strappare all’altro, al partner, al familiare la padronanza di sé e l’autonomia dell’io rendendo la vittima succube del carnefice, il quale acquisisce potere su un soggetto ormai inerme, in quanto privato della sua personalità. Il gaslighting è una violenza insidiosa, sottile, non se ne avverte l’inizio, spesso scusata dalla stessa vittima che si insinua molte volte tra le mura domestiche. Una violenza gratuita, spesso attuata per mero sadismo mentale, reiterata quotidianamente, che ha la capacità di annullare la persona che ne è bersaglio. Spesso colui che mette in atto tale comportamento presenta il profilo di un perverso narcisista, attacca la fiducia e l’autostima dell’altro. L’essenza della perversione consiste nel rafforzare una posizione di potere, disconoscere i diritti dell’altro, usarlo a suo piacimento».

Come avviene la manipolazione?

«Il processo di manipolazione viene attuato attraverso un insieme di condotte manipolatorie che investono anche la comunicazione. Lo scopo del manipolatore non è quello di comunicare con la vittima, il suo scopo è esattamente il contrario. Ossia ostacolare lo scambio comunicativo. Il narcisista perverso teme l’intimità, il legame, la relazione, per cui pone in essere una distorsione della comunicazione. Scopo di questa distorsione comunicativa è quello di usare l’altro attraverso non tanto il contenuto verbale quanto una particolare modalità comunicativa, paradossale, surreale, contraddittoria ed ambivalente. Il black out delle informazioni reali è essenziale per ridurre la vittima all’impotenza. La vittima destinataria di tale comunicazione in un primo momento tenta di confutare le tesi del manipolatore, ma alla fine getta la spugna, convincendosi dalla bontà del so gaslighter. Su questo si fonda la contraddizione della vittima che idealizza il suo abusatore. Sebbene sia riconosciuto come reato appartenente all’area criminologica, il gaslighting non è riconosciuto in ambito giurisprudenziale come fattispecie di reato. La condotta manipolatoria non è tipicamente descritta nel reato di stalking e di maltrattamenti in famiglia, avendo la manipolazione relazionale tratti specifici che non possono desumersi analogicamente da altre fattispecie penali, pena la violazione del principio di tassatività operante in materia di diritto penale e violazione del divieto di analogia in malam partem. La vittima che subisce il gaslighting e, quindi, la manipolazione se prova a ribellarsi spesso diviene bersaglio di stalking che spesso sfocia in femminicidio. Tra l’altro anche in assenza dell’esito fatale il gaslighting così come lo stalking crea danni molto gravi a livello psicologico, sino a configurare una ipotesi di sintomatologia analoga ad un disturbo post traumatico da stress. Invero la lesione della identità personale costituisce un trauma idoneo a determinare una frammentazione della identità, che può assurgere anche a misura patologica».

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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