L’arte come stile di vita. L’arte come depositaria della storia di una Nazione. L’arte come punto finale di una lunga osservazione della Natura, sviscerando la realtà attraverso quei passaggi di luce e ombra, di chiaro e di scuro che afferiscono alla realtà quotidiana e all’animo umano. L’arte come momento gentile di una vita tumultuosa. Mauro Poponesi F. Dipinse ha fatto dell’arte il centro della sua vita, di una riflessione filosofica ed estetica molto personale. Esperienza che viene svelata in questa intervista.

Chi è Mauro Poponesi F. Dipinse?

«Mauro Poponesi F. Dipinse è la somma di tante cose, spesso strane e spesso a lui ignote per quanto si sia dedicato all’analisi introspettiva del proprio sé e dell’altra parte di sé. Sofferente insofferente, ricerca attraverso una pittura di chiara scuola ottocentesca quella stabilità umorale ed emotiva che non ha, a causa del vulcano di emozioni che lo travolgono, coinvolgono, stravolgono. Il suo essere è in continua evoluzione, ricercando nell’ingentilimento dell’anima un processo di affinamento dell’uomo, visto come l’unico dio capace di compiere quei miracoli, ordinariamente attribuiti ad entità che mai si sono manifestate e mai si manifesteranno. La ricerca alle virtù e al virtuosismo lo fa sentire consapevole della sua esistenza e di quanto sconfinate siano le capacità intellettive e manuali dell’essere umano, se specificatamente comprese e attuate attraverso l’uso della creatività e della fantasia. Egli si sente sofferente per il tempo sprecato che non ha potuto dedicare alla conoscenza quando l’età della giovinezza quasi impone uno stile di vita che tende più all’azione che al sapere. Mauro Poponesi è un uomo che sente fortemente la presenza dell’arte e del concetto del superomismo con un risvolto non pessimistico, ma di stampo dannunziano; sente così forte la presenza dell’arte della bellezza nella sua vita da aver trasformato la sua vita stessa in opera d’arte. Da un quarto di secolo, in compiaciuta solitudine, sulle colline del Trasimeno, conduce una ricerca sprezzante nell’ambito delle arti dell’immagine che contempla il riesame della tradizione ottocentista, con particolari ammiccamenti alla corrente dei Macchiaioli, salvaguardando nondimeno una matrice figurativa attenta a sposare il canone consolidato con raffinate seduzioni decadentistiche. La sua energica pittura tende programmaticamente a ignorare gli allettamenti delle sirene à la page promosse dal mercato, rivelando attenzione allo studio analitico della realtà fenomenica con orgogliosi intenti aristotelici, e dunque mimetici, non sottraendosi tuttavia all’impegno di affrontare anche svariati soggetti della contemporaneità, e sia pure venati di sublimazioni retrospettive. Ne derivano rappresentazioni altamente evocative del più attento naturalismo, su filigrane di scuola umbra peruginesca a lui ben cara, nell’àmbito delle quali è naturale anche scorgere la sua stessa formazione. La cifra generale che sovrintende alla produzione di Mauro Poponesi si completa nell’assunto costante della sua ricerca: “Prendo la realtà e ci gioco con le luci e con le ombre”. Da tale premessa viene pertanto esclusa una metodica comunicativa asservita ai più oziosi manierismi dello stile, quanto alle pedantesche calligrafie. Ciò permette a lui di spaziare con disinvoltura nei soggetti, dalla ritrattistica alla paesaggistica o allo studio del reperto archeologico, sin anche alla natura morta o al cosiddetto “quadro senza soggetto”, concedendo all’osservazione di fondere l’oro falso del vero per raffinarsi in ideali operazioni di sintesi aliene a qualsivoglia affettazione o superfetazione. È proprio sulla scorta di tali premesse che si realizza quella classicità che da Sainte-Beuve riconosciamo come assioma di una storicità totalizzante: “Classico è ciò che è contemporaneo a tutte le epoche”. Nel rigetto sistematico del modernismo si palesa pertanto in Poponesi un percorso ideologico mirato a consolidare nel dominio delle forme quell’umanesimo, il cui recupero troppo spesso viene celebrato solo a parole. Dandysticamente libero dalla tentazione di compiacere alla modulistica contemporanea delle arti dell’immagine, freddamente archeologiche ove non orientate a “sprogettualizzare il progetto” (Carmelo Bene), Mauro Poponesi affianca a un rigore scientifico dello studio cromatico (la sua tavolozza assomma non più di cinque o sei colori essenziali) la rarissima capacità di carpire il reale nel prodursi dell’esistenza stessa per linee, volumi e dinamiche, senza altre complicanze o afferenze. Il più delle volte nelle sue opere si adempie quel programma dannunziano di contemplare “la difficile bellezza delle linee semplici” (Il Fuoco)».

Autodidatta o scuola?

«Autodidatta! Ho sempre sostenuto che la mia libertà d’espressione artistica derivi dal fatto di non aver avuto influenze accademiche che avrebbero potuto graffiare il sentimento che muove il mio spirito artistico. Non posso negare che la formazione tecnica, istituto per geometri, e gli studi d’architettura sono stati determinanti per la conoscenza della materia del disegno; disegno, che è alla base di qualsiasi grande opera d’arte. Un bravo artista è a conoscenza che un buon disegno non garantisce la riuscita di una grande opera d’arte, ma sa, che un’opera d’arte è fatta anche di un buon disegno. La pittura figurativa è l’arte più difficile, presuppone conoscenze molto profonde in materia di anatomia, prospettiva, teoria delle ombre, e tutto quello che vi è di insito in ambito di rappresentazione tridimensionale su piano bidimensionale. Il miglior strumento, il mio miglior strumento che mi ha consentito di apprendere sia le regole base, sia tecnicismi per la costruzione di un’opera d’arte che assomigliasse al “modello” e ne onorasse la poesia, è stato l’osservare. L’osservazione è quello strumento che nel corso del tempo mi ha consentito di apprendere, comprendere e vedere ciò che a molti non è dato vedere, non per cecità, ma per superficiale spirito d’osservazione. Nessun istituto accademico insegna a portare con sé questo magico strumento dell’arte».

Come nasce questa passione?

«Nasce con te, è già dentro, la senti, senti quei rantoli dell’anima che richiamano l’attenzione del tuo essere ai quali non puoi sfuggire. Non sono figlio d’arte, anche se i miei genitori avevano sensibilità e avevano manifestato in età giovanile capacità tecnico artistiche da non sottovalutare. Posso dire che la pulizia delle forme e la leggerezza del tratto l’ho acquisita direttamente per passaggio genetico, ma le abilità stilistiche sono figlie dei miei studi e delle mie ricerche. “La sapienza è figlia dell’esperienza” scriveva Leonardo ed aveva ragione, perché se oggi io dipingo opere che scuotono l’animo del fruitore è grazie all’applicazione giornaliera che da trentacinque anni porto avanti con serietà, ricerca e dedizione».

Come descriveresti la tua arte? Ricerca, innovazione, classicità?

«Prendo la realtà e ci gioco con le luci e con le ombre, cercando di rendere bello ciò che la stessa Natura ha fatto meno bello. Le conoscenze tecniche e cromatiche giocano un ruolo importante nella mia arte. Il contrasto ponderato, ma non troppo, tra l’esaltazione della luce enfatizzando l’oscurità e la profondità delle ombre, mi consente di trasfigurare la realtà, le cose della natura e trasformare uno scorcio apparentemente non bello in un qualcosa che scuote l’animo dell’osservatore. I greci sostenevano che non bisogna ripudiare le conoscenze passate e che tutte le scoperte del tempo non è detto che possano cambiare in meglio la contingenza del tempo, ciò per cui, le conoscenze classiche della scuola ottocentesca italiana e della scuola dei Macchiaioli, già forti del sapere di venti secoli d’arte non possono essere abbandonati per far spazio al nulla. La modernità nella mia arte è nel cambio delle inquadrature, nell’uso del colore e nella ricerca dell’importanza della luce utilizzando gli scuri per risaltare i chiari».

Non solo disegni e quadri, ma anche oggetti d’uso quotidiano?

«L’architettura e la progettazione hanno avuto sempre un fascino importante sulla mia esistenza in quanto sono materie che hanno alla base il concetto di creatività. Ho realizzato monumenti, ville, stilografiche, lampade, scarpe, piccoli accessori, ma li ho sempre inquadrati in un concetto di uso. Il dipinto a olio e l’arte in quanto tale, va oltre questo concetto».

Materiali utilizzati?

«Potrebbe sembrare banale, ma basterebbe la parola “carta e grafite”. In senso più generale gli strumenti della mia arte sono la ricerca della bellezza, il senso di sapere che la Bellezza è dentro me, come lo spirito d’osservazione e la voglia di rappresentare messaggi comunicativi e universali. Tecnicamente carta, matita, tela, colori e benzina. Un buon dipinto si realizza con buoni pennelli e spesso alla base di un buon pennello c’è una buona pulizia. La benzina è il motore trainante».

In Italia c’è bisogno di bellezza, non solo nei musei e nelle galleria, ma nella politica, nella vita quotidiana?

«Soprattutto dalla politica deve venire il concetto di bellezza e di sensibilità verso il bello e la bellezza stessa. L’arte è stata da sempre il braccio armato della politica. Prima di qualsiasi rivoluzione si introducevano nella vita dei popoli nuove dottrine filosofiche e nuovi modi di concepire l’arte, quindi l’arte, spesso, soprattutto oggi, è il risultato di una politica di incapaci e insensibili, che ha come mira la distruzione dell’arte stessa. La politica pensa, l’arte esegue. Basti pensare alla negligenza che uno Stato compie nei confronti di un patrimonio talmente immenso e virtuoso che per trenta secoli è stato il frutto della culla di una civiltà di grandi pensatori, poeti, artisti, navigatori, scienziati e letterati. Per riaffermare il concetto di Bello e di Bellezza come nutrimento fondamentale della vita e dell’esistenza di un popolo, bisogna ripartire dall’educazione scolastica poiché, purtroppo, per questa società tutto è vano e tutto è perduto».

L’arte è democratica?

«No. L’arte è l’esternazione dell’individualismo più spinto di un uomo che ha al culmine il pensiero e quell’ideologia che muove le sue mire. L’arte dà il massimo di sé quando sottostà, ma non soccombe, alla volontà di un’idea e al contrario di essa. In democrazia tutto s’appiattisce».

Mostre e riconoscimenti?

«Negli ultimi anni, ho esposto negli Stati Uniti, in Germania, Svizzera, Francia. In Italia ho consolidato la mia fama in rassegne personali e collettive fra Roma, Milano, Ferrara, Imperia, Perugia, Cortona, Gubbio, Caprese Michelangelo, Assisi, Salerno, Velletri e altre località. Ho ottenuto l’inclusione nell’Enciclopedia dell’Arte Italiana insieme con i maggiori artisti italiani del XX e XXI secolo, ed avuto riconoscimento in forma stabile come artista di caratura nazionale nel CAM, Catalogo d’Arte Moderna, edito da Giorgio Mondadori, che annovera gli artisti italiani più quotati dal 1900 a oggi. Nel 2014 sono stato tra i maestri italiani selezionati per “Expoarteitaliana” curata e ideata da Vittorio Sgarbi, inaugurata a Milano nel giugno 2015. Nel maggio 2016, a Roma, ho ricevuto un prestigioso riconoscimento dall’Accademia Mondiale delle Scienze Umane per “l’eccellenza nell’Arte”, e nel gennaio 2018 due delle mie opere sono entrate nella collezione delle stampe del critico d’arte Vittorio Sgarbi. Sempre a Roma, nel novembre 2017, ho ricevuto un premio alla carriera. Le mie opere improntate al naturalismo e al paesaggio hanno, inoltre, rappresentato un Comune dell’Umbria in una regione del nord Germania. I miei dipinti figurano in importanti collezioni pubbliche e private, sia in Italia che all’estero, nonché nelle collezioni private di alte cariche dello Stato Italiano. Ho vinto diversi premi di pittura e ricevuto encomi da parte della critica. Sul versante della scrittura sono autore di un testo autobiografico di prossima pubblicazione dal titolo “E rimasi perso”, nel quale sono stati raccolti poesie, aforismi e riflessioni. Sono autore anche della Carta dell’animo dell’artista. Infine, ha scritto di me la commissione presieduta da Vittorio Sgarbi, nel recepirne i contributi: “La sua arte è risultata meritevole di attenzione critica per la capacità di esprimere valori significativi e non previsti, introducendo a una visione del mondo con occhi nuovi. La sua capacità di meravigliare e trasmettere emozioni lo colloca fra i migliori interpreti della bellezza della vita che risulta essere non solo l’espressione creativa di un sentimento, ma il risultato di un’intelligenza viva”. La stessa commissione rende merito alla mia persona “per la grande comunicatività espressa nelle sue opere e per la capacità di suscitare emozioni”. Parallelamente, la scrittrice romana Maria Elena Cristiano nota: “Una personalità forte, quella di Mauro Poponesi, che si appropria del concetto caro a Oscar Wilde prima, e a Gabriele D’Annunzio poi, della vita vissuta come opera d’arte, caposaldo fondante dell’estetismo, che porta i suoi esponenti a concepire l’esistenza stessa come momento artistico volto a sfuggire la tediosa farraginosità della vita comune, la banalità del quotidiano, per cercare di soddisfare il proprio processo di autoaffermazione”».

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Pubblicato da Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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