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COE realiza simulação de ocorrência terrorista em aeronave A Polícia Militar da Bahia, por meio da Companhia de Operações Especiais do Batalhão de Choque (COE), realiza esse curso para os policiais, onde além dessa simulação prática, oferece também disciplinas sobre direitos humanos, ações anti-bomba, ações táticas especiais, paraquedismo policial entre outras. Foto: Mateus Pereira/Secom

Laureati per difendere gli interessi nazionali e la democrazia, la sicurezza s’impara all’università

«All’inizio di luglio, la polizia belga ha fermato una coppia di iraniani, entrambi con passaporto belga, in possesso di esplosivi, pronti a fare un attentato nella città di Villepinte, a nord di Parigi. Si penserà che si tratti di un attentato di matrice islamista. Sbagliato. Era un attentato di matrice politico-nazionalista. L’attentato era diretto agli oppositori del regime di Teheran, i quali stavano organizzando una manifestazione di protesta nella cittadina francese. Riassumiamo: due cittadini belgi, di origine iraniana, stavano organizzando un attentato contro loro connazionali in Francia, per ragioni politiche. Ecco, questo ci fa capire quanto siano complessi e inediti i problemi i odierni della sicurezza, che possono essere affrontati solo se si è disposti a far funzionare la parte creativa del cervello, a non lavorare con schemi rigidi e precostituiti (tipo: “interno/esterno”, “politica/religione”), a tenersi aperti alle novità».
A parlare è Ciro Sbailò, professore ordinario di Diritto pubblico comparato all’Università degli Studi Internazionali di Roma – UNINT, dove è preside della Facoltà di Scienze Politiche e dirige il nuovo Corso di Laurea magistrale in «Investigazione, Criminalità e Sicurezza Internazionale».
Già membro della Commissione d’inchiesta sul fenomeno del radicalismo islamico, istituita a Palazzo Chigi nel 2016, ha richiamato anni fa l’attenzione sul fenomeno della cosiddetta “integrazione antagonista”, ovvero sul rischio che il radicalismo jihadista occupi gli spazi culturali e politici prima occupati dagli estremismi di sinistra e destra nelle aree del disagio sociale, anche attraverso fenomeni di “conversione”. Le conferme alle sue tesi sono arrivate tra l’anno scorso e quest’anno, con la scoperta di basi jihadiste nel centro storico di Napoli e di altre metropoli.
Con lui commentiamo i risultati del rapporto Italian Terrorism Infiltration Index 2018, a cura dell’Istituto Demoskopika: ben quattro regioni italiane sono ad «alto livello di potenziale infiltrazione terroristica»; al primo posto è la Lombardia, con punteggio 10; seguono il Lazio (9), il Piemonte (4.19) e l’Emilia Romagna (4,10). La minaccia, si legge nel Report, «non riguarda solo il territorio italiano e i cittadini residenti, ma l’intero sistema-Paese, ovvero i suoi interessi strategici nell’area del Mediterraneo e nel resto nel mondo, così come la sicurezza e l’efficienza delle comunicazioni interne e delle sue infrastrutture: siamo storicamente e geograficamente collocati nel punto di incontro delle principali tensioni geopolitiche e culturali del pianeta, tra Nord e Sud, tra Est e Ovest, tra Islamismo jihadista e Islam moderato, e così via».

Eppure, professore, si parla ancora di “eccezione italiana”, nel caso del terrorismo jihadista.

«L’eccezione. A ben vedere, abbiamo superato con successo momenti critici importanti, come le Olimpiadi invernali del 2014 e il giubileo della Misericordia del 2015».
Il Foreign Policy ha rilanciato la tesi secondo cui l’Italia sarebbe un’irrinunciabile piattaforma logistica per i terroristi (un Paese sicuro «dai e per» i jihadisti si leggeva sul numero dello scorso 3 maggio).
«Mi pare una tesi molto riduttiva, se non altro perché non tiene conto delle molte espulsioni e delle azioni preventive condotte dalle forze dell’ordine. Le ragioni dell’“eccezione” italiana mi paiono da cercare altrove».

Dove?

«Nella professionalità e nella “memoria storica” delle nostre forze dell’ordine. Diversamente da quanto accaduto in altri Paesi occidentale, in Italia, gli operatori della sicurezza e dell’informazione non hanno mai abbandonato la cultura dell’“ascolto” del territorio e non hanno mai ceduto alla tentazione – favorita dagli sviluppi della tecnologia – di affidarsi a schemi precostituiti (vizio già denunciato dalla commissione parlamentare d’inchiesta degli USA sull’intelligence failure dell’11 settembre 2001). C’è, poi, da considerare che l’organizzazione di attentati significativi presuppone la disponibilità di armi ed esplosivi. Da questo punto di vista, secondo un rapporto UE (Project SAFTE, Studying the Acquisition of Illicit Firearms by Terrorists in Europe, maggio 2018), l’Italia si trova in una posizione relativamente sicura. Ad esempio, da noi è praticamente impossibile la pratica, assai diffusa altrove (specie nell’Europa ex comunista), del ‘riadattamento’ delle armi dismesse (alcune delle armi usate nella strage di Charlie Ebdo venivano appunto da questo mercato). Anche perché – e questo, forse, fa meno piacere sentirselo dire – il mercato illegale è egemonizzato dalla criminalità organizzata. Un’altra ragione dell’“eccezione” italiana può essere individuata nei buoni rapporti con i Paesi del Nord Africa, dai quali viene la gran parte dei potenziali jihadisti, utilizzando per lo più i flussi migratori (lo confermano, di recente, un dossier del capo dello UN-World Food Program, David Beasley e il report Italian Terrorism Infiltration Index 2018)».

Abbiamo praticamente descritto una felice combinazione astrale.

«Ma si tratta di una combinazione tra astri estremamente mobili. Il quadro geopolitico nel Nord Africa è instabile, con punte di drammatica fragilità in Libia, dove la situazione può precipitare in qualsiasi momento: lo dimostrano le continue crisi politiche e la precarietà giuridica degli accordi con l’Italia (prima sospesi dalla giustizia amministrativa libica, poi ripristinati dalla Corte costituzionale di Tripoli e ora impugnati da una ONG britannica davanti alla Corte di Strasburgo). Questa instabilità, a sua volta, può portare a un rapido e violento ingrossamento dei flussi migratori. Nel frattempo, in Italia, nei contesti urbani e suburbani il panorama umano ed etnico-culturale diventa sempre più complesso e frammentato, con crescenti problemi di “monitoraggio” (v. il carattere endemico che va assumendo la presenza islamista in alcune aree urbane e suburbane). Quanto al controllo del mercato illegale delle armi da parte della criminalità organizzata, questo può diventare un gravissimo fattore di rischio per il Paese: tutto dipende dalle dinamiche interne della stessa criminalità organizzata e ai suoi rapporti con trafficanti d’uomini e jihadisti. La combinazione astrale, dunque, può facilmente diventare infausta, con effetti devastanti sul sistema-Paese. Del resto, lo si leggeva esattamente un anno fa su una pubblicazione del Combating Terrorism Center dell’accademica di West Point: l’”eccezione” italiana sta svanendo».

Quindi, bisogna entrare nell’ordine di idee che per l’Italia, così come per qualsiasi altro Paese occidentale, la minaccia terroristica costituisce non un’emergenza, bensì un dato strutturale?

«Temo di sì».

E siamo attrezzati per rispondere?

«Sì. Ma si può fare e si deve fare di più. Soprattutto, sul piano della formazione. La “memoria storica” dei nostri operatori dell’ordine si va esaurendo. Gli uomini migliori, formatisi negli anni del terrorismo rosso e nero, stanno andando in pensione. A mio avviso, si stanno creando dei pericolosi vuoti nel sistema di protezione. Abbiamo bisogno persone giovani, altamente preparate e aggiornate, che comincino ora a fare studi specifici sui temi della sicurezza e dell’intelligence».

Come siamo messi nel nostro Paese a tale riguardo?

«C’è molto fermento. Peraltro il settore della sicurezza è quello che offre maggiori opportunità di impiego dopo la laurea: alla UNINT abbiamo pensato di mettere a frutto le nostre esperienze didattiche e la nostra vocazione internazionale per contribuire a colmare un vuoto e, nello stesso tempo, offrire nuovi sbocchi professionali ai giovani, in un campo che richiede, a un tempo, alta specializzazione e una certa dose di apertura mentale e creatività. Abbiamo docenti sia tra gli accademici di carriera, sia tra prestigiosi esperti, provenienti dalle forze armate, dalla pubblica sicurezza, dalla magistratura e dall’intelligence».

Chi è il laureato di questo corso?

«È un professionista in grado di analizzare e comprendere le minacce al sistema Paese provenienti dalla criminalità organizzata, dal terrorismo di matrice politica o religiosa e dalle varie forme emergenti di antagonismo sociale violento. Si tratta anche di valutare le possibili interconnessioni tra queste forme di criminalità e la loro capacità di minacciare la sicurezza nazionale, così come gli interessi economici e politici del Paese».

Quindi sono necessarie competenze a 360 gradi?

«Certo. Ma non formiamo “tuttologi”. La figura in uscita dal corso è quella di un professionista, in grado di utilizzare con padronanza competenze di natura sociologica, linguistica, giuridica, geopolitica, economico-finanziaria e strategica, per conseguire un obiettivo ben specifico: prevenire e contrastare le minacce. È una figura di cui c’è diffusa e profonda necessità».

Dove ci sono le maggiori opportunità

«L’elenco è lungo, faccio alcuni esempi: le Nazioni Unite (Commission on Crime Prevention and Criminal Justice, UNDCP, UNICRI, NODC, UNHCR), l’Unione Europea (Frontex, Europol, Easo, Cepol, Emcdda), delle forze di Polizia, dei servizi di Sicurezza e informazione della Repubblica. Ampia richiesta viene anche dalle Organizzazioni Non Governative, impegnate negli aiuti alle popolazioni interessate a catastrofi umanitarie o vittime di condizioni particolarmente afflittive sotto il profilo sociale e sanitario. Un capitolo a parte, poi, è quello della sicurezza delle imprese private».

In che senso?

«L’Italia ha una spina dorsale economica fatta di imprese piccole e medie, spesso a carattere familiare. Il fatturato è dovuto in parte significativa all’export – specie nei settori del “made in Italy” – e importanti attività produttive sono delocalizzate, cioè collocate fuori dall’Italia, spesso in aree critiche. Ora, la difesa di questi interessi non può essere affidata solo ai tradizionali meccanismi di sorveglianza e sicurezza. Ci vogliono giovani professionisti, in grado di fare analisi e valutazioni del rischio, anche partecipando al Consiglio di Amministrazione di un’azienda, prima che sia intrapreso un investimento in una determinata area o che siano avviate determinate transazioni. Insomma, vogliamo formare personale altamente specializzato, con basi scientifiche solide e una salda cultura costituzionale, al servizio del sistema-Paese, sia sotto il profilo degli interessi pubblici sia sotto il profilo – peraltro, inscindibile dal primo – degli interessi dei privati».

Un’ultima battuta professore: possiamo dire che vi apprestate a formare nuovi 007?

«Il tempo delle “barbe finte” è finito. Adesso servono dei bravi analisti».

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