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L’avvocato penalista cambia veste e diventa investigatore

L’avvocato penalista, a partire dal terzo millennio, ha “cambiato veste”, o meglio, è stato chiamato a cambiare veste, in seguito a riforme sostanziali del processo penale, che lo hanno indotto, o forse costretto, a rimodulare il suo approccio alla difesa, in particolare con la riforma dell’articolo 111 della Costituzione e con l’introduzione nel nostro ordinamento di una riforma organica delle investigazioni difensive. Ne abbiamo parlato con l’avvocato Claudio Maruzzi, di “MGTM Avvocati Associati” di Ferrara, che utilizza da sempre le indagini difensive come ordinario strumento di lavoro, anche nell’ambito dei crimini ambientali.

Avvocato Maruzzi, che cosa sono in concreto le indagini investigative?

Lei ha giustamente richiamato la riforma dell’articolo 111 della Costituzione – che ha introdotto, in particolare, il principio della cosiddetta parità delle armi tra accusa e difesa e del contraddittorio nella formazione della prova, davanti a un giudice terzo e imparziale, costituzionalizzando il cosiddetto “giusto processo” – come alveo di una serie di ulteriori riforme intervenute in quel momento storico che hanno rivoluzionato lo scenario processuale penale, pur non senza contraddizioni. Infatti, da un lato, con la riforma costituzionale si è prodotta una spinta orientata prevalentemente al dibattimento, mentre contestualmente sono state modificate alcune fondamentali norme del codice di rito penale che hanno di fatto incentivato il ricorso al rito abbreviato che, come sappiamo, evita il dibattimento. Peraltro, si è di fatto rinnovato lo “statuto” dell’accusato, il quale, con riferimento ai fatti concernenti la responsabilità di terzi, può assumere la veste di testimone. L’introduzione di una disciplina organica delle investigazioni difensive si innesta in questo scenario, con caratteristiche di duttilità rispetto ai diversi riti prospettabili al difensore e, più in generale, allo scenario strategico che si apre alla difesa. In definitiva, tutte queste riforme hanno costretto il difensore a rivedere il proprio approccio alla difesa, alla luce della trasformazione dei ruoli processuali sia dell’avvocato, che diventa investigatore, che dell’accusato, che può assumere le vesti del testimone. Fatta questa premessa “di sistema” con specifico riferimento al tema, piuttosto che di indagini difensive è preferibile parlare di investigazioni difensive, proprio per distinguerle dalle indagini preliminari del pubblico ministero e per marcarne la peculiarità, anche se i due ambiti presentano molte significative similitudini. Le investigazioni della difesa le definirei un formidabile strumento a disposizione dell’avvocato penalista, sia quando assiste l’indagato, sia quando tutela i diritti della persona offesa, e consentono di acquisire elementi di prova a favore della parte assistita, “in parallelo” alla pubblica accusa, fonti di prova che possono essere utilizzate sia nel corso delle indagini preliminari (e anche prima, e a prescindere dal loro inizio, come vedremo), sia nel corso del processo. È giusto precisare che non vi è una totale sovrapposizione tra l’attività di investigazione del difensore e di indagine dell’accusa pubblica: l’avvocato, ad esempio (e ovviamente) non può effettuare intercettazioni telefoniche, ambientali o telematiche, non può disporre perquisizioni o sequestri.

In che modo le ha utilizzate nella sua attività professionale?

Il nostro studio fa uso da sempre delle investigazioni difensive; addirittura prima della riforma organica del 2000, quando era in vigore l’articolo 38 delle norme di attuazione del codice di procedura penale del 1989, che prevedeva una disciplina embrionale delle investigazioni del difensore. Le attività più frequenti in tale ambito sono la raccolta di informazioni o dichiarazioni da persone informate dei fatti, sopralluoghi, consulenze tecniche che affidiamo ad esperti di nostra fiducia, richiesta di documentazione alla Pubblica amministrazione. L’ambito in cui le investigazioni risultano spesso fondamentali è quello delle investigazioni preventive, soprattutto quando si assiste la potenziale parte lesa. Spesso, prima di assecondare la richiesta del cliente di querelare o denunciare una persona, è bene verificare che vi siano i presupposti per farlo e tale verifica può essere efficacemente attutata attraverso, appunto, opportune investigazioni difensive preventive.

Ritiene che il potere di ricercare le prove sia uno strumento importante per l’attività forense?

Direi fondamentale. Soffermiamoci su questa considerazione: grazie alle investigazioni della difesa è possibile contribuire alla formazione del prodotto giudiziario, ossia della sentenza. Di contro, il mancato espletamento di investigazioni difensive, talvolta può pregiudicare irreversibilmente l’esito della vicenda dell’assistito.

Le indagini investigative hanno cambiato in modo significativo il “mestiere” dell’avvocato e soprattutto l’approccio alla prova?

La risposta affermativa alla domanda appartiene al “dover essere”: dovrebbe essere così, ossia l’avvocato che le utilizza è costretto “a cambiare pelle”, ossia ad affinare le sue tecniche difensive e l’approccio strategico al caso. Chi non le utilizza, conserva di fatto una visione “conservativa” della funzione difensiva, improntata alla mera confutazione “passiva” della prova offerta dall’accusa.

Nell’ambito dell’indagine investigativa lei si avvale di collaboratori?

Molto spesso. La filosofia che ha animato il mio studio è sempre stata quella del “lavoro di squadra”, con interscambiabilità di ruoli tra i penalisti. Posso dire che è un modulo ormai consolidato al quale cerchiamo di abituare fin da subito il cliente, che spesso ha l’opportunità di apprezzare la bontà del modulo, “vivendo” la difesa, attraverso una costante informazione del suo dipanarsi, nel corso delle diverse fasi dell’iter processuale.

Qual è stata la reazione della magistratura all’introduzione di questa riforma?

Devo dire che le prime reazioni sono state a dir poco tiepide o, per meglio dire, di malcelata diffidenza, come testimoniano alcune sentenze dove si comprendeva che il principio del giusto processo era faticoso da digerire da parte della magistratura, nonostante il baluardo del nuovo articolo 111 della Costituzione coevo alla riforma. In seguito, il principio si è consolidato e devo dire che sempre più stesso nelle sentenze si valorizzano gli apporti offerti dalle investigazioni dell’avvocato alla produzione dell’esito processuale. Certo è che conta molto come viene offerto alla valutazione dell’autorità giudiziaria il prodotto dell’investigazione della difesa, soggetta a un rituale molto rigoroso, non osservando il quale l’avvocato rischia l’inutilizzabilità della prova acquisita, oltre che sanzioni disciplinari o anche, in caso, ad esempio, di verbalizzazione non conforme a quanto riferito dal testimone, un’incriminazione penale, essendo in tale ruolo equiparato a un pubblico ufficiale.

Lei crede che si sia raggiunta la parità processuale tra difesa e accusa?

Il tema è assai complesso e meriterebbe un’analisi ben più approfondita, ponendosi nelle diverse prospettive dei protagonisti della scena giudiziaria. Se ci poniamo nell’ottica del soggetto incriminato, vorrei valorizzare un principio contenuto nello stesso articolo 111 della Costituzione tra i meno esplorati: l’accusato di un reato deve disporre del tempo e delle condizioni per preparare la difesa. Spesso la disparità delle armi dipende dallo scarso tempo e dalle limitate condizioni per allestire un’adeguata difesa. Inoltre, talvolta esiste anche un problema di costi, il che può creare imbarazzi nei rapporti con l’assistito, anche quando si assistono le parti lese. Pensiamo ad esempio a certe inchieste ambientali, ove spesso si assiste a un’evidente sproporzione di mezzi tra chi difende l’azienda accusata di illeciti ambientali e l’accusa pubblica e privata, spesso non in grado, per ragioni eminentemente economiche, di dotarsi di consulenti in grado di fronteggiare adeguatamente quelli di cui si può dotare la difesa.

Le indagini difensive sono utilizzate dai colleghi avvocati?

Ancora molto poco, nonostante sia trascorso quasi un ventennio dal varo della riforma: c’è poca cultura dell’investigazione presso la classe forense; c’è poca preparazione e scarsa consapevolezza dell’importanza di tale strumento, oltre che il timore di non essere adeguati e quindi di incorrere in irregolarità che possono costare anche molto caro.

(Articolo pubblicato da www.opinione.it)

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