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Le indagini di polizia, la nascita del segnalamento e altre tecniche investigative

L’identificazione di polizia

Seconda parte: il bertillonage e la dattiloscopia

Proprio per dotare Parigi di un affidabile metodo di identificazione degli individui imbattuti nelle maglie della legge, un semplice impiegato della locale Prefettura, decisamente ingegnoso e caparbio, sperimentava un nuovo sistema di segnalamento.

Alphonse Bertillon, figlio di un antropologo, era certo che i procedimenti dell’anatomia antropologica potessero risolvere la faccenda, che stava animando scienziati e ricercatori da decenni, e che in pratica sottometteva l’applicazione concreta delle conseguenze stabilite dalla recidiva al criminale (aggravio di pena…) sottoposto a giudizio alla fortuna degli investigatori (o, guardandola da un’opposta prospettiva, dalla sfortuna del criminale).

Infatti, ogni volta che un malcapitato – magari un semplice ladruncolo – ferri ai polsi, passava l’ingresso di un ufficio di polizia, la prima domanda a cui doveva rispondere era: «Generalità? Documenti?».

Rispondere alla domanda apriva un palcoscenico di possibilità orientate a due atteggiamenti opposti: collaborare con la legge spifferando i propri “fatti” oppure tenere ben cucita la bocca anche a costo di qualche sonoro sganassone?

Come a dire: sperare in un atteggiamento più favorevole della polizia pagandolo rispondendo a quel fiume di domande a cui sarebbe inevitabilmente andato incontro – una volta convinti gli agenti delle generalità dichiarate -, oppure sfidandoli come un provetto criminale incurante della gattabuia però meritandosi i galloni di “duro” negli ambienti del crimine?

A ben vedere una scelta in essere precipitato della difficoltà della polizia di entrare nel mondo del crimine, di dare identità sicura all’individuo, in breve di essere un organo efficiente dello stato; anche per tale ragione la polizia poteva trattenere in cella l’arrestato per ragioni di identificazione per molti giorni, tanti quanti ne passava il solerte Bertillon, nel freddo sottotetto della Prefettura di Polizia parigina, per confrontare la fotografia dell’arrestato con lo schedario fotografico al quale egli era addetto.

Diversamente, stabilendo la polizia con certezza l’identità dell’arrestato (e gli eventuali precedenti inciampi giudiziari e di pubblica sicurezza), egli presumibilmente avrebbe avuto ben diverso atteggiamento e la macchina della legge avrebbe, finalmente, ingranato una nuova marcia.

Questione, quella dell’identità personale, a noi ovvia, però frutto di lunghi studi e ricerche dei quali – per riprendere il filo del discorso – Bertillon è tra i protagonisti. Se non altro per diminuire le ore che passava imbacuccato in quel sottotetto.

Infatti, il segnalamento fotografico-descrittivo (come visto nel precedente contributo nato a Londra negli anni Settanta dell’Ottocento), oltre a essere particolarmente farraginoso, richiedeva fotografie sufficientemente recenti, ma ciò non poteva bastare: tra i criminali erano note alcune tecniche di dissimulazione e camuffamento (tintura e taglio di capelli, barbe e baffi – anche finti -, idioma linguistico alterato…), ostacolo di non poco conto per l’effettiva utilità dello scatto, sottomesso all’ineluttabile marciare degli anni.

A questo si aggiungeva una questione archivistica: stabilire criteri certi e univoci di classificazione e collocazione della documentazione raccolta sulla base della fotografia (peraltro in bianco e nero) e della descrizione dell’individuo era una faccenda tutt’altro che semplice, mentre il rischio di accrescere con sempre nuove schedature un archivio già difficilmente consultabile per consistenza e articolazione diveniva progressivamente maggiore. Il confronto tra le risultanze delle consultazioni di diversi archivi collocati in diverse città amplificava i problemi a tutto vantaggio dei pendolari del crimine, fenomeno in rapida espansione con lo sviluppo delle strade ferrate e di altre opportunità di trasporto pubblico.

Una serie di difficoltà ulteriormente ingarbugliate dall’alias, cioè il nome che, di volta in volta, dichiarava l’arrestato ai poliziotti per evitare precedenti e pendenze giudiziarie, con il risultato che, una volta scartata l’ipotesi per mezzo di meticolosissimi accertamenti archivistici di un ennesimo arresto, veniva aperta una nuova scheda con il nominativo dichiarato.

Bertillon sperimentava un proprio sistema di segnalamento derivato dai procedimenti dell’anatomia antropologica che superasse il segnalamento fotografico-descrittivo. La soluzione, apparentemente priva di controindicazioni perché affermata su un’evidenza scientifica, assumeva come principio lo scheletro, che conclude la crescita nel ventesimo anno, ed è irripetibile da individuo a individuo.

Bertillon misurava attentamente alcune parti stabilite del corpo e alcuni arti dell’individuo (altezza, ampiezza delle braccia, del cranio, lunghezza delle dita, dell’orecchio destro, ampiezza della testa…), facilitato da riferimenti metrici precisi (aste graduate, compassi…) così riuscendo ad abbattere gli errori.

Lo Studioso associava alle misurazioni registrate il segnalamento descrittivo, consistente nella sistematica, razionale e dettagliata descrizione dei caratteri morfologici e funzionali dell’individuo, attraverso un linguaggio specialistico di termini determinati (forma del volto, colore e forma degli occhi, tipo di naso…) noto come: ritratto parlato.

La procedura di polizia avrebbe facilitato non poco gli archivisti a caccia di alias, i poliziotti su strada che, una volta memorizzata la descrizione del ricercato, avrebbero avuto maggiori possibilità di scovarlo rispetto a quei tutori dell’ordine di altre nazioni sprovvisti di questo nuovo ferro del mestiere (inclusi i nostrani).

Misure, dati biografici, due foto del soggetto (fronte, lato), precedenti di giustizia, informazioni sull’individuo (compresi gli alias) e sulle sue abitudini (ambienti e persone frequentati…) venivano trascritti sulla sua scheda biografica (fiche), archiviata con criteri certi; la polizia giudiziaria, sottoposto l’individuo alle misurazioni antropometriche, risaliva all’identità dell’individuo, dl cui fascicolo personale avrebbe ricostruito la carriera criminale. Ecco che l’istituto della recidiva lentamente migrava dal regno delle incertezze all’evidenza scientifica. Inoltre, il fascicolo avrebbe fornito i primi elementi di indagine.

Le criticità? Il metodo antropometrico comportava misure senza margini di errore e criteri archivistici, come detto, certi (e un linguaggio specialistico per descrivere il soggetto), non sempre compatibili con lo scarso livello di istruzione dei tutori dell’ordine.

Ma andiamo per ordine.

Alcune misure del soggetto venivano confrontate con più valori stabiliti e divise per serie. La prima serie veniva desunta dalla lunghezza della testa (piccola, media, grande) ottenendo così le prime tre divisioni; la seconda serie dalla sua larghezza ottenendo così altre tre divisioni per complessive nove serie; la terza dalla misura del dito medio sinistro per altre tre divisioni e così via. Un archivio di migliaia di fiche finiva per essere articolato in alcune decine di serie, ciascuna delle quali contenente una frazione ragionata dell’archivio stesso.

Per risolvere anche l’aspetto linguistico del metodo, cioè il complesso di termini linguistici che i poliziotti addetti al servizio dovevano impiegare, Bertillon curava delle pratiche istruzioni illustrate, successivamente tradotte anche in italiano per i nostri questurini.

Il metodo poneva alcuni limiti: inutile per gli individui non ancora completamente sviluppati, risultava affatto agevole assumere misure accurate qualora l’individuo avesse opposto resistenza; inoltre, il procedimento di schedatura era complicato. Su tutto, quando l’archivio assumeva dimensioni importanti (praticamente impiantati dove la criminalità era molto attiva, come appunto la Capitale francese), poiché i criteri di classificazione non restituivano sempre valori univoci, le consultazioni, per quanto meticolosissime, non garantivano più i risultati sperati.

In un secondo momento le schede verranno integrate con le impronte digitali del soggetto, anche se la loro classificazione non aveva ancora né abbracciato metodologie affidabili né la fiducia dei tribunali.

Ma, quantomeno, l’irripetibilità e immutabilità dell’andamento delle creste pupillari nell’essere umano era già stata scientificamente comprovata mentre i criteri per far accedere la dattiloscopia nelle aule giudiziarie avevano acceso un dibattito.

Va ricordato che le impronte, esaltate con un tampone di inchiostro e riportate sui contratti, erano già impiegate da anni per fini legali nelle Indie inglesi, ma non ancora in quelle aule – e altre – della giustizia penale.

Nel 1885 il bertillonage entrava nel sistema carcerario francese e nel 1893, dopo quasi dieci anni di ricerche, anche nella polizia di Parigi, che inaugurava sotto l’occhio vigile del direttore–fondatore Bertillo il primo Servizio di identità giudiziaria.

A questo paziente impiegato si deve pertanto la prima procedura obbligatoria e formalizzata applicata a una funzione di polizia che condivide col metodo scientifico d’indagine la ripetibilità e la verificabilità.

La sua invenzione emigrava in Nord America e in molti paesi europei, tra i quali l’Italia, dove sbarcava nel Regolamento carcerario (1891) e nella Questura di Napoli, dove la disponibilità economica di un medico locale e l’iniziativa del questore davano i primi positivi risultati.

Mentre in molti paesi europei prendevano piede i primi studi e riviste di polizia scientifica, Scotland Yard segnava un nuovo goal in favore della recidiva.

Intanto tra i paesi che impiegavano il bertillonage si andava affermando un altro “ferro del mestiere”: l’utilizzo delle impronte lasciate dalle linee cutanee dei polpastrelli delle dita del criminale, “traccia indelebile” di ciascun essere umano.

Venendo a contatto con qualsiasi oggetto, i polpastrelli lasciavano un’impronta che, opportunamente esaltata e fotografata, poteva condurre al suo “proprietario”. Per questo i polpastrelli degli individui fermati, sospettati o arrestati venivano tinti di inchiostro nero e premuti delicatamente sulla relativa fiche negli appositi spazi.

I sistemi giudiziari dei Paesi sensibili all’uso delle impronte digitali facevano affidamento sulla comparazione tra l’impronta dei polpastrelli ricavata sulla scena del delitto o su altri oggetti (esempio: l’arma utilizzata, un oggetto trafugato dalla stessa scena…) riconducibili al sospettato, e quelle assunte direttamente sulla persona, per costruire una prova inconvertibile di un suo coinvolgimento.

In questi Paesi avvocati, giudici, scienziati e giurie popolari si stavano arrovellando per trovare una risposta certa ai quesiti: per una prova che escludesse ogni margine di errore tale da far aprire le galere o spedire l’accusato al patibolo, è sufficiente la comparazione di una o di più dita del sospettato? Inoltre: come classificare con criteri sicuri e semplici le impronte digitali assunte dagli individui non in galera ma già incappati nella legge? Come organizzare gli schedari? E le schede provenienti dalle polizie di altre nazioni? Come sono classificate? Conseguentemente, come organizzare in maniera univoca gli archivi dattiloscopici?

Risolto il problema della classificazione, analizzata l’impronta acquisita sulla scena del crimine, gli investigatori, dal cartellino dattiloscopico avrebbero trovato quel filo rosso che unisce il fascicolo del criminale con la sua mano e diramatone le ricerche, con evidenti vantaggi per la celerità delle indagini e la collaborazione tra le polizie.

A una condizione: un archivio continuamente aggiornato con nuovi inserimenti, anche preventivi di individui non pregiudicati ma habitué del crimine, e le schede dei nuovi arresti.

A ben vedere, i quesiti di giuristi e scienziati sull’affidabilità della dattiloscopia celavano il bisogno che le indagini abbandonassero i mezzi d’un tempo per abbracciare la scienza, la sola capace di verdetti affidabili, aperti alle conseguenze della recidiva, ai quali le nazioni progredite ambivano.

Inoltre, il bertillonage comportava la necessaria presenza dell’individuo; era pertanto un metodo di identificazione ai fini carcerari e di polizia ma non sempre utile alle indagini laddove la polizia fosse alla ricerca di un individuo del quale possedeva solo le impronte digitali, o talvolta neanche quelle.

Per questo i ricercatori che studiavano le creste pupillari, sicuri che prima o poi avrebbero scoperto come classificarle, erano tenuti d’occhio dai governi più progrediti.

Come a Londra, che adottava la dattiloscopia nei primissimi del Novecento, non appena il governo si convinceva della sua raggiunta maturità scientifica e un giudice dava ragione a un abile investigatore, che giurava in tribunale che non vi era possibilità di errore tra l’impronta rinvenuta dalla polizia scientifica e quella delle dita dell’individuo nella gabbia degli imputati.

In Italia, e precisamente a Roma, sotto la spinta dell’anarchismo e del regicidio, nel 1897 erano radicalmente riorganizzati i servizi di pubblica sicurezza e prevista il (secondo) servizio antropometrico, sul modello del Bertillon.

Contemporaneamente, Salvatore Ottolenghi, professore di medicina legale a Siena (poi a Roma), teneva i primi corsi di polizia scientifica, i cui contenuti erano dibattuti su riviste giuridiche e penali italiane e non, tra le quali il Manuale di polizia scientifica e la Rivista di polizia scientifica.

Infine, nel 1903 apriva alla dipendenza del Ministro dell’Interno la Scuola di polizia scientifica diretta dal citato Ottolenghi (Roma, via delle Mantellate) con, dipendente, il Servizio segnalamento e identificazione, ramificato in numerosi gabinetti sparsi nel Regno (e anche nelle colonie).

Primo direttore del Servizio (e insegnante della materia) era il commissario Giovanni Gasti, padre dell’omonima classificazione dattiloscopica (e, durante la Grande guerra, dell’Ufficio Centrale d’investigazione, deputato all’intelligence e ai reati di guerra).

In conclusione, si deve alla caparbietà di scienziati e ricercatori, tra i quali poliziotti, italiani, il definitivo passo dell’applicazione oggettiva della recidiva nel più ampio quadro della positivizzazione delle indagini.

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