Un’intervista “bastarda e senza gloria” per l’autore de L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde. Un’intervista controcorrente per un autore politicamente scorretto, appassionato di vino rosso, cultore del fisico quel tanto che basta per non far brutta figura con le ragazze, filosofo, scrittore e fustigatore del nulla letterario e sociale odierno. Matteo Fais sa come farsi apprezzare (o odiare). Noi di GiustiziaeInvestigazione lo abbiamo apprezzato. Ai lettori il giudizio personale.

L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde. Partiamo da qui: titolo politicamente scorretto e libro … completa tu.
«Nelle mie intenzioni, dolorosamente lancinante, ma anche ironico e grottesco. Il dolore è così ampiamente diffuso su questa terra che la vita pare una farsa. Nel descrivere la nostra miseria, dunque, mi sembra impossibile che il parossismo della sofferenza non si tramuti in riso… un riso certamente amaro. Per il resto, sì, il testo è politicamente scorretto. Non si può che essere tali quando ci si sbarazza di qualsiasi zavorra ideologica, peloso pietismo stile papa Francesco e retorica falsamente umanitaria di chi la vita la contempla sempre a distanza di sicurezza, filtrata attraverso lo schermo televisivo. Non si tratta, però, di una posa adolescenziale. Io sono così. Sono umano. Sento ciò che sento senza pensare di dover ben pensare e ben sentire. Spesso questi sentimenti sono contrastanti e contraddittori. Come diceva Whitman, è perché “contengo moltitudini”. Io ho semplicemente raccontato questo, l’umanità di chi è capace di pensieri altissimi e crudeltà senza pari, atti d’amore ed egoismi esecrabili. Ma più di tutto, L’Eccezionalità vuole essere un ritratto di questo nostro tempo. Del nichilismo, della società dei consumi, dell’amore oramai impossibile sotto il giogo del desiderio e del porno, del lavoro alienante o mancante. Debbo precisare però che il titolo dell’opera non è tutta farina del mio sacco. In origine, avevo spedito al mio editore un romanzo breve intitolato L’eccezionalità della regola, sottotitolo Un romanzo sulla sconfitta, e una raccolta di racconti, Bastardi. Secondo lui, i racconti erano molto interessanti, ma purtroppo difficili da veicolare. Nelle sue parole: “Tu non sei né americano, né morto come Bukowski e Carver”. Sicché propose di accorpare i due lavori in un unico tomo da intitolare appunto L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde. Trovo che suoni molto bukowskiano e credo che l’editore abbia in parte voluto cercare l’assonanza. Non che l’idea mi mandi in solluchero ma, al diavolo, è il mio primo libro. Già aver pubblicato è una grande conquista«.

Chi è Matteo Fais?
«Sarebbe più facile rispondere alla domanda “Come ti vedono gli altri?”. Basterebbe raccogliere le testimonianze. Una ragazza che frequentavo tempo addietro mi diceva, con fare risentito, che sono un “inutile figlio di puttana, egomaniaco, egocentrico, ed egotista, patologicamente compiaciuto di sé”. A quel punto, quando le domandavo perché continuasse a frequentarmi, tradendo peraltro il suo ragazzo, lei mi rispondeva: “L’unica cosa per cui puoi tornare utile è scopare”. Non so se sia vero, ma è il migliore dei complimenti che si possa fare a un uomo che lavora usando l’intelletto. È bello sapere di avere anche una consistenza materiale. Troppe volte lo dimentichiamo. Cretinate a parte, sono uno che si sveglia tra le quattro e le cinque di mattina, dormendo appena il necessario per non morire. Inizio sempre la giornata bevendo caffè e girando convulsamente intorno al tavolo di cucina, ascoltando musica con le cuffie, da Wagner ai The Smiths. Nel mentre, rifletto. Da tutto ciò credo si evinca che sono uno squinternato e un nevrotico. Pazienza, non desidero guarire. Non assumo stabilizzatori dell’umore, o ansiolitici. Il miglior trattamento per la cura dei nervi è il vino rosso. Lo usano, non per niente, dalla notte dei tempi. Vuoi che uno psichiatra ne sappia più dei greci e dei latini?! Ma ero rimasto a quando mi sveglio e rifletto girando intorno al tavolo. Dopo circa un’ora e mezzo di vorticoso piroettare, prossimo al mal di mare, scendo nel mio studio. Lì leggo e scrivo. Lavoro molto. Ho sempre un libro in mano, per recensirlo. Questo per quel che concerne la mia attività di critica letteraria, poi ho scritto diversi romanzi che ho ancora nel cassetto. Il prossimo vedrà la luce a settembre del 2018. Mi piace ciò che faccio. Non riuscirei a fare altro. Non me ne frega niente di fare altro. Tutto il resto è vita e io sono uno che non sa vivere, né stare al mondo. Esco poco. Telefono sempre alle stesse persone. Tre volte alla settimana faccio pesistica, da solo, nel garage di casa. Non che ami lo sport. Lo faccio solo nella speranza che, le rare volte in cui una donna mi tocca, non mi trovi eccessivamente repellente».

Cos’è la scrittura per te?
«Houellebecq fa dire al protagonista di Estensione del dominio della lotta che solo una vita dedicata interamente alla lettura sarebbe stata il suo ideale. Non posso che concordare. Allo stesso tempo, anche scrivere è una nobilissima e soddisfacente attività… a meno che uno non venga relegato alle pagine della cronaca nera di un giornale locale. Ciò che è affascinante della scrittura è la sua assoluta gratuità. Scrivere è un atto che trascende il mero esistere, la necessità biologica, e porta l’uomo a superare se stesso nel suo essere qui e ora a perseguire le sue pulsioni basilari. Con la scrittura l’essere umano esercita l’opera più alta a cui possa avere accesso, ovvero registrare a futura memoria le sue mancanze, le bassezze, la tragedia del suo esistere senza scopo, immerso in un insieme di attività il cui fine ultimo è spesso ignoto e stoltamente dato per scontato. Un giorno, la vita nel sistema solare finirà e con essa tutte le opere dell’uomo. Immagino un rogo gigantesco che si spande per la galassia, in cui brucia ogni cosa, dagli alberi alla Gioconda, passando per i romanzetti Harmony. In tutto ciò, comunque, che qualcuno abbia voluto sedersi a una scrivania e mettere nero su bianco che la nostra vita non ha senso, che ci illudiamo di un sacco di cose senza motivo, che probabilmente tutto ciò che si trova da qui a miliardi di anni luce è solo silenzio degli spazi infiniti… non so, ma trovo tutto ciò commovente. In quei pochi attimi di intenso romanticismo che fanno raramente capolino nel mio animo un paio di volte l’anno, mi viene anche da pensare che solo l’arte giustifichi questa assurda e incresciosa creatura che è l’uomo».

Quali sono i tuoi riferimenti letterari?
«Fondamentalmente due, i francesi e gli americani. I primi, è vero, sono più simili a noi italiani, quindi hanno in buona misura la tendenza a diventare dei vecchi tromboni. È altresì vero, però, che il dono dei francesi è quello di riuscire a rendere poetica qualunque cosa. Il loro erotismo è unico al mondo. Persino la perversione, se messa su carta dalla loro penna, diviene vertice dello spirito. Al contempo, sono i francesi che hanno inventato il realismo (che loro chiamano naturalismo). Non che io creda nella possibilità di essere oggettivi, sia chiaro. Ma mi piace l’indagine a tutto tondo sulla società, di personaggi quali Balzac, o Zola, la cui lezione è stata mirabilmente raccolta e messa a frutto da Houellebecq, nel quale la letteratura d’oltralpe raggiunge il suo zenit. Sull’altro fronte ci sono gli americani. Quella che credo sia la loro più grande lezione è l’essere riusciti a fare letteratura da un punto di vista endogeno rispetto alle realtà narrate. Mi spiego meglio con un paragone. Da noi, in Italia, la letteratura è sempre stata appannaggio di intellettuali, spesso altolocati, i quali si sono arrogati il diritto di descrivere le realtà delle fabbriche, delle periferie, e via dicendo. Naturalmente, questi andavano anche a documentarsi in loco, alla stregua di cronisti, per poi tornarsene a casa, comodamente seduti su una Jaguar, al calare della sera. Al contrario, in America, a raccontare di operai e di periferie, ci sono appunto gli interessati in prima persona, vedi per esempio i già citati Carver e Bukowski. Non gente che quella vita se l’è fatta raccontare e, quindi, ci propone una narrazione di seconda mano, quando non di terza, ma persone che la sperimentano o l’hanno sperimentata per decenni sulla propria pelle. A ogni modo, anche qui in Italia abbiamo i nostri nomi di tutto rispetto. Penso, per esempio, al mio amico e maestro Franz Krauspenhaar, che io considero un po’ il Houellebecq italiano. Ma non solo. Ci sarebbe pure Giuseppe Casa, un vero innovatore a suo tempo con la ricostruzione mimetica, sulla pagina, del linguaggio parlato. Lo comprai vent’anni fa, ma ho avuto modo di conoscerlo solo di recente. Potrei, poi, nominare Culicchia. Tra i classici, infine, direi indubbiamente Moravia. Aveva una visione semplice del mondo il caro Moravia: sesso e denaro. Semplice, sì, ma assolutamente veritiera».

Ho sfogliato Vvox e ho visto che sei sempre controcorrente per gli argomenti, per gli autori, per la critica allineata. Uno stile di vita?
«Più un modus essendi, direi, una mia caratteristica ontologica. Nella critica letteraria, mi piace dare voce a chi non l’avrà mai attraverso la grande stampa di regime. Soprattutto, poi, ritengo che la vera cifra antagonista del mio modo di fare critica stia nella scelta per la formula divulgativa. Odio quei blog dove il recensore, parlando di un poeta, si compiace di arrivare a vertici di lirismo tali da essere spesso più complicati della lirica stessa che vorrebbe sviscerare. Poi si lamentano del fatto che la gente non legga poesia. Io, invece, voglio aiutare chiunque sia disposto a metterci almeno un po’ di impegno nell’avvicinarsi alla materia. Un’altra delle scelte caratterizzanti che ho deciso di dare alle mie rubriche, poi, è quella di non fare stroncature. Parlo di un testo solo se mi piace. Accanirsi contro chi non ha valore non ha senso. Valutare, con parametri che applicheresti a Céline, il libro di una ragazzina che scrive, non romanzi, ma prodotti letterari sarebbe inutile. Come tutte le polemiche su Fabio Volo. Volo non è uno scrittore, per sua stessa ammissione. Si tratta piuttosto di uno a cui capita di scrivere libri e che non ha la pretesa di giungere al cuore dell’Essere. Peraltro: ogni pirla crede che, se Volo sparisse dalle librerie, come per magia, venderebbe il suo libro fino a coprirsi d’oro. Cazzate! La gente vuole romanzi simili. Se Volo non esistesse, chi lo legge non leggerebbe più niente. Diciamo quindi che Volo è, nell’ottica d’insieme, il male minore. D’altra parte, tutti i grandi stroncatori di mestiere sono soliti accanirsi su chi è debole nel panorama letterario, come certi esordienti, ma sorvolano sui nomi grossi che hanno scritto porcherie, di modo da non inimicarsi chi potrebbe costituire un reale ostacolo al prosièguo della loro carriera».
Giustizia e letteratura, dai grandi classici ai gialli, quale rapporto secondo te?
«L’arte è forma. Non voglio dire che non possa o non debba esserci anche sostanza, diciamo volgarmente un messaggio, ma questo è secondario. Molta gente confonde l’arte, e quindi anche la scrittura, con un atto di giustizia, con l’essere un brav’uomo. Niente di più falso. Spesso e volentieri i migliori scrittori sono, contrariamente a quanto immaginano i lettori, persone che non vorresti avere tra le amicizie. No, l’arte è al di là del bene e del male. È sintomatica in tal senso tutta la polemica sui quadri di Balthus. Sappiamo tutti che il pittore parigino nutriva dei desideri, per dir così, non propriamente candidi nei confronti delle ragazzine. Amen! Era un pedofilo, ma un grande artista, dotato di una superiore abilità nel trasporre la pruriginosità del suo sguardo».

Capitalismo, immigrazione, generazione Erasmus, come vedi il futuro per i giovani e l’Europa?
«L’Europa, non mi stancherò mai di ripeterlo, non esiste e non è mai esistita, anche se qualcuno vorrebbe darle la compattezza e l’unità di qualcosa che travalichi il mero concetto geografico astratto. Probabilmente ci riusciranno anche, ma sarà a prezzo di una gravissima perdita. Diventeremo tutti un unico popolo senza più peculiarità specifiche, in balìa di mode dettate dall’universo schizofrenico dei consumi. Ciò si realizza, senza sforzo, già in un salone del McDonalds, dove tutti mangiamo lo stesso merdoso panino e le stesse patatine bisunte. Auspico, a ogni modo, che i particolarismi di ogni popolo e territorio siano duri a morire. Soccombere è orribile, ma dargliela vinta a mani basse sarebbe da senza palle. Per quel che concerne il mio odio verso il capitalismo – il che non vuol dire assolutamente che io sia comunista – mi piace di riportare una straordinaria citazione da Houellebecq: “Di tutti i sistemi economici e sociali, il capitalismo è senza dubbio il più naturale. Il che basta già di per sé a indicarlo anche come il peggiore”. È vero, il capitalismo è la naturale tendenza di ognuno di noi. Accumulare e sottrarre agli altri, prendere tutto il possibile. Per questo gli individui non possono essere abbandonati alle loro naturali tendenze. La Natura, duole riconoscerlo, è abominio, lotta per la sopraffazione, crudeltà. E poi, il liberalismo, il neoliberismo, e tutti gli altri figli del capitalismo, così come il comunismo, sottendono un’antropologia umana da ingenui, un’antropologia positiva. Ognuna di queste filosofie, in modo diverso, pensano che l’uomo e la storia vadano soggetti a miglioramento. Ciò per me è ridicolo – lo era anche per Leopardi, non a caso. Dai piani quinquennali di Stalin, ai progressi della medicina, fino alla razionalità massima di produzione, così come nella robotizzazione imperante, io non vedo che un’ecatombe. Lascerà anche a bocca aperta per certi suoi risultati, ma sempre di un’ecatombe si tratta. Sui giovani non ho niente da dire, se per giovani si intendono quelle creature imberbi con le sopracciglia depilate, le gambe come stecchini e le braccia di chi non ha mai sollevato neppure la busta della spesa. Per la maggior parte sono un branco di ignoranti, turlupinati dalla propaganda. Preferisco i vecchi. Decisamente, chiunque non abbia ancora preso coscienza di essere un condannato che cammina, ovvero questi signorini ancora affetti dalla sindrome dell’immortalità, non può ancora essere considerato umano. In tal senso, io credo di non essere mai stato giovane».
Guerriglia, Torniamo uomini, Houellebecq, quale ruolo per la letteratura non allineata?
«La bellezza dei nostri tempi e dei regimi democratici in cui viviamo è che essi sono così intelligentemente tolleranti da ammettere qualsiasi manifestazione di malessere, quale la letteratura di cui tu parli, sapendola piegare ai propri scopi. Il malessere è consustanziale a questo sistema e accettato. C’è da considerare, in prima istanza, che, finché si mantiene entro una certa soglia, è del tutto inefficace. Ci si vede in cento, duecento alla presentazione di un libro scomodo, ci si dice “ah, ma quanto siamo profondi noi che abbiamo capito quello che gli altri non hanno nemmeno scorto”. Due autografi sul testo e poi tutti a casa. In secondo luogo, il sistema piega entro l’ottica del capitale qualunque forma di opposizione. È così che il fenomeno hippie, la summer of love, Woodstock diventano un ottimo veicolo affinché l’industria discografica faccia soldi attraverso i dischi di Jimi Hendrix e dei The Doors. Non gliene frega un accidenti a chi muove il denaro di prenderlo dalle tasche di chi si professa rivoluzionario, o da quelli che auspicano, da reazionari, il ritorno alla tradizione. Il genio berlusconiano, per esempio, sta proprio in questo: finanziare i propri stessi detrattori, si tratti di trasmissioni televisive o pubblicazioni letterarie. La verità è che la letteratura non allineata, quindi, avrà sempre il suo spazio, almeno fintantoché i lettori non decideranno di agire conseguentemente a quanto hanno compreso dai testi. Successivamente cominceranno le misure di vera repressione. È però fondamentale che prima di tutto la gente legga. Anche la disperazione dei testi houellebecquiani potrebbe, contrariamente a quanto credono molti per cui la letteratura dovrebbe sempre proporre soluzioni, essere alla base di un moto propulsivo di rivolta e rovesciamento dell’ordine attuale».

Pubblicato da Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

Leave a reply