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Legittimo impedimento non previsto, l’avvocata allatta in aula

Il diritto alla maternità è un lusso per molte donne. Per le precarie e le libere professioniste spesso diventa un vero problema conciliare gli impegni di lavoro e allattare e prendersi cura del proprio bambino, soprattutto nei suoi primi mesi di vita. Un problema che riguarda anche le avvocate, le quali non tutte possono chiedere il legittimo impedimento a comparire nei processi. Nel penale può essere invocato solo dalla difesa dell’imputato, per la parte civile no. Il rinvio causa maternità, invece, può essere chiesto nel civile. Lo sa benissimo l’avvocata Alessandra Bircolotti del foro di Perugia, che ha una bimba di 35 giorni e che pertanto allatta al seno. E proprio in vista di un processo penale importante, il caso mense che ha portato al rinvio a giudizio 13 persone, aveva interpellato il giudice che le ha concesso di allattare in aula, senza sospendere l’udienza. L’avvocata Bircolotti, che difende genitori, Cittadinanza attiva e Unione nazionale consumatori, aveva postato sul suo profilo di Facebook un post in cui raccontava il simpatico siparietto, sottolineando anche le difficoltà di una libera professionista ad essere mamma e a svolgere al meglio e con passione il proprio lavoro. Suscitando il sostegno e lo sdegno di molte donne, per la maggior parte mamme, ma anche avvocate. Noi di Giustizia e Investigazione l’abbiamo intervistata.

La sostituzione dell’avvocato

“Si può chiedere la sostituzione del titolare della causa – spiega Bircolotti – ma non sempre è possibile e opportuno. In questo processo così importante, non era il caso. Quindi sono entrata ed uscita dall’aula, perdendomi ovviamente dei pezzi di dibattito, ho anche depositato alcuni documenti mentre avevo attaccato al seno mia figlia Carolina. Ho dovuto anche cambiarla, per fortuna un’aula accanto era vuota e ho avuto la privacy che merita una bambina di un mese”.

Difficoltà che sono impensabili nel 2018, ma che raccontano di quanti passi avanti bisogna ancora fare. Ancora oggi vengono raccontate storie di come alcune mamme che allattano in pubblico, casi recenti parlano di un ufficio postale, di un bar e di un’università, vengano prontamente allontanate. “Non è questo il mio caso – sottolinea l’avvocata Bircolotti – ma quando sono entrata in tribunale, i militari non volevano farmi entrare perché i minori non sono ammessi. Poi ho spiegato che il giudice mi aveva autorizzato ad allattare durante l’udienza, quindi uno degli uscieri è andato dal giudice che evidentemente ha dato l’ok al mio ingresso”.

La legge non tutela le mamme-avvocate

“Sono stata aiutata da una collega – continua Bircolotti – ma così non è sostenibile. E mi chiedo come mai le mie colleghe in questi anni non si siano fatte sentire, non abbiamo dato risonanza alla questione. Anche perché durante un’udienza non si conoscono mai i tempi di attesa e durata. In questo caso, grazie all’avvocato Falcinelli è stata anticipata la nostra. Il pm Formisano ha detto che in alcuni tribunali italiani si stanno attrezzando con delle stanze adibite per il cambio e l’allattamento del bambino a disposizione delle magistrate, che comunque a differenza di noi avvocate hanno il diritto alla maternità. La legge non ci tutela, perché non permette il legittimo impedimento a comparire in aula se si è difensore della parte civile. Il giudice per questo processo ha fatto quello che gli consentiva la legge”.

Manca una prassi virtuosa

“Ho intenzione di dare un seguito positivo alla faccenda. Informerò il Comitato per le pari opportunità del nostro ordine, affinché si adotti una prassi virtuosa condivisa tra avvocati e magistrati per avere uno spazio adatto dove poter cambiare e allattare i bambini in tutta privacy e serenità e che si possa concordare la sospensione dell’udienza. Anche perché il momento dell’allattamento è così intimo, che il bambino ha bisogno di sentire serenità, che in questi contesti la mamma non può trasmettergli. Sono state stipulate delle prassi virtuose per altre questioni, non vedo perché non si possa fare anche in questi casi”.

Seguire un’udienza diventa più complicato

“È chiaro che la difesa di un imputato è una posizione più complessa – puntualizza ancora – richiede maggiori manovre di spazio e dibattito, ma anche in un processo piccolo o di qualsiasi tipo, l’avvocato ha il diritto di poter svolgere al meglio le sue funzioni ed essere sempre presente in aula. E quando si è in aula deve avere la possibilità di prestare molta attenzione al dibattito e se necessario prendere appunti, come si può fare con una bambina attaccata al seno e che ha anche esigenze di essere cambiata? Ecco perché credo sia arrivato il momento di cambiare il sistema a livello di ordine e di tribunale”.

Ecco cosa dice la legge

La novità, attesa da tempo, è stata inserita all’interno della legge di bilancio 2018 (articolo 1, commi 465-466, legge 27 dicembre 2017, n. 205, pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 302 del 29 dicembre 2017). Nonostante, difatti, le donne rappresentino oltre la metà degli iscritti agli albi forensi, mancava ancora una disposizione di legge che riconoscesse le oggettive problematiche che l’avvocato-donna può avere nell’esercizio della attività professionale a causa di gravidanza o maternità, consentendo la richiesta di un rinvio o di una sospensione tecnica per tali motivi. Fino ad ora era soltanto possibile usufruire del congedo di maternità (norma ancora valida) che consentiva e consente al richiedente di percepire un’indennità erogata dalla cassa forense pari all’80% di 5/12 del reddito professionale Irpef netto prodotto nel secondo anno anteriore al verificarsi dell’evento. Di fatto, l’assenza di questa possibilità rappresentava una palese violazione del diritto di difesa, nonché del principio di uguaglianza sostanziale previsto dall’articolo 3 della Costituzione. La norma interessa sia le cause civili che quelle penali. Nella prima ipotesi, si prevede che il giudice debba fissare, nel rispetto del principio di ragionevole durata del processo, il calendario delle udienze tenuto conto della natura e dell’urgenza della causa. Inoltre, la legge di bilancio ha previsto l’inserimento di un ulteriore comma, che stabilisce: «Quando il difensore documenta il proprio stato di gravidanza, il giudice, ai fini della fissazione del calendario del processo, ovvero della proroga dei termini in esso previsti, tiene conto del periodo compreso tra i due mesi precedenti la data presunta del parto e i tre mesi successivi. La disposizione del primo periodo si applica anche nei casi di adozione nazionale ed internazionale, nonché di affidamento del minore avendo riguardo ai periodi previsti dall’articolo 26 del testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, di cui al decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151. Dall’applicazione del presente comma non può derivare grave pregiudizio alle parti nelle cause per le quali è richiesta un’urgente trattazione». Nella seconda ipotesi, cause penali, la tutela è introdotta dal comma 466 che così stabilisce: «All’articolo 420-ter del codice di procedura penale, dopo il comma 5 è aggiunto il seguente: ‘5-bis. Agli effetti di cui al comma 5 il difensore che abbia comunicato prontamente lo stato di gravidanza si ritiene legittimamente impedito a comparire nei due mesi precedenti la data presunta del parto e nei tre mesi successivi ad esso». La tutela, dunque, riguarda sia la maternità “naturale” che i casi di adozione nazionale ed internazionale.

Twitter @Ros812007

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