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Leonardo da Vinci, disegno a china raffigurante la Cascata delle Marmore, Papigno e la valle di Terni, 5 agosto 1473, Gallerie degli Uffizi, GDSU f.8P

Leonardo da Vinci e la cascata delle Marmore, un libro svela il mistero

Uno storico e critico d’arte, un giornalista, un magistrato e un artista, insieme per risolvere e spiegare un mistero nel nome di Leonardo da Vinci. L’uomo che incarna il Rinascimento, con il suo genio poliedrico, è stato a Terni e ha ritratto la cascata delle Marmore in un suo disegno? I dubbi sembrerebbero completamente fugati dalle ricerche e dagli studi confluiti nel volume “Leonardo da Vinci. Le radici umbre del Genio” (Morlacchi editore) di Luca Tomìo e Marco Torricelli, con la prefazione di Federico Bona Galvagno e in copertina un dipinto originale (su commissione) di MaMo (al secolo Massimiliano Donnari). Una tripla intervista, su #GiustInv, per comprendere come si è giunti a questa scoperta e capire meglio il genio di Leonardo (aprendo uno scenario deflagrante sulla Gioconda).

Luca Tomìo, critico e storico dell’arte, autore di studi scientifici su Leonardo e curatore di mostre.

Come è nata l’ipotesi di Leonardo che disegna la cascata delle Marmore?

«Da un’intuizione di mio figlio tredicenne agli Uffizi, dove è conservato quel primo celeberrimo disegno di Leonardo che si era sempre tentato di collocare in Valdarno o comunque in Toscana, partendo dal presupposto sbagliato che Leonardo a ventun anni non si fosse mosso dal borgo natìo di Vinci. In realtà a quella data Leonardo stava già a Firenze da almeno otto anni e ora sappiamo che il 5 agosto 1473, il disegno in questione è datato così, se ne stava in Umbria meridionale tra la Cascata delle Marmore, il borgo di Papigno e la Valle di Terni».

Dall’intuizione alla ricerca, qual è stato il percorso scientifico?

«Il mio supervisore principale dal punto di vista artistico è stata Cristina Acidini, uno dei più importanti storici dell’arte rinascimentale italiana, già soprintendente del Polo Museale Fiorentino e presidente dell’Accademia delle Arti e del Disegno di Firenze, la più antica accademia del mondo, fondata da Giorgio Vasari e Michelangelo alla fine del ‘500 e che è l’erede di quell’Accademia di San Luca a cui Leonardo si era iscritto un anno prima di eseguire il disegno in questione. Ho poi protocollato il mio lavoro al Mibact, direttamente nelle mani del direttore della ricerca e dell’istruzione, Francesco Scoppola, che tra l’altro è anche grande esperto di paesaggio umbro. Megafono di questo mio lavoro è poi stato Vittorio Sgarbi che non è solo il polemista televisivo che tutti conoscono ma anche e sopratutto un fine storico dell’arte. Un ruolo importantissimo, per la geolocalizzazione del paesaggio disegnato, è stato inoltre svolto dal professor Carmelo Petronio, geologo e paleontologo dell’Università La Sapienza di Roma».

Cosa significa una scoperta del genere per la storia dell’arte?

«Significa dover rimettere in discussione tutte le certezze acquisite finora, soprattutto per il fatto che ora sappiamo come Leonardo avesse completato la sua formazione non solo in Umbria, ma anche a Roma e forse a Urbino. Come per un altro fiorentino, Giotto, la capacità di riportare la pittura ai livelli dell’antica Roma, e qui sta il nocciolo del Rinascimento, ha sì il suo innesco a Firenze, ma il suo completamento avviene a Roma, con l’Umbria che funge da cuscinetto, o meglio, da terreno di coltura. L’Umbria assume, dunque, un ruolo importantissimo e centrale per compprendere quel fenomeno unico che è stato il Rinascimento, dal ‘300 al ‘500. L’Umbria assurge a baricentro di tutte le meraviglie».

Scetticismo, invidia, incredulità, cosa è prevalso?

«Fin da subito, a livello nazionale, sia dalla stampa che dalla comunità scientifica, è stato ben compreso l’altissimo perimetro scientifico in cui avveniva la mia scoperta, che è stata data come certa e acquisita da testate nazionali come L’Osservatore Romano, il Corriere della Sera, La Nazione o Il Giornale, fino a culminare nel passaggio a Rai1 di un paio di mesi fa. Terni e solo Terni, la città che più di ogni altra poteva beneficiare di questa scoperta, si è, invece, rivelata una vera e propria città di provincia, di quelle che io pensavo non esistessero più: le classi dirigenti locali e anche la stampa, a parte rare eccezioni, hanno perpetrato un campagna di discredito dando voce al più basso chiacchericcio da bar possibile, solo per difendere posizioni nell’orticello di casa».

Dopo la cascata delle Marmore anche un’ipotesi sulla Gioconda?

«Ecco, intanto dovremo imparare tutti a non chiamarla più Gioconda, perché la Lisa Gerardini del Giocondo non è il personaggio che vediamo. Dalle analisi effettuate sull’originale del Louvre e di una copia conservata al Prado sappiamo che la Lisa del Giocondo citata dal Vasari è stata ridipinta e modificata in quella che oggi sappiamo essere Isabella d’Aragona Sforza, duchessa di Milano, sullo sfondo del paesaggio prealpino, fluviale e lacustre lombardo. Entrambe le scoperte, quella della Monna Lisa e quella del disegno delle Marmore, si basano sulla corretta lettura geomorfologica dei paesaggi disegnati e dipinti da Leonardo. Su questo argomento si terrà un importante convegno il 4 ottobre a Milano, a Palazzo Isimbardi, sede della Città Metropolitana di Milano».

Parliamo del libro, mette un punto fermo sulla vicenda?

«Il primo a dare la notizia a Terni della scoperta fu Marco Torricelli, uno dei pochi giornalisti ternani degno di questa professione, e il libro è in sostanza un’agile, e credo anche divertente, intervista che racconta tutte le vicende anche avventurose, un po’ alla Dan Brown, che hanno costellato il mio lavoro di ricerca. È un libro volutamente divulgativo che anticipa la pubblicazione scientifica che avverrà tra qualche mese con lo stesso editore di Perugia, Morlacchi Editore. La prefazione è scritta da Federico Bona Galvagno, grande uomo di cultura prima ancora che magistrato presso appunto il Tribunale di Terni, e io sono oltremodo felice che i miei compagni in questa prima pubblicazione siano loro, perché prima ancora che eccellere nelle loro professioni sono uomini che come tutti i veri uomini perseguono solo ed esclusivamente la verità. La verità, quando è vera verità, è sempre scomoda per qualcuno, e questo libro, un po’ libro di avventura e po’ libro di storia dell’arte, è sopratutto questo: un anelito alla libertà e al coraggio con cui bisogna sempre perseguire il fine della conoscenza. Questa è la lezione più alta che ci ha lasciato Leonardo da Vinci».

In copertina, il libro porta un bizzarro dipinto di Massimiliano “MaMo” Donnari, artista perugino che raffigura Leonardo come un aviatore-astronauta. Ci racconti il motivo di questa scelta.

«Tutta l’arte è contemporanea. Io studio Leonardo da Vinci come studio Gino De Dominicis, Alighiero Boetti o MaMo. Quando a Federico Zeri chiedevano che lavoro svolgesse lui rispondeva “io sono un curioso”. Anch’io sono così, esattamente così, ed ho voluto fortemente il quadro di MaMo in copertina perché ci ricorda che Leonardo non è un artista del passato. Leonardo da Vinci siamo noi come uomini del futuro, aviatori e viaggiatori dello spazio profondo, e insieme a MaMo e Beppe Fioroni sono stato felice di presentare questo libro in anteprima a Perugia, in un vero clima di allegria e amicizia».

Massimiliano “MaMo” Donnari, imprenditore e artista (già noto ai lettori di #GiustInv).

Come è nato questo lavoro su commissione?

«Ho conosciuto Tomìo, abbiamo collaborato per una mostra a Venezia e parlando è nata l’idea di un dipinto alla MaMo con Leonardo che ha come spilla 1 euro e l’uomo vitruviano, un aereo e lo Shuttle, saccheggiati tra i giochi di mio figlio e un occhialone da aviatore della Baruffaldi. Quando li ho ordinati ho anche spiegato all’azienda a cosa mi servivano e me lo hanno regalato».

Nel dipinto c’è quel getto di colore bianco che è la cascata e invita a fare un tuffo nell’arte?

«È il tema del dipinto, la cascata delle Marmore così come scoperto da Luca Tomìo seguendo una pista investigativa come in un giallo-noir. Ha fatto un lavoro immenso e faticoso».

Come è stato lavorare su questo tema?

«Molto affascinante e pieno di responsabilità perché oltre ad aver iniziato da un anno e mezzo a fare arte, mi sono ritrovato su una copertina di un libro. Poi sono andato alla presentazione della mostra di Giuseppe Fioroni al palazzo della Cancelleria a Roma e anche lì c’era la mostra su Leonardo e i suoi mezzi. Un segno. A breve, inoltre, potremmo presentare il libro presso la Galleria nazionale dell’Umbria».

Marco Torricelli, giornalista, il primo a credere nella scoperta di Tomìo.

Qual è il tuo ruolo nella vicenda Leonardo a Terni?

«Io mi sono solo trovato ad inciampare nella notizia. Come spesso ci capita, tutto è nato da una frase ascoltata per caso: “Dice che uno ha scoperto che Leonardo da Vinci ha dipinto la Cascata delle Marmore”. Era l’estate del 2016 e stavo bevendo un caffè al bar, prima di andare nella redazione di UmbriaOn, dove lavoravo allora, e per poco non mi sono strozzato. La persona che aveva pronunciato quella frase era molto vicina alla vecchia amministrazione comunale e il suo interlocutore aveva tagliato corto: “Sì, come no. E io sono Napoleone”. E giù una risata. Ma, tu sai perfettamente come funziona, da quel momento io non ho smesso di pensarci».

Come ti sei sentito ad essere parte, da giornalista, di questo mistero?

«Devo dirti, sinceramente, che per molto tempo ho solo cercato di studiare il più possibile. Leonardo da Vinci e Luca Tomìo erano gli oggetti delle ricerche e se internet mi ha aiutato, sono anche diventato un frequentatore molto assiduo della biblioteca cittadina e dell’Archivio di Stato. Accumulavo dati e nozioni, mentre scrivevo un articolo – quello che poi è stato il primo in assoluto a rendere pubblica la scoperta – che è rimasto “in frigorifero” per mesi. Volevo essere certo di non scrivere una stupidaggine, ma dovevo lavorare senza smuovere troppo le acque, perché non volevo che la notizia fosse bruciata. Ho parlato più volte della cosa, in maniera riservata, con l’allora sindaco Di Girolamo e con l’assessore Giacchetti, ma mi sono subito reso conto che non c’era la giusta percezione del possibile valore che la scoperta (allora per la verità solo presunta) avrebbe potuto avere. E i fatti, purtroppo per Terni, mi hanno dato ragione».

Da giornalista come hai lavorato su questa notizia?

«Ho dormito male per mesi. Avevo la notizia, avevo fatto un mucchio di verifiche, sapevo che al MIBACT si dava credito alla scoperta di Tomìo e che si stava preparando una conferenza ad Amelia, il cui Comune aveva Sgarbi come consulente artistico, per dare l’annuncio. Sapevo anche che i grandi giornali nazionali, che erano in contatto con Sgarbi e Luca Tomìo, che io allora non conoscevo, aspettavano solo di conoscere la data, per “uscire”. Mentre affinavo le ricerche, però, ero venuto a sapere che la notizia aveva cominciato a circolare – seppur in maniera frammentaria – anche tra i colleghi di Terni e, a quel punto, ho rotto gli indugi. Forte del fatto che di UmbriaOn ero il direttore, il 25 novembre del 2016 ho deciso di pubblicare. Il giorno dopo ci è venuto dietro L’Osservatore Romano, con un articolo di Francesco Scoppola del MIBACT, nel quale si confermava tutto e due giorni dopo Il Messaggero. Poi tutti gli altri».

Poi è arrivato il libro, ce ne parli?

«Con Luca Tomìo, in questo periodo, il rapporto – nato con una telefonata che definire gelida è un eufemismo, in quanto mi avrebbe volentieri ammazzato per avergli bruciato l’uscita sulla grande stampa nazionale ed averlo fatto litigare con Sgarbi – è diventato di reciproca stima. Oso parlare di amicizia. Ma, come ti dicevo, da cronista andavo maturando l’opinione che Terni e l’Umbria stessero perdendo una grande occasione e, spesso, a Tomìo l’ho detto con grande sincerità. Lui, da studioso, non credeva possibile che ciò avvenisse, ma intanto il tempo passava e alle promesse di impegno – da parte delle istituzioni e degli enti di solito molto attenti a questioni molto meno rilevanti – non si dava seguito. Anzi, come scriviamo nel libro, non sono mancati i colpi bassi e i tradimenti e allora a Tomìo è venuta l’idea: “Facciamo un libro e raccontiamo tutto”. Abbiamo parlato per ore, a tutte le ore; abbiamo rivisitato i luoghi di Leonardo (dallo stramazzo della Cascata al masso sulla Sgurgola dal quale ha visto la valle di Terni); abbiamo ritirato fuori tutti i materiali che, ciascuno per la sua parte, avevamo accumulato (lui ovviamente ne aveva molti di più); li abbiamo messi in ordine, allargando la narrazione a temi ancora più interessanti, come quello relativo alla vera identità della Monna Lisa, che secondo Tomìo è Isabella d’Aragona e il libro si è praticamente scritto da solo».

Cosa può significare per Terni una scoperta del genere?

«Potrebbe e dovrebbe significare una svolta. Per la città, non solo la riscoperta di quella tradizione che l’ha fatta entrare a pieno titolo tra le mete nel mitico “Grand Tour” del XVII secolo, ma anche la possibilità di affrancarsi, pur senza disconoscerla, dalla cultura dell’acciaio, per aprire nuovi percorsi verso un futuro che, oggi più che mai, è incerto. Ma, io te lo dico con il massimo della sincerità: quello che è successo o, meglio, che non è successo in tutto questo tempo, visto che io ho “rubato” quella frase nell’estate del 2016 e la notizia l’ho lanciata a novembre di quell’anno, è scandaloso. E, anche questo te lo dico senza problemi, credo che ci sia stata quanto meno una colpevole sottovalutazione della portata della cosa. La scoperta di Tomìo costringerà gli storici (non solo gli storici dell’arte) quanto meno a ricominciare a studiare ed a ripercorrere la vita del Genio. Ed il fatto che questa scoperta riguardi non solo Terni e la Cascata delle Marmore che è il suo sito turistico più importante, ma l’intera Umbria, a partire dai cammini francescani, avrebbe dovuto far sì che si ‘scatenasse l’inferno’ intorno ad essa. E aggiungo che si sarebbe dovuto, cinicamente, cavalcare la cosa, tanto a rischiare la faccia era Tomìo, con al fianco – al massimo – un imbrattacarte di periferia quale sono io. Invece niente. E alla bancarelle per turisti alla Cascata si continuano a vendere le magliette dei calciatori».

La prefazione del libro è stata affidata a Federico Bona Galvagno, magistrato presso il Tribunale di Terni e docente di Diritto europeo alla Scuola superiore di pubblica amministrazione.

Il dipinto di Leonardo è esposto presso la Artemisia Gallery di Perugia (via Alessi) all’interno della retrospettiva “Umbria jazz Palco e Platea MaMo ascolta Fioroni” fino al 22 luglio.

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About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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