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L’esame di abilitazione forense tra emergenza sanitaria e inazione politica

L’11 novembre 2020 sarebbe stato l’ultimo giorno valido, per tanti aspiranti praticanti avvocati, per iscriversi all’esame scritto di quest’anno; da lì, poco più di un mese dopo, il 15, 16 e 17 dicembre si sarebbero tenute le prove scritte, ossia la redazione di un parere civile e penale e la redazione di un atto civile, penale o amministrativo, solitamente un atto di appello.

Solo chi è passato per queste forche caudine, a prescindere dall’esito positivo degli esami scritti o orali, sa di cosa si sta parlando: dopo due anni di pratica legale e di studio in una scuola di specializzazione statale, più eventuale frequentazione di un corso privato, oltre ovviamente allo studio individuale, si va presso la sede dell’esame – solitamente un palazzetto dello sport o un polo fieristico – per sostenere queste tre prove scritte; da lì passano almeno sei mesi, e uno scarno comunicato annuncia il superamento o meno delle prove, e da lì vi è poi l’altra forca caudina dell’esame orale.

L’esame di avvocato si porta via ogni volta un anno della vita di un praticante: è un esame certo stressante, anche se poi allo stress per la prova in sé subentra lo stress per l’eventuale ripetizione, di anno in anno, di tale prova; ma non basta.

Lo stress principale viene dal fatto che le correzioni sono totalmente aleatorie, con a volte compiti rifiutati e altri pari accettati; a ciò si aggiunge l’ulteriore costo per l’accesso agli atti e l’eventuale ricorso amministrativo avverso i risultati delle correzioni, che scoraggiano molto il ricorso a tali rimedi.

La carriera forense, per vari motivi, è divenuta assai difficile, lo è diventata per gli avvocati di lungo corso e lo è fin dall’inizio per i praticanti e i neo avvocati, cosa questa che ha portato regolarmente ad un calo delle iscrizioni all’esame statale (leggi qui ) e, anche, alla stessa facoltà di Giurisprudenza (leggi qui).

A tutti questi elementi, quest’anno, si è unita la pandemia influenzale Covid19, che ha colpito e bloccato l’intero Paese a marzo e pare farlo di nuovo; tuttavia, a differenza dei primi mesi dell’anno, che hanno colto impreparati popolazione e classe dirigente e governante, questa volta la sorpresa non è per nulla giustificata.

Per quasi otto mesi il governo in carica non ha preso provvedimenti non solo al riguardo della sanità e dell’economia e del lavoro, ma neanche dal punto di vista della giustizia: al riguardo, per mesi si sono avute testimonianze di giudici e avvocati lasciati soli, con i presidenti dei singoli tribunali che prendevano provvedimenti e dettavano linee guida.

Quando poi verso ottobre la situazione sanitaria è tornata ad essere preoccupante, molti si sono aspettati un comunicato del Guardasigilli, l’onorevole Bonafede, ma per quasi un mese vi è stato il silenzio; all’improvviso, poi, ad una settimana appena dalla scadenza per le iscrizioni, il Ministro si è espresso, non con un comunicato o un decreto, ma un post su Facebook, pur se ufficiale e istituzionale (il post del Ministro), e solo il 10 novembre, ad appena un giorno dalla scadenza, si è avuta una pubblicazione ufficiale sul sito del Ministero della Giustizia (la nota ministeriale).

Grandi sono state la rabbia e la delusione: nel già precario mondo giovanile odierno, in questo anno precario al massimo, che è andato avanti a suon di decreti presidenziali di settimana in settimana, con un post su Facebook sono svaniti i sogni e i sacrifici di decine di migliaia di giovani.

Il Ministero e il Governo hanno avuto mesi interi per pensare a delle soluzioni, non solo per praticanti avvocati, aspiranti magistrati e concorsisti, ma per l’Italia intera, da marzo ad oggi non si è pensato a nessun programma, e siamo giunti a novembre punto e a capo; e non scordiamo che a gennaio e febbraio l’emergenza è stata sottostimata, si diceva che i veri virus erano altri…

Fa rabbia aver visto l’inazione del Ministro della Giustizia e di tutto il Governo, per mesi non è stato approntato nessun piano sanitario e nessun piano lavorativo, e per altrettanti mesi non si è avuto modo di preparare nessun piano per permettere lo svolgimento delle prove scritte in sicurezza.

Chi conosce, anche solo da praticante, il mondo della giustizia, sa che periodicamente sempre meno persone si iscrivono all’esame da avvocato, e quindi non vi sarebbe stato nessun problema a garantire le distanze; fa inoltre rabbia sapere che tutte le altre categorie di professionisti, anche affini a quella degli avvocati come i commercialisti, hanno avuto (giusti) aiuti con la sospensione delle prove scritte e lo svolgimento del solo esame orale abilitante. Perché non si è fatto ciò per i praticanti avvocato, anzi, solo per i praticanti avvocato?

Non si trattava in nessuna maniera di negare un diritto a nessun aspirante libero professionista e a nessun vicino di ambito come i commercialisti, ma si tratta invece di far risaltare questa ingiustizia che lascia senza parole e spiegazioni.

Non si chiede nessuna scappatoia; si chiede però l’obiettività e la giustizia, questo sì.

Questa è probabilmente l’ultima botta che riceve un esame che da tempo non ha più né credibilità né garanzie di successo.

Fa infatti ancor più rabbia sapere che nessuna proposta di riforma dell’esame, a detta di tutti ormai insostenibile per la sua aleatorietà, sia stata fatta o recepita.

Chi, ancora, conosce il mondo della giustizia, sa che da anni si parla al riguardo e si chiede una riforma dell’esame scritto da avvocato, stante le criticità; l’ultima riforma in ordine di tempo è quella del 2012, che ha a sua volta licenziato il nuovo Codice Deontologico Forense.

Tale riforma, lungi dal migliorare e risolvere le criticità che c’erano con la precedente modalità, non ha risolto nessun problema, anzi, è purtroppo l’esatto opposto, a vecchi problemi se ne sono aggiunti di nuovi, e l’accesso alla professione è ancora più difficile, e non, o meglio non solo, per l’ignoranza dei candidati (perché se qualche candidato ignorante è possibile trovarlo, è folle pensare che tutti lo siano), ma per la farraginosità e l’aleatorietà delle correzioni.

Se è vero che la correzione da parte di una commissione di Corte d’Appello diversa può offrire maggiori garanzie di indipendenza, dall’altra è altrettanto e anche più vero che tali commissioni non conoscono, per ovvi motivi, il candidato, non ne possono conoscere gli sforzi, non ne conoscono i colloqui mensili, non sanno neanche che faccia hanno né li vedono in tribunale come praticanti o tirocinanti.

Un Ministro della Giustizia degno di tale nome, a maggior ragione se avvocato e pure membro di una forza politica che si dichiara per il cambiamento, avrebbe subito preso in mano la situazione; ad oggi, tuttavia, non risulta nulla di tutto ciò.

Non si è pensato, come detto, a come rendere sicuro l’esame scritto, che ora è rimandato sine die, sperando almeno di conservare l’iscrizione e la tassa pagata; non si è pensato a dei soli orali abilitanti, misura eccezionale vista l’emergenza, ma solo per i praticanti avvocati, e non anche per altri professionisti, anche affini come i commercialisti; non avete pensato nemmeno ad una timida riforma dell’esame (visto che appunto quello attuale non ha peraltro risolto nessun problema di giustizia nell’accesso e abilitazione, anzi ne ha aggiunti di nuovi), andando dal nulla assoluto a proposte che lasciano perplessi come l’esame a crocette (la proposta di riforma).

Almeno si sa di che morte morire, e si avrà più tempo per studiare, questa è l’unica via per accettare la cosa e trarne qualcosa di buono; lo si spera, ma la rabbia e la delusione sono tante, sia per il rimandare la data a un mese dalle prove sia per non aver pensato a come riformare l’esame.

Da praticante, auguro al Ministero buon lavoro, ma che sia proficuo, perché fino ad ora pare che sia mancato, e tanto.

About Roberto De Albentiis

Nato ad Assisi (PG), nel 1991, laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Perugia e specializzato in professioni legali presso la Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali a Macerata.

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