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L’età contemporanea come età dei diritti

Alcuni storici hanno parlato di età contemporanea come età dei diritti. Prima di capirne il motivo, occorre però vedere quando ha inizio l’età contemporanea.

Su questo gli storici si dividono. Qualcuno fa risalire l’inizio dell’età contemporanea allo scoppio della Rivoluzione francese, altri ai moti del 1848, altri ancora all’Unità d’Italia prendendo il 1861 come spartiacque. Però, la maggior parte degli storici concorda sul fatto che l’inizio dell’età contemporanea sia l’incontro tra la Rivoluzione francese scoppiata nel 1789 e la prima Rivoluzione industriale del 1799. Siamo, dunque, a fine Settecento.

L’affinità tra le due rivoluzioni è lo scontro tra tradizione e innovazione: conservatori e reazionari per quanto riguarda la Rivoluzione francese; il fenomeno del luddismo per quanto riguarda la rivoluzione industriale, poiché gli operai si oppongono all’innovazione distruggendo le macchine che per essi rappresentano esclusivamente la sostituzione del lavoro umano. Tornando alla Rivoluzione francese, essa afferma soprattutto i principi della libertà, dell’uguaglianza tra tutti gli uomini e della fraternità. Nell’anno dello scoppio della rivoluzione, viene approvata anche la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino che tutela proprio questi principi e diritti. A metà del Novecento, al termine del secondo conflitto mondiale, si passa alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo approvata dall’ONU che si ispira proprio alla dichiarazione del 1789.

I diritti sociali e il “welfare state all’italiana”

La prima costituzione che ha tutelato i diritti sociali è quella di Weimar del 1919. Tuttavia, nel 1933 in Germania nacque il nazismo e fu proclamato il Terzo Reich.

Al termine del secondo conflitto mondiale si riaffermano i diritti sociali e nasce il Welfare state (o Stato del benessere). In Inghilterra vincono i laburisti con Atley proprio perché le esigenze dei cittadini erano cambiate. Il welfare state, però, non è presente solo in Inghilterra. Negli anni ‘50 si afferma anche in Italia dove è presente una “ansia di socialità”. Facciamo, però, un piccolo passo indietro. In Italia sono stati i partiti riuniti nel Comitato di liberazione nazionale (Cln) a guidare la transizione verso la democrazia. I due partiti principali, che erano anche partiti di massa, sono il Partito comunista e Democrazia cristiana, che riprende dal Partito popolare italiano di don Luigi Sturzo. I partiti facevano a gara per ottenere consensi e, pertanto, venivano approvate una serie di riforme sociali per soddisfare tutti. Riforme riguardanti il sistema pensionistico, l’assistenza sanitaria, misure contro la disoccupazione etc. Quelli che si chiamano, comunemente, ammortizzatori sociali.

A tal proposito di parla di “irresponsabilità finanziaria” in quanto attuare tutte queste riforme ha comportato enormi costi e lo Stato si è indebitato sempre di più, tant’è che negli anni ’80 è stato necessario attuare delle misure di risanamento. Una situazione simile la troviamo in Inghilterra, indebitatasi con gli Stati Uniti.

In Italia, questo dissesto finanziario portò alla scomparsa di partiti quali DC, ma è importante dire che vi sono delle concause: da una parte Tangentopoli e, a livello internazionale, la caduta del muro di Berlino e dell’URSS. I cittadini, che votavano DC perché c’era la paura del comunismo, non si sentivano più costretti a farlo. Acquisirono consensi altri partiti come ad esempio la Lega Nord e negli anni ’90 emerse un nuovo leader, Silvio Berlusconi. Costoro si presentavano alternativi a quel sistema che era diventato corrotto ed era entrato in crisi. In realtà, lo scenario si è ripetuto anche negli anni seguenti e i partiti hanno continuato ad attuare numerose riforme sociali per ottenere i consensi dei cittadini.

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