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Limiti del Codice penale militare di pace nei contesti internazionali

Come ben sappiamo il legislatore, per alcuni motivi che andremo a delineare, ha svariate volte preferito la via dell’applicazione del Codice penale militare in tempo di pace, attuandola nei molteplici scenari, dove le nostre forze armate sono impegnate in missioni di vario genere, incluse quelle operazioni multinazionali, che sono caratterizzate con un connotato più marcato della semplice operazione di pace, spesso definite genericamente, a volte impropriamente, col termine di peacekeeping, ovvero operazioni ad esse assimilabili. Infatti il Cpmp è stato applicato anche in operazioni con elevate condizioni di conflittualità, come ad esempio recentemente nel Libano ovvero in Iraq ed in passato nella guerra del Golfo, nelle operazioni in Somalia, ovvero anche nei conflitti della Bosnia e del Kossovo.

Proprio questa esperienza ormai pluridecennale, che ci ha visto partecipi in numerose missioni internazionali, ha consentito di verificare la sussistenza di alcuni limiti giuridici del codice penale militare di pace, atteso che, per diversi motivi, il sistema penale in argomento, vuoi per la carenza di continui aggiornamenti giurisprudenziali, vuoi per la particolarità delle situazioni contingenti, non si è dimostrato sufficientemente adatto alle situazioni concrete che si sono esplicitate sul campo operativo.

Effettivamente – ma questo è un aspetto che caratterizza proprio la natura e la ratio con cui è stato redatto il Cpmp – questa legislazione speciale, così come concepita, è sicuramente più idonea a disciplinare situazioni giuridiche e concrete, che siano connesse con le attività di un esercito organicamente stanziale e dalla conformazione organizzativa tipica di un presidio fisso, piuttosto che di una forza asservente dinamismo in operazioni.

Già in passato, a seguito di alcuni fatti penalmente rilevanti, accaduti nel corso di operazioni multinazionali, la stessa magistratura militare italiana ha ritenuto opportuno di sollevare nelle opportune sedi istituzionali il problema della scarsa incisività delle norme del Cpmp e in generale delle risultanze di un vuoto normativo, che delineava palesemente che nell’intero sistema giurisprudenziale stavano emergendo incongruità di rilievo.

Il primo evidente elemento di criticità del sistema è attinente alle cosiddette “condizioni di procedibilità”. Infatti per i reati militari commessi all’estero si può procedere tranquillamente senza adempiere ad alcuna condizione preliminare. Al contrario, per la quasi totalità dei reati comuni procedibili d’ufficio, il ministro guardasigilli deve avanzare la relativa richiesta ed il colpevole deve essere presente nel territorio dello Stato, il che comporta una confusione decisionale che potrebbe favorire l’occultamento degli elementi probatori e la conseguente impunità dei colpevoli.

La seconda situazione allarmante è saltata subito all’occhio innestata dal problema della cosiddetta “dicotomia delle competenze”, riguardo in particolar modo alla contestuale predetta applicabilità nelle operazioni all’estero sia del codice penale militare di pace sia del codice penale comune. Tale distinzione, che impone spesso conflitti di valutazione sulla sfera di competenza addirittura nei vari procedimenti penali interni al territorio nazionale, comporta ulteriori ed oggettive difficoltà applicative quando si tratta di reati commessi all’estero.

Una terza importante incongruenza si rileva per ciò che concerne l’ aspetto dell’“individuazione degli organi di polizia giudiziaria”, intesi quali organismi normativamente preposti a verificare l’esistenza di eventuali reati, accertarne la procedibilità d’ufficio e , in caso positivo, individuarne e segnalarne gli autori.

Sempre secondo la normativa vigente , degna di attento studio revisionale, l’ufficiale di polizia giudiziaria competente a procedere in caso di reato, come indicato dall’ articolo 301, è il comandante del reparto di appartenenza del militare. La dicotomia evidente risalta nel fatto che tale comandante è ufficiale di polizia giudiziaria solamente per ciò che concerne i reati prettamente militari, mentre, per quanto riguarda gli eventuali e residuali reati comuni, egli perde tale qualifica rimanendo privo di poteri d’indagine e sanzionatori, assumendone la qualifica di semplice pubblico ufficiale. In tal caso la sua attività investigativa verrebbe bruscamente interrotta, col rischio di commettere a sua volta egli stesso azioni penalmente rilevanti dovuta alla prevaricazione dei suoi compiti. La sua azione dunque richiederebbe il necessario intervento del contingente di polizia militare, individuato nel nostro ordinamento da personale dell’Arma dei Carabinieri, il quale potrebbe così intervenire nelle residuali prerogative di contrasto all’actio criminis e ottemperare alle ulteriori procedure, anche limitative della libertà personale, previste dalle norme.

La quarta ed ultima criticità, riguarda gli aspetti procedurali nella effettiva “individuazione delle competenze”. La differenza di alcune tipologie di reati , dovute all’ intenzione della condotta, cioè alle varie sfumature di dolo o alle diverse caratteristiche di colpa è talmente sottile che spesso anche operatori esperti dimostrano difficoltà nel procedere. Oltretutto in alcuni tipi di reati la sfera di competenza del Codice penale militare e quello comune e talmente difficile da individuarsi, perché spesso è praticamente è identica e sovrapponibile. Uno degli esempi piu’ eclatante è caratterizzato dal peculato d’ uso, reato assai comune nella sfera militare che si presenta in diverse circostanze anche di errato uso dei beni dello Stato: ebbene tale sorta di condotta – allorquando non valutata nell’ ambito del sistema sanzionatorio di corpo, come ad esempio una tipologia di violata consegna – nel Codice penale militare, rientra nel peculato, con pene assai gravi che comportano addirittura la rimozione del grado, di converso la stessa identica condotta nel Codice penale comune è assai meno penalizzata tanto da essere considerata di natura bagatellare.

Oltre questo aspetto bisogna considerare anche quanto indicato dalla legge 180/1981, che assegna la competenza territoriale al Tribunale militare di Roma per tutti i reati militari commessi all’ estero, ma se nella condotta si considera una commistione di reati militari e comuni, per ciò che attiene questi ultimi essendo in stato estero non sono territorialmente individuabili ai sensi dell’ articolo 8 del Codice di procedura penale e pertanto bisogna far riferimento al successivo articolo 10 che indica come giudice competente quello del luogo di residenza del militare imputato. Tale discrasia di norme e regole ovviamente disperde le risorse, crea confusione di procedibilità e e rallenta la fase delle indagini preliminari e di conseguenza anche di quella eventualmente prettamente processuale.

Attese queste considerazioni, nel confermare il Codice penale militare quale strumento giuridico fondamentale per affrontare le condotte penalmente rilevanti negli scenari operativi internazionali, se ne vuol far comprendere il valore e la delicatezza delle funzioni, in attesa che il legislatore intervenga celermente alle discrasie indicate e rilevate dagli stessi giuristi.

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