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L’Italia si avvia verso la fase 2: prospettive e strategie di una ripartenza graduale per tutti i settori produttivi

L’Umbria è regione “rosa” per contagi e vittime, ma paga un conto molto più salato per i danni economici per questo si sta pensando di ripartire proprio da qui

Mentre l’Italia sta quasi per raggiungere il tanto atteso plateau, cioè la fase in cui il picco dei contagi si mantiene stabile per un certo periodo, come ha affermato il presidente dell’Istituto superiore di Sanità Silvio Brusaferro, per poi scendere come si spera, molti settori dell’economia spingono per la riapertura di attività commerciali e realtà produttive, anche non essenziali. A detta degli esperti, nfatti, sembra che almeno fino a che non sia disponibile un vaccino, si debba imparare a convivere con il virus.

Già dal 14 aprile alcune attività hanno potuto rialzare le saracinesche, come cartolibrerie, negozi di abbigliamento per bambini, fabbriche di computer, commercio all’ingrosso di carta e tutti i servizi di manutenzione del territorio e le opere idrauliche. Inoltre le aziende hanno ripreso a spedire merci in magazzino e a ricevere le forniture necessarie.

Già si pensa ad una seconda fase fissata per il 4 maggio, più delicata, in quanto prevede la ripartenza graduale delle altre attività, pur restando con la guardia alzata, poiché l’emergenza è ancora in corso.

La tanto attesa fase 2, non è altrettanto auspicata da medici e virologi che addirittura, mettono in discussione anche le tanto attese vacanze sotto l’ombrellone. Il virologo Massimo Galli, infatti, resta cauto su riaperture, dato che i segnali di rallentamento sono ancora troppo deboli.

E mentre i numeri della Protezione civile sui deceduti a causa del virus restano quelli di un bollettino di guerra, Conte, per non commettere passi falsi ha istituito una commissione presieduta da Vittorio Colao, insieme a psicologi, sociologi, tecnici Inail, esperti dell’organizzazione del lavoro e manager che lavoreranno sulla ripartenza del settore economico italiano, convivendo con il virus.

Ripartenze che pesano in modo diverso sull’economia e che per questo occorre che avvengano più in fretta per alcuni settori.

Ma c’è anche il calcio professionistico che da giorni chiede di riprendere il campionato a porte chiuse per evitare gli ingenti danni economici delle società provocati dalla prematura chiusura, ma che in realtà, contribuisce al Pil in modo modesto con 4,5 miliardi di euro e con 40.000 occupati nel settore. A detta del professor Giovanni Rezza, direttore del reparto malattie infettive dell’Iss, al quale è stato chiesto se fosse possibile una riapertura a luglio per concludere il campionato con le dovute precauzioni, non ci sono al momento le condizioni per una ripresa in sicurezza.

D’altro canto l’azienda di promozione turistica, che con i suoi 7.456 chilometri di coste, le montagne, le città d’arte, i siti Unesco, gli agriturismi e la ristorazione, si sta già leccando le ferite per le chiusure imposte dal lockdown ed i mancati guadagni del periodo pasquale che, avrebbe visto un tutto esaurito anche grazie alle condizioni atmosferiche eccezionalmente favorevoli.

Ma qui si parla di altri numeri perché il turismo contribuisce con il 13% del prodotto interno lordo,dato del 2019, con 4,2 milioni di occupati nel settore.

Ancor più grave il danno economico dichiarato da Confindustria per la chiusura di aziende e imprese, “non essenziali” che in Italia ammonterebbe ad una cifra che può oscillare tra i 143 e i 234 miliardi di euro. Lo scenario sarebbe molto più drammatico se la chiusura si prolungasse per il terzo mese con una perdita del Pil annuo che arriverebbe addirittura al 20%.

Al professor Ranieri Guerra (Oms), in conferenza stampa è stato chiesto se si potesse auspicare una fase 2 in Italia per il 4 maggio dato che, a Wuhan le prime riaperture sono avvenute 76 giorni dopo l’inizio del lockdown quando, sia il numero dei contagiati che quello dei deceduti era a pari a zero. Il professore ha risposto che ai tempi della peste si doveva rimanere isolati per almeno sei mesi. Ovviamente i tempi cambiano, ma resta il fatto che per valutare una graduale riapertura si dovrà effettuare una valutazione del rischio che, attuando tutte le strategie necessarie dovrà essere uguale a zero. Ha inoltre sottolineato che trattandosi di un virus nuovo non si sa ancora quanto possa durare l’immunità, altro fattore che non deve essere sottovalutato.

Quindi c’è la voglia di ripartire ma è chiaro che le variabili da tenere in considerazione sono molteplici.

Dal 13 aprile l’Umbria sta registrando numero di casi e deceduti quasi pari a zero, anche se ci sono ancora delle fluttuazioni, come ha affermato Luca Scrucca professore di statistica all’Università di Perugia, rivelandosi una delle regioni che ha meno risentito degli effetti di questa epidemia rispetto alle regioni “rosse” Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna.

Non si sa se a questo esito positivo dal punto di vista sanitario abbiano contribuito, la mancanza di un collegamento autostradale, la collocazione geografica, la bassa densità delle realtà produttive e la natura degli umbri, non particolarmente incline alla socializzazione, tormentone quest’ultimo che i primi tempi, quando ancora l’Umbria sembrava immune al virus, ha fatto sorridere in molti sui social.

C’è poco da sorridere, però, adesso che si piangono vittime e si contano i danni economici. E proprio quando si inizia a parlare della fase 2 arrivano altre batoste che incideranno inevitabilmente sull’economia umbra come l’annullamento della tradizionale Festa dei Ceri di Gubbio prevista per il 15 maggio. Il sindaco Filippo Mario Stirati, il vescovo, i presidenti delle varie associazioni, i due capitani e i tre capodieci dell’anno 2020, hanno deciso che non ci sono le condizioni né lo stato d’animo per lo svolgimento di una manifestazione che si svolge in un clima di festa e di allegria. Per sottolineare la gravità di tale decisione va ricordato che la corsa dei Ceri fu sospesa solo durante la Prima e la Seconda guerra mondiale. «una decisione dolorosa e struggente. La sofferenza e l’amarezza – ha spiegato il sindaco – sono calmierate dal forte senso di responsabilità che nutro nei confronti di ciascun cittadino e verso il rito festivo, che in queste condizioni storiche verrebbe privato delle sue caratteristiche principali e uniche ispirate al senso di “allegrezza” e di libertà, secondo le parole che papa Celestino III scrisse alla città di Gubbio nella bolla del 5 Marzo 1192». Annullata anche l’edizione 2020 del Festival del giornalismo, perché, come riporta l’annuncio «sarebbe irresponsabile agire in altro modo date le circostanze attuali. La salute e la sicurezza dei relatori del festival, dei partecipanti, dei volontari, del personale, dei fornitori e di quella dei cittadini di Perugia è e deve rimanere la nostra massima priorità».

In forse anche Umbria Jazz 2020 e si sta valutando la possibilità di una data alternativa a settembre.

Danni incalcolabili come ha spiegato il presidente di Confindustria in un comunicato, «la prolungata chiusura rischia di compromettere la ripresa di alcuni settori industriali strategici della nostra regione. Restare fermi significa lasciare spazio operativo a concorrenti di altri paesi che non hanno mai fermato l’attività. Non ce lo possiamo permettere. In Umbria – continua Alunni – l’emergenza sanitaria è stata gestita bene e c’è una criticità minore. Per questo auspico che si possa far partire la fase 2 quanto prima, naturalmente partendo dalla salute e sicurezza dei lavoratori. Se un’azienda è in grado di far lavorare i propri collaboratori in sicurezza nel rispetto di quanto disposto dal Protocollo di intesa sottoscritto dalle parti sociali il 14 marzo, allora deve poter riprendere l’attività, al di là del codice Ateco a cui appartiene. Altrimenti si rischia di pregiudicare la sopravvivenza di una parte importante del nostro tessuto economico e produttivo».

Urgenza di ricominciare a produrre, nel rispetto delle norme di sicurezza e della salute dei lavoratori.

Se la Lombardia sta già pensando di ripartire utilizzando la regola delle quattro D: distanza, dispositivi, digitalizzazione, diagnosi, organizzando aperture scaglionate e coprendo tutti i sette giorni della settimana, per evitare assembramenti, sia negli spostamenti che nei luoghi di lavoro, molto più agevole sarebbe la gestione delle riaperture in Umbria visto che la densità produttiva e abitativa sono molto minori rispetto ad altre regioni. L’assessore allo sviluppo economico della regione Umbria Michele Fioroni, in costante video conferenza con il presidente Tesei, ha affermato che «l’Umbria può essere considerata come un “laboratorio” per la ripartenza, proprio perché è un territorio dove si possono sperimentare modelli di ritorno alla normalità sia nei luoghi di lavoro sia negli aspetti sanitari tenendo conto che dal punto di vista economico questa è un’emergenza che riguarda il mondo intero. La criticità economica che noi abbiamo – continua Fioroni – in questo momento è mondiale. Essendo partito prima il lockdown c’è stato un freno prima e quindi le criticità ci sono state sia sul versante degli accorgimenti sia nelle commesse ma l’importante è ripartire verosimilmente prima degli altri paesi e non dopo perché, soprattutto l’Umbria, ha un livello di fragilità maggiore nel settore manifatturiero condizionato molto dalle catene intermedie della fornitura ovvero dell’acquisto di materie prime e componenti, il prodotto viene assemblato fuori regione e fuori nazione e potrebbe vedere il sistema umbro sostituito. Altro tema è quello del turismo che deve essere quella leva su cui deve ripartire la ripresa. Tendenzialmente si rischia non solo di perdere gli introiti turistici ma anche di perdere quella presenza della domanda interna sui consumi che davano i turisti con un sistema economico più fragile. L’Umbria rischia di uscire peggio perché è fatta di piccole e piccolissime imprese». Ha poi spiegato che la prossima settimana verrà presentata una prima manovra economica, fermo restando che verranno messi in campo una serie di accorgimenti successivi che siano adeguati alle diverse fasi proprio per un senso di progressività perché comunque l’onda lunga della crisi non si limiterà a questa fase acuta attuale ma avrà conseguenze che richiederanno interventi modulati nei vari momenti successivi. Fioroni ha sottolineato il fatto che se si ricomincia a parlare di ripartenza, è opportuno che il governo detti le linee guida perché è chiaro che i comportamenti dovranno seguire delle regole precise sia nei luoghi di lavoro che nella socialità, con i distanziamenti, con la dotazione di materiale di produzione individuale per le persone in ambito lavorativo ma anche nei luoghi di consumo. «L’Umbria ha dei fattori positivi – ha concluso Fioroni – che derivano dalla minor densità abitativa rispetto ad altre regioni e questo che socialmente può essere visto come un fattore di debolezza è invece un fattore che rende il turismo in un momento successivo di più facile attuazione».

Il turismo altra nota dolente di questa emergenza. Nel 2019, in Umbria nei periodi più “caldi” come per esempio in occasione di Umbria Jazz, l’occupazione delle strutture ricettive è arrivata al 95% e al 70% ad agosto, (stima di Federalberghi). Gli agriturismi restano un fiore all’occhiello del cuore verde d’Italia con 1373 strutture, 414 dedite alla ristorazione, 237 alla degustazione e 1175 ad altre attività. Il turismo verde ed enogastronomico attira molti turisti anche stranieri, soprattutto durante le manifestazioni e gli eventi.

E mentre alcune regioni, come ad esempio la Liguria in vista della stagione estiva stanno organizzando un piano che preveda una fruizione delle spiagge rispettando i distanziamenti sociali, come ha spiegato il presidente della regione Toti, cercando di salvare almeno parte degli introiti legati alla stagione balneare, il governatore della Campania De Luca minaccia di blindare i confini della regione.

La governatrice dell’Umbria Donatella Tesei sta lavorando sull’organizzazione di un “modello Umbria”, insieme al rettore dell’Università di Perugia Maurizio Oliviero, il prefetto Claudio Sgaraglia, l’assessore regionale alla sanità Luca Coletto, il direttore della sanità regionale Claudio Dario e i rappresentanti del comitato scientifico regionale. La Tesei ha dichiarato che l’Umbria sta facendo uno studio approfondito perché questa “fase 2” possa essere un momento di sicurezza per tutti e di riapertura della nostra economia. Una riapertura graduale e condizionata, esito di un dialogo partecipato fra più soggetti come l’università di Perugia. La vera svolta di questo tavolo di lavoro, è che non sta definendo delle semplici linee guida o un semplice decalogo di misure da applicare, ma propone un modello che potrebbe avere valenza anche a livello nazionale. Un lavoro più complesso rispetto alla fase di chiusura e del lockdown. Il frutto di questo progetto verrà condiviso con le parti sociali affinché tutti siano consapevoli del percorso da fare. «Ci stiamo concentrando sui dpi – ha spiegato la presidente – sui test sierologici, sulle misure di distanziamento che stanno diventando patrimonio comune ma che, per le caratteristiche dell’Umbria, possono essere declinate in modo ancora più puntuale. Penso ad esempio al turismo e alla ricettività. Di sicuro – ha sottolineato – nessuno sottovaluterà i rischi che ci sono e che permangono. Ma non tutte le regioni sono uguali né vivono la stessa situazione e di questo, a mio giudizio ne va tenuto conto».

Il protocollo riguarderà i comportamenti, le aperture delle aziende, l’utilizzo dei dpi, la modulazione dei turni di lavoro, La misurazione della temperatura corporea per chi tornerà a lavorare, i test sierologici». Riguardo al turismo umbro la presidente ha detto: «Pensiamo a offerte più tranquillizzanti, in grado di far vivere questo nostro territorio aperto. Quando parlo di caratteristiche umbre, mi riferisco anche a questo. I grandi eventi, gli assembramenti non potremo averli. Ma possiamo puntare su tante altre straordinarie qualità, più in linea con i criteri di sicurezza attuali, che ci contraddistinguono». Per una volta quindi l’Umbria vista come polo, un punto di riferimento un modello da seguire per la nazione e non un fanalino di coda come sempre.

Dato che gli eventi umbri che prevedono un turismo di massa, sembrano essere stati annullati almeno per quanto riguarda il trimestre estivo, è pensabile un piano B per cercare almeno di recuperare quella parte del turismo di nicchia che è comunque una costante?

Rolando Fioriti direttore di Federalberghi resta cauto, tanto che in attesa di maggior chiarezza da parte dei vertici del governo pensa ancora alla fase 1 e cioè alla chiusura di oltre il 90% delle strutture. «Quelle che sono aperte – spiega il direttore – servono come servizio di ospitalità in caso di ospedali o per i cantieri che stanno lavorando, quindi stiamo ancora aspettando che su questo, o a livello nazionale o a livello regionale ci siano quegli interventi attesi e da noi richiesti per i quali è necessario che accada velocemente qualcosa, per lo stato di difficoltà nel quale le strutture si trovano in questo momento, sia in termini di liquidità, sia in termini di prospettive per il futuro. Fatta questa premessa si può parlare di fase 2. Posto che da inizio maggio ci sia una sostanziale opportunità per rientrare al lavoro o comunque per rimettersi in moto, complessivamente il turismo ha delle dinamiche che sono un po’ diverse. Il turismo per poter riprendere passa attraverso i meccanismi che sono quelli dei protocolli e dei dispositivi di messa in sicurezza dei luoghi e del personale ma anche di un approccio psicologico, di un orientamento del potenziale turista ad avere voglia di andare in giro, di disponibilità a muoversi e questo -ha spiegato Fioriti – è un processo più lungo. Quindi la domanda da farsi nell’immediato è quando avrà di nuovo voglia di viaggiare la gente. Secondo noi per quest’anno alla massimo si riuscirà incidere sul turismo interno. È quasi impensabile che i turisti si muovano da fuori Italia per quest’anno. Qualche spiraglio si potrebbe vedere tra la coda di fine estate, l’autunno e il periodo natalizio durante i quali potrebbero esserci delle possibilità». Parlando di opportunità Fioriti ha aggiunto: «Stiamo spingendo verso i cosiddetti “bonus vacanza”, affinché ci siano degli interventi che incentivino gli italiani per dei soggiorni nella nostra regione. Già si stanno valutando le prime linee guida dal punto di vista igienico sanitario che consentano di definire delle distanze e delle procedure nella gestione degli ospiti che li mettano in sicurezza. Questi verranno tradotti successivamente in dei veri e propri protocolli anche in collaborazione con i sindacati per tutelare anche i dipendenti. Tutto questo dovrà essere accompagnato da una campagna di comunicazione – ha concluso il presidente – che metta in evidenza il fatto che in Umbria si rispettano determinate procedure e protocolli ed essendo l’Umbria una delle regioni meno colpite dal virus potrà rimettere in moto un’idea di vacanza che è fatta proprio dai classici punti di riferimento che sono quelli dell’ambiente sano, della natura, questa volta declinati in una logica di sanificazione, di pulizia, di aria pulita in un contesto territoriale che facilita un buon vivere e una buona salute.» Idee chiare quindi per il direttore di Federalberghi per la fase 2 una strategia fatta di procedure, protocolli ma soprattutto di una campagna promozionale che spinga, grazie agli incentivi e a un modo nuovo di vedere il turismo a venire in Umbria.

Della stessa opinione è l’assessore al turismo Paola Agabiti che ha espresso un doveroso e sentito ringraziamento ai medici, al personale socio-sanitario e a tutti coloro che in queste settimane sono stati chiamati a fronteggiare un’emergenza senza precedenti, dimostrando che la macchina regionale funziona bene, riuscendo a garantire le massime condizioni di sicurezza per il territorio umbro. «Avremo la possibilità, come dimostra il piano annunciato dalla presidente Tesei – ha spiegato l’assessore – di realizzare una fase 2 in grado di conciliare le necessità di cittadini e famiglie con quelle delle imprese. Stiamo lavorando affinché proprio il turismo, uno dei settori più colpiti dalla chiusura, possa essere uno stimolo e un esempio per una ripartenza innovativa, sicura e fortemente caratterizzata dagli aspetti salienti del territorio. Per questo come Giunta regionale abbiamo già destinato al turismo risorse importanti in sede di riprogrammazione dei fondi europei, alle quali si aggiungeranno nei prossimi giorni ulteriori finanziamenti per aziende e comuni, oltre a strumenti per favorire ed agevolare il turismo interno. Vivere l’Umbria in sicurezza, in armonia con l’ambiente, in continuità con le tradizioni, gustando profumi e sapori di una terra che è un caleidoscopio di eccellenze. È una sfida che dobbiamo vincere, tutti insieme, per il futuro del nostro territorio. La diversificazione è una parte fondamentale della sfida che dobbiamo affrontare – ha aggiunto Agabiti – La nostra ricettività è fatta prevalentemente da strutture medio-piccole, dislocate in maniera piuttosto omogenea su tutto il territorio regionale. Abbiamo tutte le condizioni per garantire un’ospitalità sostenibile, in linea con i disciplinari di prevenzione più avanzati. In queste settimane ho potuto incontrare, in videoconferenza, tanti rappresentanti di categoria e operatori. Stanno vivendo questo periodo con responsabilità e preoccupazione. Sono tutti però pronti a ripartire, con entusiasmo e voglia di superare ogni ostacolo – ha concluso l’assessore- Noi rappresentanti delle istituzioni abbiamo il dovere di ascoltare e cogliere il loro messaggio e creare le condizioni affinché tutto questo si realizzi, nei tempi più rapidi che l’emergenza consentirà».

Un messaggio di ottimismo questo che suona come una boccata di aria pulita e salubre, la stessa che si respira in Umbria.

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