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Lo strapotere del social network e alcune possibili soluzioni

I social network sono entrati nella vita di ciascuno di noi e non lo si può negare: dai forum e dai siti iniziali, come Youtube e Netlog, fino a Facebook, e passando per quelli emergenti come Parler e Sfero, i social network, come siti di incontro e condivisione di idee e personalità, sono delle moderne agorà.

Durante l’emergenza pandemica, gli stessi capi di Stato e di governo hanno spesso comunicato le loro decisioni alla popolazione, con dirette e post; tale scelta lascia certo perplessi a proposito della sua correttezza e opportunità in termini istituzionali, ma non si può negare come sia indubbiamente efficace in termini di diffusione e, anche, di condivisione dei pensieri in proposito.

I recenti fatti di Washington DC e la censura di Twitter, Youtube e Facebook degli account presidenziali e privati di Donald Trump, tuttavia, fanno suonare più di un campanello di allarme.

Il primo riguarda il concetto di “odio”: molti post vengono censurati e rimossi in nome della “lotta all’odio”; ma chi o cosa stabilisce cosa sia l’“odio”, e come e perché un sentimento deve fondare delle linee guida o delle leggi?

Come ogni sentimento, anche l’odio è aleatorio, impalpabile, soggettivo: può quindi essere la base di un qualcosa di drastico, come una punizione legale o una sospensione da un account?

Tali censure, fatte giornalmente contro semplici utenti, e figuriamoci poi contro quello che ancora per qualche giorno è il Presidente degli Stati Uniti, uno degli uomini più potenti del mondo, come possono conciliarsi con un dettato costituzionale che prevede la libertà di parole e di espressione, e la sua censura unicamente per motivi di ordine pubblico e di buon costume mediante la sola legge statale?

Soprattutto, come può conciliarsi ciò con il concetto stesso di pubblicità e sovranità del potere politico?

Fino a prova contraria, e proprio questo ha peraltro fatto sorgere perplessità in merito all’opportunità per i politici di utilizzare i tweet o le dirette Facebook per comunicare provvedimenti legislativi e governativi, i social network sono espressione di aziende private, e non di poteri pubblici; aziende private, poi, che agiscono in sostanziale monopolio, si pensi allo stretto legame tra Facebook, Whatsapp e Instagram.

Solo un provvedimento legale, da intendersi in senso ampio come una legge o come una sentenza di tribunale, possono impedire a qualcuno la comunicazione, e solo a seguito dell’accertamento di gravi reati: un’azienda privata, per quanto grande che sia, non può ergersi a giudice o politico non eletto, e senza alcun contraddittorio.

E già anni fa lo stesso Mark Zuckerberg finì sotto audizione del Congresso statunitense a proposito dell’utilizzo e della vendita dei big data e, anche, della censura operata sistematicamente contro utenti di diverso pensiero politico (vedasi qui il video completo); se ovviamente Zuckerberg ha le sue idee politiche, non può egli impunemente censurare quelle di diverso schieramento.

Si pensi, poi, al caso italiano della censura non solo delle pagine istituzionali, ma perfino dei profili privati di militanti e dirigenti di due noti per quanto minoritari partiti italiani di destra radicale, CasaPound e Forza Nuova: a prescindere da ciò che se ne possa pensare, questi due partiti non sono stati dissolti da un provvedimento della Corte di Cassazione o della Corte Costituzionale, cosa che mai è stata fatta, ma da un provvedimento di un’azienda privata e per di più straniera; si noti poi che il Tribunale di Roma, con ordinanza, ha riconosciuto l’ingiustizia dell’azione di Facebook, e ha imposto all’azienda il ripristino della pagina censurata.

Al netto delle questioni in esame, del concetto di tolleranza popperiana come anche di predominio del potere economico privato sul potere pubblico, il solo che ha il monopolio della legge e anche dei provvedimenti cautelari e censori, ci si chiede cosa fare di fronte a tale problema.

Lasciare tutto libero? Ma così si fa permanere l’attuale stato di jungla di internet in generale e dei social network in particolare.

Nazionalizzare e, anche, censurare tutto? È la via cinese, ma presenta delle criticità in merito alla libertà di espressione, per quanto proprio la censura del Presidente USA renda inaccettabile il fatto che il potere privato domini su quello pubblico; questo, va detto, in Cina non accade.

Una via possibile viene invece da un Paese europeo, la Polonia: in Polonia, recentemente, si è discussa una legge che ribadisce il primato dello Stato territoriale sui social network immateriali, e che limita il potere censorio a difesa della libertà di espressione nei limiti della legge nazionale.

Il Ministro della Giustizia polacco, Zbigniew Ziobro, ha proposto che l’utente che subisse sanzioni dal gestore social per contenuti che, pur violando la policy del social stesso, non violano la legge dello Stato, potrà denunciare il fatto. Un tribunale deciderà se si è trattato di censura illegale o no, e nel primo caso potrà emettere multe stellari (fino a 2,2 milioni di euro) per il social network.

Leggiamo da “Patreon”: “In Polonia è prevista l’approvazione di una nuova legge che multerà alle aziende Big Tech una cifra sbalorditiva di 2,2 milioni di dollari ogni volta che censureranno in modo incostituzionale la libertà di parola online”.

“Secondo le sue disposizioni, i servizi dei social media non saranno autorizzati a rimuovere i contenuti o a bloccare gli account se il contenuto su di essi non viola la legge polacca. In caso di rimozione o blocco, è possibile inviare un reclamo alla piattaforma, che avrà 24 ore di tempo per esaminarlo”.

“Entro 48 ore dalla decisione, l’utente potrà presentare una petizione al tribunale per la restituzione dell’accesso. Il tribunale prenderà in considerazione i reclami entro sette giorni dal ricevimento e l’intero processo dovrà essere elettronico”.

Il Ministro della Giustizia polacco Zbigniew Ziobro ha chiarito che l’iniziativa legale è stata progettata per combattere la censura e che non avrà avuto alcun impatto sul diritto delle persone che sono state calunniate o diffamate a perseguire la giustizia.

“Spesso le vittime delle tendenze alla censura ideologica sono anche i rappresentanti di vari gruppi che operano in Polonia, il cui contenuto viene rimosso o bloccato, solo perché esprimono opinioni e fanno riferimento a valori considerati inaccettabili dal punto di vista del social”, ha dichiarato Ziobro”.

Qui, invece, un resoconto e un parere italiano in merito.

La soluzione polacca appare mantenere un perfetto equilibrio tra tutela del diritto di parola, utilizzo dei nuovi media, rispetto delle linee-guida interne dei siti e soprattutto rispetto della legge statale.

Se la legge sarà approvata integralmente e se farà scuola, essa potrebbe essere una buona soluzione al problema, vecchio di anni ma emerso nella sua gravità solo di recente: la libertà di parola è sacra, e per questo non può essere lasciata alle fake news; ma le fake news vanno intese nella loro realtà e negatività, e non vanno comprese in esse le opinioni dissenzienti e differenti dalla maggioranza ma fondate. Soprattutto, il privato, per quanto ricco, non può prevalere sul pubblico, né può sottrarsi dal dibattito democratico e dalle procedure legali formali.

About Roberto De Albentiis

Nato ad Assisi (PG), nel 1991, laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Perugia e specializzato in professioni legali presso la Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali a Macerata.

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