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L’onestà lodata (ma lasciata morire), da Giovenale a Borsellino

Ruberie, intrighi e degrado morale – insieme al clima di ipocrisia e accondiscendenza che pervade e nutre queste male piante – non sono certo fenomeni nuovi né recenti. Appartengono all’uomo e alla Storia. Già il poeta latino Giovenale (I-II secolo d. C.), nella prima Satira denuncia le scelleratezze, l’abbondanza di vizi e la depravazione della Roma dell’epoca. L’accusa però non si limita alla polemica contro la corruzione e i suoi miasmi, va oltre: arriva fino a strappare il velo di finzione e falsità che abitualmente si deposita sopra il malaffare. «L’onestà – attacca Giovenale – vien lodata ma muore di freddo», a parole si celebra la dirittura morale ma, troppo spesso, all’atto pratico, si cede all’indolenza, si fa poco o nulla per tutelare gli uomini perbene, si finisce per inclinare al malcostume dominante.
Qualcosa di quella temperie ipocrita, antica e sempre nuova, in cui si loda l’onestà ma la si lascia (la si è lasciata, nella fattispecie) soffrire e morire di freddo, si è manifestato anche in occasione del 25esimo anniversario, appena trascorso, della morte di Paolo Borsellino.

La solitudine del giudice-martire

Nel profluvio di parole e magniloquenza sparso in occasione della ricorrenza, nei numerosi e, a volte, perfino maldestri tentativi di risarcimento postumi, si è sì ricordata la figura adamantina del giudice-martire, ma si è quasi sempre dimenticato (o, peggio, omesso) di dire come in vita Borsellino sia stato più volte lasciato solo, non adeguatamente sostenuto e in ultima analisi ostacolato da uno Stato – nelle sue varie forme istituzionali – ingrato se non addirittura traditore. Al coro di lodi – già forte in vita, fortissimo post mortem – non è sempre seguito un supporto concreto: si è voluto che Borsellino, insieme a Giovanni Falcone, pagasse il rimborso all’amministrazione penitenziaria per il soggiorno forzato all’Asinara, dove fu costretto a ritirarsi per redigere l’istruttoria del maxi processo che mandò alla sbarra 475 imputati in odore di mafia; si è lasciato che un ministro annunciasse la candidatura di Borsellino alla guida della Procura nazionale antimafia, non solo senza averlo sentito, ma addirittura contro la sua volontà; si è impedito, per ragioni sostanzialmente burocratiche, che alcuni importanti pentiti, come espressamente richiesto dai diretti interessati, fossero personalmente ascoltati dal giudice Borsellino; si è permesso che Borsellino morisse senza che in via D’Amelio, teatro della strage del 19 luglio 1992, nessuna autorità si preoccupasse di istituire una zona rimozione (!). Questi ed altri episodi dello stesso tenore sono stati spesso cancellati dai ricordi e dalle ricostruzioni commemorative.

Un uomo giusto

Un affresco vivo, crudo e completo del giudice palermitano, capace di fare emergere tanto la grandezza del personaggio quanto la solitudine e l’ingratitudine patite, emerge ora nel significativo, commovente volume di Alessandra Turrisi, Paolo Borsellino. L’uomo giusto, appena pubblicato per i tipi delle edizioni San Paolo.
Al giudice palermitano l’autrice attribuisce l’epiteto di «uomo giusto». Un epiteto raro e importantissimo. Borsellino vir iustus. Come San Giuseppe, l’umile falegname sposo di Maria e padre verginale di Gesù, figura semplice e maestosa al contempo, icona dell’obbedienza a Dio (Mt 1,19). Come gli eroi ricordati nello Yad Vashem per aver salvato la vita ad esponenti del popolo ebraico durante la Shoah. Come chi, per dirla con Montaigne, alla fine della corsa della vita riesce miracolosamente ad uscire dal maneggio del mondo con le brache poco o per nulla imbrattate, coniugando con sapienza rispetto delle regole e amore al prossimo, senso del dovere e umanità.

Lavoratore e padre esemplare

Borsellino fu realmente un uomo giusto. Benché avesse chiara consapevolezza che quanto faceva potesse costargli caro, fino a condurlo al sacrificio estremo, amò profondamente il suo lavoro. Lo esercitò sempre con rigore mai disgiunto da umanità. Lui, che al tempo della lotta politica tra “rossi” e “neri” – quando militava nelle fila di questi ultimi – era finito davanti a un magistrato (che poi ne aveva archiviato la posizione), fu «duro con i duri, comprensivo con i deboli», come ricorda Matteo Frasca. Per mandare in carcere un accusato pretese sempre prove di ferro, altrimenti «meglio un criminale fuori che un innocente dentro». Fece sempre di tutto per mostrare il volto migliore dello Stato, anche rimettendoci di tasca propria, come quando aiutò economicamente una famiglia vittima dell’isolamento mafioso.
Borsellino ha capacità e doni rarissimi. È «un uomo in ascolto», un uomo che decide sì, ma tenendo in grande considerazione il pensiero e il punto di vista altrui; è un uomo che sa fare emergere «capacità nascoste e disperse», «esistenti più diffusamente di quanto si creda»; è un uomo umile, che chiede e accetta consigli da chi è più fresco di studi; è un uomo che sa prendersi cura di chi lo affianca. Rigore morale e professionale sono le sue parole d’ordine. Ma senza ottusità. Tutela i suoi collaboratori più stretti e si adopera in molti modi, anche cercando di far bandire un concorso riservato per restituire la giusta dignità lavorativa al fido Giovanni Paparcuri, ingiustamente penalizzato e “retrocesso”.
Tra le regole che ne caratterizzarono il contegno lavorativo, meritano una particolare menzione quelle che riguardano la vita sociale e la stampa. Quanto alla prima, rifiutò, quasi come forma di auto-tutela, la vita dei salotti, dei circoli e dei gruppi chiusi: rispetto all’alta borghesia siciliana, riservata e paludata di buone maniere, Borsellino fu «una sorta di marziano». Quanto alla seconda, ebbe sempre un rapporto leale e professionale con il mondo dei media, niente favori, niente interessate fughe di notizie o carte sottobanco. Con i giornalisti usava un «rigorosissimo lei», dava poche confidenze e non cedeva ad ammiccamenti inopportuni.
«Per Paolo – ricorda Diego Cavaliero – il lavoro era importantissimo, ma non era la sua vita». Egli è innanzitutto padre e marito. A casa evita di parlare dei suoi impegni lavorativi. Il profondo patrimonio di umanità che possiede lo riserva innanzitutto alla famiglia. Cerca di preservare moglie e figli da turbamenti e pericoli. Costretto ad una vita blindata, ha pochi momenti di libertà e rare evasioni. Qualche minimo rifugio di normalità però non manca: di tanto in tanto va dal barbiere e si reca, in vespa o in bicicletta, a comprare il giornale. Anche questi gesti, apparentemente insignificanti, sono una forma di tutela verso la famiglia. Quando si sposta da solo è infatti come se dicesse: «Se volete, colpitemi ora, ma non fate del male a nessun altro».
La famiglia innanzitutto. Quando nel ritiro dell’Asinara la figlia Lucia sta male ed inizia il suo calvario con l’anoressia, Paolo torna a Palermo per affidarla ai nonni, si sente in colpa e si mette per primo in discussione, accettando anche di sottoporsi ad un colloquio con uno psicanalista. E quando dopo l’uccisione di Falcone intuisce che anche la sua morte è ormai prossima, Borsellino comincia a guardare i figli da lontano, «li contempla, non dà più loro carezze» nel tentativo, come estremo atto d’amore, di prepararli al momento del distacco e di farli abituare alla sua assenza.

Uomo di fede profonda

Borsellino possiede una fede vera e discreta, un senso religioso profondo, alieno da spettacolarizzazioni e bigottismi. Partecipa regolarmente alle funzioni domenicali, si confessa molto spesso, dà la sua testimonianza di cristiano in ogni ambito. Messa, eucaristia, riconciliazione e preghiera sono per il giudice-martire aspetti essenziali della vita. Pietas e rispetto dell’altro sono manifestazioni concrete del suo credo religioso: Borsellino non dimentica mai che anche dietro a un imputato c’è sempre un uomo da rispettare, depositario di una dignità, ancorché sgualcita e irriconoscibile, proveniente da Dio.
Borsellino dà la sua vita, da cristiano, per la giustizia, per l’Italia, per la Sicilia. La maturità spirituale gli permette di compiere il suo dovere di uomo e di magistrato fino al sacrificio massimo, rientrando così, a pieno titolo – come ha sostenuto Don Cesare Rattoballi – «tra i beati a causa della giustizia». Non a caso il giudice-martire compare nel lungo elenco dei «testimoni della fede del Novecento» stilato nel 2000 da Papa Giovanni Paolo II.

Un esempio immortale

«Di questo “Borsalino” non devono restare neanche le idee», avrebbe detto un boss mafioso quando il giudice lavorava a Marsala. Al contrario, dell’uomo che più di ogni altro, insieme a Giovanni Falcone, ha combattuto un’eroica campagna contro Cosa nostra restano le idee, la coscienza, l’umanità, il fresco profumo dell’onestà e la fulgida, immortale testimonianza di un cristiano che si oppone agli “uomini del maligno” per difendere il Bene e la Giustizia; ma restano anche, indelebili ancorché troppo spesso dimenticate, la solitudine e l’ingratitudine subite.

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